La Chiusa – Un piccolo smeraldo all’Isola d’Elba
Per parlare della nascita di questa Azienda dobbiamo andare indietro nel tempo fino al 1700, quando sull’isola, e più precisamente a Marciana, era stabilmente insediata una piccola colonia di Genovesi – i quali venivano chiamati “gli indigeni” dai residenti del posto – ricordandone alcuni: gli Onetto, Recagli, Giacobini, Brignetti, questi facevano commercio dalla Liguria all’Elba caricando vino e lasciando in cambio granaglie, attrezzi agricoli e manufatti. Proprio nel 1780 i Senno approdarono per la prima volta sull’isola. La famiglia proveniva da Camogli e commerciava vino e granaglie con bastimenti, e uno di questi, al comando di Nicola, figlio di Giovanni Buono, patriarca della famiglia, per verificare la veridicità delle voci che circolavano nella marineria sulle buone opportunità dei traffici con l’isola toscana, sbarcò all’Elba.
I Senno commerciavano in tutto il Mediterraneo sino alla lontana Crimea per caricarvi grano, noncuranti dei pirati algerini che all’epoca si avventuravano spavaldamente fino alle coste liguri (nel Museo a Camogli, è stata dedicata precisa testimonianza di questi viaggi). Fu così che le navi dei Senno cominciarono a scalare frequentemente la costa nelle vicinanze di Marciana per acquistare l’ottimo vino ad un ottimo prezzo .
Dopo svariati viaggi, Pellegrino (chiamato anche Pellegro) fratello di Nicola, uomo di mente sottile , più che marinaio era commerciante, accompagnò il fratello in uno di questi viaggi per verificare personalmente quali altri traffici, sviluppi ed opportunità si potevano aprire per la famiglia.
Le impressioni sul posto dovettero essere molto favorevoli perché si fermò stabilmente sull’isola acquistando vigneti ed una casa al Poggio, un piccolo paesino arroccato sul Monte Capanne, e da qui aprì stabilmente a Marciana un primo fornitissimo magazzino.
Questa fu la prima di una serie di decisioni ben ponderate e realizzate per iniziare una attività alla grande soprattutto per quei tempi, in modo da rimanere unico commerciante dell’intera produzione di vino dell’isola, senza intermediari.
Difatti, quando la cosa fu ben avviata, affidò al nipote Bernardo, figlio maggiore di Nicola, l’incarico di seguire le varie attività nel marcianese per fare in modo che, egli stesso, potesse svolgere e dedicarsi completamente alla complessa organizzazione commerciale già da tempo ben radicata nei porti di Genova, Spezia, Livorno e forse anche Bastia.
A Livorno avviò un posto fisso. Nel 1786 sposò Giuseppa Carminati che nello stesso anno gli dette la prima figlia, Marianna. Sempre seguito dalla moglie divise il tempo fra Poggio e Livorno. Nel 1788 nacque il secondo figlio Giovanni e l’anno seguente, a Livorno, nacque il terzo figlio Pietro.
Il Pellegrino, nel 1791, dopo aver constatato che gli affari andavano ottimamente, decise di stabilirsi a Portoferraio cedendo una piccola parte delle proprietà di Marciana al nipote Bernardo (la casa del Poggio no, venne ceduta) che nel frattempo si era sposato con Maria Giovanna Lorenzi, figlia di facoltosi agricoltori, che aveva portato in dote una casa e dei vigneti a Sant’Andrea.
Lo status dell’Elba a quel tempo era diviso in tre parti, il Granducato di Toscana possedeva Portoferraio ed il territorio circostante per un raggio di due miglia, il Re di Napoli mantenendo il diritto di conservare i presidi nelle torri delle marine di Rio, di Campo e di Marciana, aveva la Piazzaforte di Longone con il villaggio, mentre tutto il resto del territorio era del Principe di Piombino. Per il Pellegrino, arrivare a Portoferraio ed avviare i primi apprrocci con i notabili non fu facile in quanto “lo straniero” era mal visto, ma sapeva che dalla sua parte aveva il denaro, difatti, l’immobile dove andò ad abitare lo acquistò ad un passo dalla Biscotteria, residenza del Sindaco della città e, successivamente, acquistò altre case e magazzini pagando sempre con denaro sonante.
