Il nostro commento sulle Guide
Con questo primo articolo avviamo la rubrica denominata il commento. A curarla un caro amico, molto competente in materia al quale spero presto si aggiungerà un altro nome importante nel mondo del vino. Venite a scoprirla RG
Edizione numero 19 della Guida Vini d’Italia 2006 del Gambero Rosso Slow
Food Editore: più di 25.000 vini assaggiati, un centinaio di degustatori
divisi in trenta commissioni, 246 vini premiati con i celebri “Tre
Bicchieri”.
Questi i numeri fondamentali della Guida, che, al momento, resta la più diffusa su tutto il territorio nazionale. Scendendo nei dettagli, la prima cosa che salta all’occhio e che è stata immediatamente ripresa da una stampa a dir poco frettolosa, è che il Piemonte è in testa alla classifica dei premiati con 56 tre bicchieri, mentre la Toscana si piazza al secondo posto con 42. Che significato ha questo risultato? Si può concludere, come alcuni hanno fatto, che i vini Toscani attraversano un periodo di recessione e che il Piemonte sopravanza tutti in termini di qualità?
Prima di arrivare ad una conclusione del genere, è innanzitutto necessario esaminare di che cosa esattamente stiamo parlando.
La Guida prende in esame tutti i vini che escono in commercio durante l’anno in cui vengono effettuate le degustazioni. Così la Guida Vini 2006, recensisce i vini che sono usciti in commercio durante il 2005. Ma ogni DOC ha un proprio disciplinare, che, tra le altre cose, regolamenta anche il periodo di invecchiamento obbligatorio del vino e questi periodi di lenta maturazione in cantina non sono uguali per tutti.
Ecco quindi che nel 2005 vengono messi in commercio i Chianti Classico del 2003 e Riserva 2002, a Bolgheri i Bolgheri Superiore 2002 e Rossi 2003, a Montepulciano i Nobile 2002 e Riserva 2001, mentre a Montalcino troviamo i Brunello 2000 e riserva ’99. Per il Piemonte la DOC Barolo presentava il 2001 ed il Riserva 2000, mentre Barbaresco è uscito con i 2002 e molti 2001.
Per poter fare un raffronto serio sui risultati, occorre quindi partire su un’analisi attenta delle annate.
Il 2002 ed il 2003 in Toscana sono state due annate assolutamente difficili per il vino, anche se per motivi diametralmente opposti.
Il 2002 eccessivamente piovoso, ha provocato ingenti problemi sanitari per le uve e difficilissime maturazioni fenoliche. Si sono salvate solo poche aziende, situate in zone dal microclima più favorevole (vedi Val di Cornia) e che avevano ben lavorato in vigna, magari attuando una rabbiosa selezione delle uve a discapito della quantità prodotta.
Il 2003, invece, ha visto prevalere condizioni di clima torrido e siccitoso: le piante, entrate in stress idrico, hanno bloccato la maturazione degli acini, con la sola eccezione di quelle zone dotate di terreni freschi, con buone riserve idriche e ad altitudini più elevate. I vini sono risultati forse ancora più problematici dei 2002: sentori di marmellata e frutta cotta, ma con presenza di note vegetali, mancanza di eleganza e molta uniformità sono state le caratteristiche più frequenti relative ai vini 2003 finora presentati.
Il 2001 è stata invece una buonissima annata, a livello forse del 1999, mentre il 2000, anche se non eccezionale, resta comunque un buon millesimo, con addirittura qualche punta di eccellenza.
Per di più in Barbaresco, per quelle strane combinazioni di microclima di cui dicevamo, nel 2002 la vendemmia si è rivelata di buona, e, a volte, ottima qualità.
Ecco quindi che confrontare i risultati delle “vittorie” del Piemonte con quelle della Toscana senza tenere conto di questo approfondimento sulle annate, porta a conclusioni che possono, sì, far notizia, ma che hanno più la connotazione di rumors scandalistici, che non quella di informazione al cliente.
In parole povere, parafrasando un noto detto, “ha da venire il 2002 anche per il Piemonte”.
Detto questo, però, un fondo di preoccupazione per la vitivinicoltura Toscana rimane avvertibile e magari riusciamo anche a scovarlo tra le righe della Guida.
Il Piemonte, tanto per continuare il paragone con la regione più premiata, ma il discorso è valido anche altrove, è sinonimo di vitigni autoctoni, alcuni grandi, altri comprimari, ma pur sempre dotati di personalità e di una storia spesso lunga alle spalle.
