Brunello: modifica al disciplinare per risolvere lo scandalo
Una tenzone in bello stile quella che si è svolta venerdì scorso nell’aula magna storica dell’Università degli Studi di Siena. Nell’epoca medievale erano comuni soprattutto in tema teologico. Questa volta l’imputato era il dio Brunello.
L’incontro nasce da una provocazione lanciata lo scorso giugno dal famoso giornalista Franco Ziliani www.vinoalvino.org. e il Cav. Ezio Rivella, storico direttore generale delle cantine Banfi.
Grazie all’associazione di enoteche italiane, Vinarius è nato questo incontro scontro soavemente moderato da un antropologo, dott. Cutolo, esperto di tipicità locali.
Questa la sfida di Ziliani: molti i silenzi nella stessa Montalcino circa la discussa purezza del sangiovese più famoso al mondo. Hanno taciuto tutti, dagli organi ufficiali di stampa ai produttori che hanno visto precipitare le loro quotazioni. In fondo tutti lo sapevano da tempo, i giornalisti se ne erano accorti nelle degustazioni che c’era qualcosa sotto. Si è spacciata la purezza del sangiovese facendo grossi lucri mentre poi in cantina si faceva altro.
Rivella: parliamo di un vino Brunello, che ha fatto la ricchezza di tutti proprio così come è stato venduto. La posizione storica di Rivella è quella che il vino, di qualsiasi denominazione sia, debba essere buono, di qualità: questo fa il fatturato. Quel gusto oggi sul banco degli imputati è stato il più apprezzato dai mercati internazionali, non il brunello difeso da Ziliani. Certamente la giustizia farà il suo corso ma tutto questo poteva essere evitato con una modifica al disciplinare. Non più sangiovese in purezza, ma la possibilità di usare, fino al 15%, un altro vitigno. Il sangiovese, secondo Rivella (che non esitò ad impiantare ettari di moscadello in quel di Banfi) è un ottimo vitigno che va arricchito spesso sia nella struttura che nel colore.
“Il vitigno è importante ma non intoccabile, visto che i nostri disciplinari sono obsoleti e fanno acqua da tutte le parti”- questa la posizione di un grande enologo quale Vittorio Fiore che accompagnava Rivella.
“Bisogna essere pragmatici – dice Rivella - facciamo vini in grado di competere sul mercato internazionale”.
Una posizione, quella di Fiore e Rivella decisamente commerciale, tanto più che al consumatore, continuano, non interessa se è un sangiovese in purezza o altro.
A questo punto, un produttore di Barolo Teobaldo Cappellano che accompagna Ziliani, parte all’attacco delle posizioni rivelliane in difesa dell’autenticità di un vino rispetto al territorio e alle origini autoctone. “Io posso essere buono per chi mi conosce, ma se fossi buono per tutti, vorrebbe dire che sono senza storia e senza personalità, dunque incapace di suscitare interesse ed emozioni”. E lo stesso Ziliani, rimane saldo sulla propria posizione. “Quel 15% auspicato, stravolgerebbe l’anima di questo vino. Siamo sicuri che il prossimo passo non sia quello di snaturare il Barolo?”
In aula il clima si riscalda e la folla si schiera decisamente dalla parte di Ziliani.
In fondo, questo è il succo della questione, ed è per questo che a moderare è un antropologo. Paradossalmente la sfida dei mercati globali si combatte attraverso “l’invenzione della tradizione”, portando alla riscossa tutte le realtà locali. “Come nella musica – conclude Cutolo- lo stile commerciale, quello orecchiabile porta alla fine ad un appiattimento nella musica che nel lungo periodo , non sempre paga”.
Di valentina niccolai.