Naturalmente fu attento a non crearsi inimicizie, a non danneggiare interessi e, forse anche con l’aiuto della Massoneria, (al cui interno si diceva che il fratello a Livorno avesse una certa autorità), sciolse ogni diffidenza e cominciò a stringere rapporti stretti con le famiglie che a quel tempo contavano molto a Portoferraio, tipo i Bigeschi, i Vantini, i Fazzi, i Longobardi.
Gli anni che seguirono furono tranquilli. Nel 1793 nacque Fortunato, Luigi Antonio nel 1796 e Bernardino, al Poggio, nel 1798. ma nel 1799 ci fu la ripresa della guerra, la Seconda Coalizione contro i Francesi , quest’ultimi sull’isola portarono conseguenze gravissime e terribili per le popolazioni. Non contenti di aver occupato la roccaforte di Portoferraio, infatti, a sorpresa provarono a sloggiare i Napoletani da Longone. L’operazione fallì, così come la mossa di insediarsi nella zona del marcianese; queste iniziative diedero atto a manifestazioni di ribellione da parte delle popolazioni, in quanto erano fedeli alle direttive lasciate dal Principe Buoncompagni, che prevedevano di rimanere neutrali ed estranei ai cambiamenti. Il Comando francese non contento perché la pensava diversamente, fece una seconda infelice manovra mandando dei reparti ad occupare il territorio campese che riteneva indifeso, questa iniziativa fallì nuovamente per l’imprevista feroce resistenza degli abitanti del luogo che accese la ribellione in tutta l’isola. Longone stava resistendo all’assedio, gli elbani si armarono e scesero in campo a fianco dei Napoletani che ruppero l’assedio e divennero assedianti della Piazza di Portoferraio. Questi scontri andarono avanti per ben tre lunghi anni. I Senno subirono perdite di raccolti e danni alle colture nelle campagne, come tutti gli altri proprietari, durante il passaggio degli armati nei loro possedimenti. Nel 1801 con i trattati stipulati con la Coalizione, una parte dell’isola fu data anche ai francesi, ma questo non portò la pace anzi, si verificarono casi di vendette, saccheggi ed agguati; l’isola uscì da quella esperienza molto impoverita. Provvidenziale fu l’intervento di Napoleone che, divenuto Imperatore, adottò delle misure eccezionali anche per il Principato di Piombino assegnato alla sorella Elisa Baiocchi. Utilissime furono le franchigie, le varie esenzioni e le agevolazioni deliberate dal Granducato di Toscana aggregato all’Impero Francese, però autonomo. Pellegrino ed il nipote Bernardo ripresero i loro traffici, nonostante incombesse il rischio di scontrarsi con le navi inglesi presenti nel Tirreno: c'era infatti lo stato di guerra tra la Francia e l’Inghilterra. Pellegrino cominciò ad accumulare fortune con i traffici ed acquistò nuove case e terreni che venivano offerti a prezzi stracciati. Rimasto vedovo nel 1807, Pellegro approfittò di una opportunità: a causa della guerra e del maremoto del 29 gennaio 1809 le tonnare dell’Elba andarono in malora e lui offrì al Granducato di metterle nuovamente in funzione a delle condizioni vantaggiose; la proposta fu accettata ed in tempi brevi mantenne fede all’impegno preso aiutando numerose famiglie. Nel 1810, acquistò un’estesa e fertile campagna allo Schiopparello, era ricca di vigneti, olivi e campi coltivati che si estendevano dalla spiaggia sino ai poderi dei Foresi all’Acquabona e, passando sotto il monte Orello, entrava nella Val di Piano per scendere fino alla marina dei Magazzini, comprendendo le terre dette le Anime e le Trane. Pellegrino fece subito costruire sul mare una villa, adiacente al più antico fabbricato seicentesco che comprendeva anche una cappella gentilizia, la casa per i contadini, la cantina, il frantoio, la scuderia, le stalle ed i magazzini, e la destinò al primogenito maschio Giovanni Bono, in occasione delle sue nozze con Anna Leonardi Fillinesi. Successivamente fece erigere un imponente muro di recinzione che chiuse l'intera proprietà, appunto “LA CHIUSA”. La politica dei matrimoni con le persone in vista della zona era nata nel 1808 quando dette in sposa la primogenita Marianna Luviginda a Leopoldo Lombardi, commesso