Penso al nebbiolo di Barolo e Barbaresco con le ormai secolari parcellizzazioni in sorì e bricchi, che tanto ricordano il concetto francese di Cru. Ma anche a vitigni minori (tralasciando gli ottimi barbere e dolcetti) come la freisa, il grignolino, per non parlare della pelaverga di Verduno, sottile e speziata, calda e avvolgente, per la quale confesso di nutrire una particolare predilezione.
Toscana significa invece innanzitutto sangiovese (grosso a Montalcino e Montepulciano, piccolo nel Chianti, ma sempre sangiovese), poi Super Tuscans (magari assurti al rango di DOC) con il Bolgherese in testa.
E qui il discorso si complica. Non voglio parlare di tradizionalisti e modernisti, di integralisti della botte grande e barricadieri, che comunque sono presenti in Piemonte, come in ogni altra parte del Bel Paese.
Parlerei piuttosto di un’entità indistinta qual è quella del sangiovese, che, pur con qualche secolo di storia alle spalle, non è riuscito a compiere la stessa operazione del nebbiolo.
Un Chianti Classico è tale, sia che provenga da San Casciano, sia che provenga da Castelnuovo Berardenga, un Brunello è tale sia che origini al Greppo, sia che le vigne si trovino a Sant’Angelo in Colle, in condizioni pedoclimatiche completamente differenti, senza che dal punto di vista normativo ci sia la benché minima caratterizzazione o l’individuazione, ufficiale o ufficiosa che sia, di microzone di eccellenza.
Il discorso è poi complicato dal fatto che, andando ad assaggiare molti di questi vini, ci si chiede quale sia quel sangiovese utilizzato e che rende i vini forti e dà omologazione dei gusti.
Omologazione che si trova sempre più presente anche in molti dei nuovi ingressi, DOC, IGT o supertuscan che siano, delle zone di produzione della costa, Maremma (alta e bassa) in testa.
Qui sono i vitigni francesi a dominare ed il rischio di omologazione è fortissimo. Se non si lascia parlare il territorio, se si interviene con pratiche di cantina che snaturano completamente l’essenza della zona, si ottengono soltanto vini fotocopia, magari esenti da difetti, ma difficilmente distinguibili dai loro simili internazionali, comunque privi di personalità e pertanto di difficilissima collocazione sul già problematico mercato attuale.
Questo avviene, oltretutto, in piena controtendenza con il ritorno, almeno conclamato, nel panorama enologico nazionale, a vini meno concentrati e legnosi, vini più rispettosi del vero equilibrio della vigna, ottenuti con meno chimica e più rispetto della natura.
La Toscana, in parole povere, sta correndo dei seri rischi d’identità , rischi di cui dovrebbero farsi carico in prima persona i Consorzi, i quali però, vuoi perché la loro costituzione è in certi casi troppo complessa e litigiosa, vuoi perché in altri casi la consistenza del corpo sociale è troppo scarna per poter attuare un minimo di operatività, non riescono a portare avanti un serio programma di definizione qualitativa del prodotto.
Fatta questa lunghissima, ma necessaria premessa, vediamo di esaminare più da vicino i risultati dei“toscani” nella Guida, senza però riportare uno per uno i nomi dei tre bicchieri, cosa che ognuno può fare agevolmente per proprio conto, ma cercando i punti che più hanno convinto e quelli che invece sono risultati di difficile comprensione.
Montalcino, grazie al gioco della annate, la fa da padrone con ben 15 vini premiati ed un grande ritorno, quello della storica Biondi Santi, che dopo anni di appannamento, si riposiziona su livelli di eccellenza, con un vino nel pieno rispetto del più puro classicismo. Bene anche il più innovativo Cerretalto di Casanova di Neri. Meno bene, a proposito di omologazione del gusto, l’aver preferito a due tra i migliori vini presentati quest’anno, come i Brunello 2000 di Cerbaiona (veramente grande) e di Siro Pacenti, altri campioni di concentrazione, superdotati di colore e possanza straordinari (Casanuova delle Cerbaie, Castelgiocondo, Centolani, tanto per non far nomi), ma francamente avulsi da quel discorso di caratterizzazione e aderenza al territorio di cui parlavamo.
Una descrizione come “colore impenetrabile, naso che ricorda la china, la liquirizia e la confettura di visciole” non mi sembra francamente che si attagli alla perfezione al DNA del Brunello.
