Barolo Revello
Fin dalla tenera età di sedici anni, quindi, ho allenato il palato a resistere ai ruvidi tannini delle due bestie nere dell’enologia, sangiovese e nebbiolo, mentre ora, forse per la legge del contrappasso, mi ritrovo a lavorare intorno ai cabernet e merlot bolgheresi (per fortuna straordinari).
I vini da uva nebbiolo, Barolo e Barbaresco in testa, ma anche Ghemme, Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, a volte qualche Carema, raramente i Valtellina, sono quelli che destano in me le più forti emozioni. Sintesi, forse, di esperienze gustative fortemente correlate con memorie poetiche di luoghi e situazioni. Le nebbie sottili e penetrabili che avvolgono in autunno Torino o le Langhe, l’atmosfera ovattata e rassicurante, il colore delle foglie cadenti, si sono sempre sposate, per me, con il calore accogliente delle sale da pranzo piemontesi, vuoi che si trattasse di semplici osterie, vuoi che si approdasse in antichi castelli dove, al momento dell’ingresso, pareva sempre di fare un salto indietro nei secoli.
Ho vissuto gli alti e i bassi di quei vini fin da quando la caccia alla bottiglia particolare si accompagnava all’acquisto della damigiana dal contadino amico (altri tempi, vero?). E negli ultimi tempi ho fatto il tifo in maniera alterna per progressisti e tradizionalisti, amando entrambi quando riuscivano a fare vini indimenticabili.
Qual’è l’altra zona d’Italia dove riuscite a distinguere sostanziali differenze in due cru distanti fra loro cinquecento metri, passando, in così poco spazio, da un floreale di rosa con note mentolate, ad un austero frutto ammantato dalla mineralità catrame? Forse in Borgogna, nelle migliori annate, o a Bordeaux si può compiere questo esercizio con una certa frequenza.
Ma non si finisce mai di imparare e di stupirsi. Così è arrivata l’annata 2003, e per me è stato, in molti degli assaggi compiuti fin ora, come scoprire un nuovo stile di vino. Molti 2003, anche quelli dei tradizionalisti, hanno un tannino ricco e maturo, solido, ma dolce. La freschezza acida è comunque presente, accanto a frutto maturo che però non è quasi mai banale, ma arricchito dai sentori più profondi del nebbiolo.
Per rendere l’idea, descrivo l’ultimo degustato, in ordine di tempo:
Fratelli Revello
Annunziata 103
La Morra
revello@revellofratelli.com
Barolo Vigna Gattera 2003.
Alla vista, la trasparenza è quella tipica del nebbiolo, ma il colore tende molto di più al rubino che al granato ed è brillante e vivace, gioioso.
Al naso colpisce immediatamente la dolcezza del frutto, che però ha toni freschi e niente di cotto o surmaturo, come in molti altri 2003. Il frutto è subito seguito da note più profonde di terra bagnata ed erbe aromatiche. Il rovere è presente, ma con molta discrezione ed eleganza.
Ma è in bocca che si apre un nuovo mondo: c’è frutto, buono e succoso, poi, subito, il vino si allarga su note fresche, speziate e leggermente minerali, il tannino è fitto e la sua presenza, assolutamente ben percettibile, non disturba la progressione verso un finale lungo che lascia la voglia di un secondo assaggio. L’equilibrio dei componenti e l’eleganza sono eccellenti. Forse mancherà anche qualcosa in termini di complessità per farne un vino da grandi premi, ma la sua piacevolezza è eccezionale, così come lo è il rapporto qualità prezzo (sui 35 euro, più o meno).