del Bureau di Marina dell’Isola d’Elba, figlio di Antonio console di Francia; il figlio Pietro davanti al Sindaco Cristiano Lapi sposò la sedicenne Maria Assunta Bigeschi di Candido, reggente e Presidente del Tribunale di Commercio dell’isola, già Console di S.M. il Re delle Due Sicilie e, Candido, quale regalo di nozze, fece ottenere al neo genero la nomina di Vice Console. Pellegrino Senno divenne persona assai importante e rivestì anche incarichi di rilievo sull’isola, nel 1811 ebbe la carica di giudice del Tribunale di Commercio, come riportato in data 1er 8bre 1811 “ le Sieur Pellegro Senno juge au Tribunale de Commerci, est l’un des plus riches proprietaires et negotiants de cette Isle, il est natif de Camogli, department de Genes il est domiciliè dans l’Isle depuis vingt cinq ans, sa femme Josephine Carminati etait native de Livourne…” Il 3 maggio del 1814, alla sera, un vascello inglese diede ancora nella rada di Portoferraio ed il giorno seguente il nuovo sovrano dell'Isola d'Elba, stufo di rimanere a bordo di questo vascello, c'era stato infatti un ritardo nei preparativi per il suo ingresso ufficiale in città, decise di sbarcare ai Magazzini per visitare la splendida villa di Pellegro che aveva notato scrutando con il cannocchiale la costa. Scese a terra, ma rimase alquanto deluso nel trovarla “chiusa” e dovette accontentarsi di ammirarla dall'esterno. L’isola finchè regnò Napoleone visse giorni felici e anche Pellegro, che morì il 31 ottobre 1823, lasciò un ingente patrimonio sparso su tutta l'isola: la Tenuta dei Sette Magazzini (La Chiusa), La Tenuta delle Anime, La Tenuta Val di Piano, e molto altro ancora. Negli anni a seguire la famiglia dei Senno pian piano andò in rovina per una serie di disavventure collegate con l’appalto delle tonnare ed il Ministero delle Finanze li rese debitori di somme rilevanti alle quali non poterono far fronte e tutti i beni mobili ed immobili vennero sequestrati, tra questi anche “La Chiusa” che venne acquistata da Jacopo Foresi nel 1866, già proprietario di grandi tenute a Lacona e all’Acquabona. I Foresi giunsero all'Elba da Livorno nel ‘700, erano fornitori di carne alla guarnigione di Portolongone (oggi Porto Azzurro) dove nacque Ranieri nel 1739. Costui ebbe due figli: Giuseppe e Vincenzo. Giuseppe si dedicò ad attività agricole curando con il padre i poderi di Piombino e Lacona, Vincenzo diventò fornitore di carne per diverse comunità elbane in particolare per il comune di Portoferraio. Acquistò dai Vantini il podere di San Giovanni e nel 1812 eresse una cappelleta dedicandola a Dio, creò nuovi allevamenti di bovini e caprini e diventò il consigliere economico di Napoleone. Per finanziare la fuga dall’Elba del Sovrano, investì grandi capitali e rimase in bolletta vendendo al fratello il patrimonio ereditato nel piombinese. L’intera tenuta di San Giovanni sotto Santa Lucia passò ai Bigeschi. Giuseppe invece, curò molto i suoi affari ma fu il figlio Jacopo detto Nocciolino che mise a segno buone occasioni di acquisto. Incrementò la produzione vinicola di Lacona, acquistò la casa del Giaconi (oggi Elbolanda), i terreni con annessi agricoli dei Puccini e dei Canata e la Madonna della Neve con i suoi possedimenti che comprendevano Poggio Marcuccio, la Piana degli Svizzeri, tutti i terreni al confine con la spiaggia e l’intera penisola della Stella (tranne qualche piccolo possedimento dei Mazzarri) ed i pascoli di Fonza. Il nipote Mario donò al comune di Portoferraio un patrimonio immenso di libri ed opere d’arte, lo ricorda in uno dei suoi scritti. Impiantò distese di vigneti, fece pascoli dalle pendici irte, quando morì lascio a Lacona 317.658 viti di cui 18.000 di uve selezionate di aleatico, moscato ed ansonica. Quando nel 1854 la crittogama infestò i vigneti dell’Elba, i vari proprietari terrieri tagliavano le viti, lui invece, su consiglio del figlio Alessandro, medico di fama che aveva completato i suoi studi in Francia, introdusse, primo all'Elba, l’applicazione dello zolfo e mentre tutti lo derisero, lui riuscì a salvare i propri