Anche in zona Chianti fa piacere ritrovare alcuni nomi noti rientrare ai massimi livelli, sia tra le DOCG che tra gli IGT: un grande La Casuccia 01 del Castello di Ama, i Sodi di San Niccolò 01 del Castellare di Castellina, il Vigna del Sorbo Ris. 01 di Fontodi, il maestro Raro 01 di Felsina. Conferme per il Cepparello 01 di Isole e Olena, per il D’Alceo 03 del Castello dei Rampolla. Qualche dubbio, invece sullo stile del Siepi 03 di Fonterutoli e su un’internazionale Chianti Classico Riserva 01 del Molino di Grace.
Buoni risultati anche per l’aretino, con il Cortona Il Bosco 03 dei Tenimenti D’Alessandro, e con il Tenuta di Trinoro 03. Bene Montepulciano, che, vista l’assenza di numerosi 2002, presenta un grande Nobile come il Nocio dei Boscarelli 01, un monumentale Le Stanze 03 di Poliziano ed un Vin Santo Occhio di Pernice 93 di Avignonesi, ormai un classico nella sua rara tipologia.
E veniamo, infine, alla Costa, che nel cuor ci sta.
In Pisa spiccano i tre bicchieri ottenuti dal Nambrot 03 della Tenuta di Ghizzano, mentre a sud è la Fattoria Le Pupille con il Saffredi 03 ad ottenere il massimo riconoscimento.
Poche le soddisfazioni per i Bolgheresi con i soli Sassicaia 02, Ornellaia 02 e Magari 03 di Cà Marcanda a tenere alto il blasone della piccola enclave, mentre per la Val di Cornia è il Redigaffi 03 di Tua Rita a far dimenticare le condizioni siccitose e le difficoltà dell’annata. Come “premi di consolazione” sono da segnalare i 2 bicchieri colorati (riconoscimento dato ai finalisti della selezione tre bicchieri, che non hanno raggiunto il massimo traguardo), assegnati al Bolgheri Rosso Il Bruciato 02 di Guado al Tasso, ad un buon Guidalberto 03 della Tenuta San Guido, al Grattamacco Bolgheri Superiore 02 nonché al Grattamacco Bolgheri Bianco 03 (miglior risultato di sempre per questa tipologia). In Val di Cornia ottengono i due bicchieri colorati Lorella Ambrosini, con il Riflesso Antico 03, il Sassobucato 03 di Russo, il Syrah 03 di Tua Rita, e, per finire, Petricci e Del Pianta con l’aleatico Stillo 04.
Magri i risultati per la zona di Montescudaio, e magrissimi quelli dell’Elba, zone, queste, ingiustamente maltrattate in considerazione soprattutto dell’impegno profuso negli ultimi anni, impegno nella direzione della ricerca di vini caratteriali con pieno rispetto del territorio.
Fanno dispiacere alcune esclusioni, fra le quali spicca quella de La Regola di Riparbella, sicuramente al di sopra del livello qualitativo di molte altre aziende che pure hanno trovato spazio in guida, e quella di Poggio Gagliardo, un riferimento storico di fondamentale importanza per la zona.
In Val di Cornia si notano le assenze del Podere San Luigi, che pure con il suo Fidenzio possedeva un curriculum di tutto rispetto, e de Il Falcone, che da alcuni anni ha intrapreso la via di un profondo rinnovamento.
Cancellare l’Elba non significa solo fare una critica a produzioni di vini bianchi e rossi di livelli magari non eccelsi, ma comunque sulla via di un netto miglioramento e di livelli qualitativi pur sempre accettabili, ma vuol dire soprattutto gettare un colpo di spugna su una delle produzioni più interessanti di tutta l’enologia italiana.
Quell’aleatico passito per il quale i produttori hanno sacrificato sforzi e risorse, risollevando l’immagine di un prodotto decaduto negli anni sessanta e settanta a livello infimo a causa di disinvolti commercianti, quell’aleatico che ha ormai raggiunto una piacevolezza riconosciuta da critici e pubblico, ebbene quell’aleatico è praticamente scomparso in un oblio che non si capisce a chi o a che cosa possa giovare.
Speriamo che si tratti di una sfortunata serie di sviste e che, in futuro, sia possibile ovviare a queste sbavature, che, purtroppo, piccole non sono.
Per ora limitiamoci a festeggiare i nostri Tre Bicchieri, pochi ma buoni.
