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Croce di Febo e Fattoria Palazzo Vecchio: tradizione e innovazione insieme per il presente e il futuro di Montepulciano

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Nella settimana delle anteprime dei vini toscani appena trascorsa, ogni qual volta l’indefesso degustatore riesce a distaccarsi (anche psicologicamente) dal tourbillon degli assaggi, può felicemente succedere di visitare aziende importanti o emergenti, spesso prima conosciute solo attraverso la degustazione di campioni anonimi, e magari situate nel bel mezzo di comprensori vinicoli famosi nel mondo e di splendente bellezza. E’ quanto è capitato a chi vi scrive, il 18 febbraio scorso a Montepulciano, con la visita alle aziende Croce di Febo e Fattoria di Palazzo Vecchio. di Riccardo Margheri

 Due realtà accomunate dal medesimo consulente (il gentilissimo enologo Andrea Mazzoni, mio personale Virgilio in queste visite), con diverse impostazioni nelle proprie scelte in termini di impianto di vitigni, ma certamente sorelle nel comune obiettivo di perseguire una qualità legata al rispetto del territorio, all’espressione dei rispettivi terroir (diversi ma entrambi parte integrante dell’identità di Montepulciano) e delle sfaccettature che il Sangiovese (o meglio il Prugnolo Gentile) può assumervi.

Croce di Febo (www.crocedifebo.com) condivide la propria storia con altre realtà del mondo poliziano e ilcinese: dopo un primo pionieristico imbottigliamento nella grande annata ’99, la passione del giovane Maurizio Comitini ha condotto al grande salto dalla vendita delle uve alla Cantina Sociale alla produzione del Vino Nobile in proprio (prima uscita: 2005). Più d’una le opportunità da sfruttare: una esposizione strepitosa sulle pendici che digradano dal colle di Montepulciano in direzione Est – Sud Est; la disponibilità di diverse parcelle di vigneto situate a quote diverse (fino a un massimo di 480 mt. slm) per incrociare e differenziare le curve di maturazione delle uve; terreni poveri che inducono automaticamente una produzione limitata (non più di 30 q.li/ha per le vigne più vecchie – di oltre 40 anni –, che comunque diventano solo 50 q.li/ha su quelle di più recente impianto); un mesoclima con belle escursioni termiche giorno/notte e soprattutto particolarmente ventilato, così da contenere gli effetti degli eccessi sia di temperatura sia di piovosità.

Ne è scaturito un progetto coerente, culminato nella realizzazione di una nuova cantina dove si lavora per gravità (cioè con un minimo uso di pompe, al fine di limitare la presenza di impurità nel vino), e soprattutto con la decisione di piantare vitigni internazionali in quelle posizioni in cui il Sangiovese fatica a maturare: ecco quindi, oltre ai tradizionali Mammolo e Colorino (e al meno consueto, in zona, Ciliegiolo) arrivare il Syrah e il Merlot, oltre all’interessante esperimento dell’Arine Arnois (incrocio tra Merlot e Petit Verdot); ma non il Cabernet Sauvignon, ché il Prugnolo Gentile poliziano ha tutta la struttura di cui ci possa essere bisogno, e la sua purezza fruttata deve essere salvaguardata dalle contaminazioni vegetali del grande bordolese. In cantina, spazio alla tradizione rivisitata, con fermentazione in tini tronco-conici di rovere francese e di Slavonia ma anche batonnage sulle fecce nobili, non solo proprie delle uve ma anche appositamente acquistate per la bisogna (per un tino di Sangiovese).

E questa originalità si giustifica nell’assaggio dei campioni in affinamento: dove il Prugnolo Gentile 2009 fatto riposare sulle fecce “tecnologiche” ha un frutto più contratto (ovviamente, c’è tutto il tempo di distenderlo compiutamente), ma tannino di superiore dolcezza e impeccabile pulizia finale, in confronto al confratello per il quale sono state usate le fecce autoctone, più “fragoloso”, ma per il momento dalla struttura tannica nettamente più aggressiva, e con un un’impressione di minore profondità al palato. Interessante anche l’assaggio di un blend 2009 75% Syrah e 25% Sangiovese, necessariamente ancora ruvido ma ben sapido, con netta riconoscibilità della componente varietale di pepe nero del Syrah e bella espansione fruttata in bocca. E forse più ancora, in prospettiva, tra gli altri campioni, spicca quello che diventerà il Vino Nobile Riserva 2009: tannino importante ma educato, frutto già ben focalizzato e largo, sapidità territoriale (ancora) intrigante.