vigneti che resistettero alla malattia e furono carichi di uva. Al contrario le vigne dei suoi detrattori morirono miseramente. Passava le giornate assieme ai contadini e, quando i Vantini decisero di vendere la loro proprietà dell’Acquabona, compreso il Casaccio fino a Campo ai Peri, lui la acquistò. La Chiusa venne acquistata per 57.000 lire, altre 12.500 vennero pagate dal figlio maggiore Alessandro per la stipula del contratto. Jacopo morì il 24 gennaio 1873 a 83 anni e per la spartizione della sua cospicua eredità ci furono duri contrasti tra i quattro figli avuti dalla prima moglie e la seconda moglie presa in tarda età. Si sposò nel 1813 con Maria Guarello di Portofino ed ebbe da questa Alessandro, Ulisse, Raffaello e Giuliano. Alessandro si trasferì a Firenze, si laureò in medicina e fu eccellente chirurgo ma divenne famoso antiquario; Raffaello fece l’Università a Pisa ed in seguito si trasferì dal fratello a Firenze, divenne famoso critico letterario e musicale e fece sensazionali scoperte archeologiche sull’Isola d’Elba, Pianosa e Montecristo, diventando famoso in tutta Europa. Ulisse e Giuliano rimasero a Lacona per curare i vastissimi appezzamenti di vigneto e le proprietà di Acquabona, Magazzini, Val di Piano, Le Trane e Piombino diventando esperti nel far produrre maggiormente i vigneti, gli oliveti ed i pascoli. La seconda moglie di Jacopo fu Elvira Guidi, figlia del fabbro di Porta di Terra, giovanissima di quasi quarant’anni e battagliera. All’apertura del testamento, si scoprì che Elvira aveva ereditato quasi tutto. I figli impugnarono il testamento, anche perché la vedova era molto più giovane di loro e non avevano nessuna possibilità di godersi quei beni. Alla fine, dopo tre anni di liti, fu raggiunto l' accordo che “La Chiusa” venisse assegnata ad Ulisse, nato nel 1818 a Portoferraio. Si aggiudicò l’appalto per la gestione del dazio delle merci che entravano in città ma i proventi, tutt'altro che cospicui, non gli consentivano uno stile di vite adeguato alla sua posizione. Nel 1841 aveva sposato Marianna Masini figlia di un avvocato di Firenze. Ulisse aveva anche la gestione diretta della tenuta di Lacona. Dopo varie scaramucce giudiziarie, nel 1865 fu nominato consigliere comunale e fu anche inserito nel comitato direttivo del Comizio Agrario Elbano istituito dal Governo Umanitario per incentivare l’agricoltura e diffondere le varie conoscenze tra i contadini; nel 1879 ne fu nominato Presidente in quanto considerato “distinto enologo” in quanto volle sperimentare (con successo) la nuova tecnica di concimazione mescolando le alghe marine con lo stallatico. Utilizzava sempre macchine agricole moderne, si teneva aggiornato sulle tecnologie in materia di trattamenti della vite e produzione del vino; questo gli portò il titolo di Cavaliere dell’ordine della corona d’Italia per particolari benemerenze nell’agricoltura il 16 luglio 1880. La Chiusa con i suoi vini ottenne diversi successi in campo internazionale, all’Esposizione generale italiana di Torino, quella di Milano, Genova, per due volte a Firenze, con il Bianco della Chiusa ottenne premi anche all’estero, medaglia d’argento a Londra nel 1888. Poi, proprio nello stesso anno, il nemico mortale dei vigneti colpì l’Elba: la Fillossera. Dapprima a Rio, poi a Capoliveri e si estese poi su tutta l’isola. Ma, la determinazione di Ulisse fu più forte, non si arrese alla fillossera, con i suoi mezzadri ed i galeotti della Linguella, spiantò tutte le viti, facendo uno scasso profondo più di un metro e quando fu sicuro che non ci fossero più radici infette, ci piantò le viti americane in quanto resistevano alla fillossera. Nel 1891 produsse quasi 1000 ettolitri di vino e festeggiò il matrimonio con Marianna e finalmente la Chiusa stava ritornando agli antichi splendori . Quando cominciò ad essere vecchio, il Cavaliere, per fare in modo che la Chiusa non fosse frazionata (aveva due femmine ed un maschio), fece testamento in modo da togliere dall’asse ereditario la tenuta per darla al figlio Antonio. Il figlio da giovane non voleva studiare, fu mandato in collegio a Livorno ed a Firenze dove abitò per tre anni, dal 1876 al 1878, nel palazzo di via dei Tintori assieme allo zio Alessandro ed al cugino Mario. Preferiva andare a teatro nonostante il padre Ulisse lo sollecitasse spesso allo studio e ad una vita più morigerata. Alla fine tornò all’Elba per dedicarsi alla produzione di vino ed olio. Nel periodo tra il 1896 (anno in cui ci fu la successione) ed il 1916 la produzione di vino ed olio della Chiusa subì una rapida impennata. Antonio in questo periodo incrementò le proprietà ricevute, migliorò le produzioni, sposò una piombinese ed ebbe un figlio maschio, Ulisse Junior, garantendo così la continuità della dinastia. Ulisse , studioso, prese la laurea in medicina e divenne un famoso pediatra. Nel 1936 il Dottor Ulisse Foresi divenne il nuovo proprietario della Chiusa per donazione del padre Antonio; la sua professione di medico però lo teneva lontano per gran parte dell'anno dalla Chiusa, esercitava infatti a Livorno. La Tenuta passò allora alla figlia Giuliana che all'epoca si occupava di marketing a Milano ed a Londra. Nel 1971 decise di trasferirsi definitivamente alla Chiusa, studiò, si informò su tutto, si avvalse della consulenza dei migliori enologi puntando decisamente sulla qualità. Il vino della Chiusa arrivò così a ricevere prestigiosi premi e le ordinazioni iniziarono a provenire da tutti i paesi del mondo. Giuliana, non dimentica della sua esperienza nel marketing, riuscì a promuove i suoi prodotti al meglio: sempre presente presso gli stand turistici, ospitò giornalisti, troupe televisive italiane e straniere con l’appoggio del bellissimo sfondo del golfo di Portoferraio.
Nel 2003 la svolta, Giuliana lascia la Chiusa che viene acquistata da un’altra Giuliana, la Signora Bertozzi, appartenente ad una famiglia residente a Roma, la cui attività principale è nel mondo della produzione e distribuzione di cartoni animati per il cinema e la televisione. I nuovi proprietari stanno rispettando la tradizione vitivinicola che ha contraddistinto questa splendida tenuta nel corso dei secoli, hanno aumentato la superficie vitata, sono stati introdotti nuovi impianti di Aleatico ed Ansonica, vitigni di pregio della tenuta e dell’isola. L’allevamento delle viti è a cordone speronato, sempre nell'ottica di prediligere la qualità alla quantità viene effettuata la vendemmia verde (selezione e diradazione dei grappoli).
Nel 2007 è stato per la prima volta prodotto il Moscato, altro antico vitigno da sempre presente sull'Isola.
La Tenuta, offre ospitalità come agriturismo, con la possibilità di alloggio in diversi appartamenti recentemente ristrutturati, alcuni dei quali presentano accesso diretto sul mare, e che, grazie alla particolare posizione, garantiscono un soggiorno in totale relax. La produzione vitivinicola risulta costantemente in progressione, pur mantenendo costante la pregevole qualità dei vini che ha sempre contraddistinto questa azienda, curata da Laura Zuddas, enologa di provata esperienza nonostante la giovane età. Viene prodotto un Elba Bianco Doc con uve Procanico (antico vitigno dell’isola) e Sauvignon Blanc, vino profumato e dall’aroma particolarissimo, molto indicato con i piatti a base di pesce dell’isola; l’Elba Rosato Doc ottenuto con uve di Sangioveto, contraddistinto da un retrogusto aromatico che invoglia il degustatore ad un altro sorso, ottimo con il “cacciucco”, il piatto a base di pesce famoso sull’isola e su tutta la costa livornese; Elba Rosso Doc di Sangioveto in purezza; l’Elba IGT Grecale ottenuto da uve Merlot e Sangioveto; il Moscato Elba Doc con un bellissimo retrogusto agrumato, prodotto con uve moscato al 100% appassite al sole; l’Aleatico passito Doc, prodotto con uve aleatico al 100% appassite al sole, dall’aroma particolare di mora di gelso, ottimo da abbinare con la “schiaccia briaca”, tipico dolce prodotto sull’isola e, per ultimo l’Ansonica passito Doc, anch’esso da uve appassite al sole, dal gusto deciso e avvolgente, ottimo in abbinamento a formaggi erborinati.
di Graziano Favilli