E’ questa la cifra stilistica comune che percorre anche i vini già imbottigliati: In effetti, l’aggiunta dei vitigni internazionali è intelligentemente tesa a smorzare le asperità iniziali di un Sangiovese fatto per durare nel tempo, ma non a creare un “altro” vino, che si distingua per colori impenetrabili o morbidezze al di sopra della media. Specie il Syrah aggiunge qualcosa a livello aromatico, ma la spina dorsale del vino è sempre (come deve essere) il Prugnolo Gentile. E così il Vino Nobile 2007 è coerentemente figlio di un annata calda e forse è più largo che profondo, ma l’acidità non manca, il tannino (ancora appena sgranato) non si secca nel finale di estrema pulizia, il pepe del Syrah ben si combina con il carattere terroso del Sangiovese. La Riserva 2006 è per il momento più dura, ma il frutto (anche una bella mora matura) è più naturalmente disteso, e l’equilibrio generale invita a versarsi un altro bicchiere per godere di questa piacevole succosità.

Per finire, una sorta di divertissement con un rosato (ottenuto tramite salasso) prelevato direttamente dal tino di acciaio, intenso al naso di note di fragola e lampone, di un certo volume al palato, anche per una gradazione alcolica esuberante. Per conseguire le maturità fenoliche necessarie ai vini di spessore, con i mutamenti climatici in atto occorre infatti purtroppo spingersi fino a gradazioni alcoliche notevoli, mettendo a rischio l’acidità. Sarà questo il problema enologico da risolvere nel prossimo futuro, anche se a Croce di Febo sembra ci siano le idee sufficientemente chiare per risolvere queste e altre difficoltà.

 
Data di pubblicazione: 01/03/2010
Verticale storica di Lupicaia
Correva l’anno 1994. La Strada del Vino Costa degli Etruschi veniva inaugurata nella sua prima versione curata dalla Provincia di Livorno. Ad aprile organizzammo la presentazione ufficiale alla stampa e Gian Annibale Rossi di Medelana fu magnifico ospite della brigata dei giornalisti nella sua immensa tenuta del Terriccio. Ci accompagnò personalmente in un avventuroso tour in fuoristrada rimasto nella memoria di molti. Per l’aperitivo fu servito un fresco bianchetto ed uno spumante che costituivano le produzioni “vecchia maniera” dell’azienda. Per assaggiare il Lupicaia abbiamo dovuto attendere ancora qualche mese. All’inizio del ’95, io e l’amico Ernesto Gentili fummo invitati ad un primo assaggio di ricognizione, in presenza di un giovanissimo Carlo Ferrini. Inutile dire che ci accorgemmo immediatamente di essere di fronte ad un grande evento: la nascita di un vino che sarebbe entrato prepotentemente nella storia enoica della costa toscana.

Cari amici buongustai, scusate il ritardo di questa settimana,ma l'estate ha colpito anche me e il caldo, tanto agognato, si fa sentire. Come vi avevo detto oggi filosofeggeremo velocemente su come il rapporto con il cibo e il significato della tavola siano cambiati profondamente nel tempo. Si perché, quello che oggi è un momento abituale della nostra giornata, ha segnato e segna uno dei più grandi specchi d'analisi nel rapporto evolutivo tra i cambiamenti della società, della cultura , e quindi dell'uomo nel tempo. Il nutrimento è la base della sopravvivenza dell'uomo dal principio della sua esistenza, perciò il rapporto con questo e con il rito della cucina e della tavola si è evoluto nel tempo come tutto ciò che ci caratterizza come uomini sociali.

Qui, tra corridoi, sale e saloni decorati da meravigliosi affreschi e arredati da preziosi mobili antichi, coabitano due realtà straordinarie: il Relais Santa Croce, Hotel 5 Stelle Lusso e l’Enoteca Pinchiorri, di Giorgio Pinchiorri e sua moglie Annie Féolde : un Ristorante che, a livello mondiale, fa onore all’Enogastronomia Italiana. Giorgio è nato a Monzone di Pavullo, in Provincia di Modena, da una Famiglia di agricoltori, a Firenze si trasferisce nel 1955, quando sua madre entra a lavorare, come cuoca, in casa di un medico. Dopo aver frequentato l’Istituto Alberghiero, Giorgio muove i primi passi nel mondo della ristorazione e si appassiona a quell’affascinante universo che ruota intorno ai grandi vini. Nel 1966, dopo la devastante alluvione che colpì la Città, compra una copia, sopravvissuta, della Guida Bolaffi dei Vini del Mondo di Luigi Veronelli, e, forte di questo manuale, si avventura, nel suo primo viaggio, nelle zone vitivinicole più importanti della Francia. Da questo momento in poi sarà un crescendo, sia per la sua passione che per la sua collezione privata.
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