PV
Questi i numeri fondamentali della Guida, che, al momento, resta la più diffusa su tutto il territorio nazionale. Scendendo nei dettagli, la prima cosa che salta all’occhio e che è stata immediatamente ripresa da una stampa a dir poco frettolosa, è che il Piemonte è in testa alla classifica dei premiati con 56 tre bicchieri, mentre la Toscana si piazza al secondo posto con 42. Che significato ha questo risultato? Si può concludere, come alcuni hanno fatto, che i vini Toscani attraversano un periodo di recessione e che il Piemonte sopravanza tutti in termini di qualità?
Prima di arrivare ad una conclusione del genere, è innanzitutto necessario esaminare di che cosa esattamente stiamo parlando.
La Guida prende in esame tutti i vini che escono in commercio durante l’anno in cui vengono effettuate le degustazioni. Così la Guida Vini 2006, recensisce i vini che sono usciti in commercio durante il 2005. Ma ogni DOC ha un proprio disciplinare, che, tra le altre cose, regolamenta anche il periodo di invecchiamento obbligatorio del vino e questi periodi di lenta maturazione in cantina non sono uguali per tutti.
Ecco quindi che nel 2005 vengono messi in commercio i Chianti Classico del 2003 e Riserva 2002, a Bolgheri i Bolgheri Superiore 2002 e Rossi 2003, a Montepulciano i Nobile 2002 e Riserva 2001, mentre a Montalcino troviamo i Brunello 2000 e riserva ’99. Per il Piemonte la DOC Barolo presentava il 2001 ed il Riserva 2000, mentre Barbaresco è uscito con i 2002 e molti 2001.
Per poter fare un raffronto serio sui risultati, occorre quindi partire su un’analisi attenta delle annate.
Il 2002 ed il 2003 in Toscana sono state due annate assolutamente difficili per il vino, anche se per motivi diametralmente opposti.
Il 2002 eccessivamente piovoso, ha provocato ingenti problemi sanitari per le uve e difficilissime maturazioni fenoliche. Si sono salvate solo poche aziende, situate in zone dal microclima più favorevole (vedi Val di Cornia) e che avevano ben lavorato in vigna, magari attuando una rabbiosa selezione delle uve a discapito della quantità prodotta.
Il 2003, invece, ha visto prevalere condizioni di clima torrido e siccitoso: le piante, entrate in stress idrico, hanno bloccato la maturazione degli acini, con la sola eccezione di quelle zone dotate di terreni freschi, con buone riserve idriche e ad altitudini più elevate. I vini sono risultati forse ancora più problematici dei 2002: sentori di marmellata e frutta cotta, ma con presenza di note vegetali, mancanza di eleganza e molta uniformità sono state le caratteristiche più frequenti relative ai vini 2003 finora presentati.
Il 2001 è stata invece una buonissima annata, a livello forse del 1999, mentre il 2000, anche se non eccezionale, resta comunque un buon millesimo, con addirittura qualche punta di eccellenza.
Per di più in Barbaresco, per quelle strane combinazioni di microclima di cui dicevamo, nel 2002 la vendemmia si è rivelata di buona, e, a volte, ottima qualità.
Ecco quindi che confrontare i risultati delle “vittorie” del Piemonte con quelle della Toscana senza tenere conto di questo approfondimento sulle annate, porta a conclusioni che possono, sì, far notizia, ma che hanno più la connotazione di rumors scandalistici, che non quella di informazione al cliente.
In parole povere, parafrasando un noto detto, “ha da venire il 2002 anche per il Piemonte”.
Detto questo, però, un fondo di preoccupazione per la vitivinicoltura Toscana rimane avvertibile e magari riusciamo anche a scovarlo tra le righe della Guida.
Il Piemonte, tanto per continuare il paragone con la regione più premiata, ma il discorso è valido anche altrove, è sinonimo di vitigni autoctoni, alcuni grandi, altri comprimari, ma pur sempre dotati di personalità e di una storia spesso lunga alle spalle.
Penso al nebbiolo di Barolo e Barbaresco con le ormai secolari parcellizzazioni in sorì e bricchi, che tanto ricordano il concetto francese di Cru. Ma anche a vitigni minori (tralasciando gli ottimi barbere e dolcetti) come la freisa, il grignolino, per non parlare della pelaverga di Verduno, sottile e speziata, calda e avvolgente, per la quale confesso di nutrire una particolare predilezione.
Toscana significa invece innanzitutto sangiovese (grosso a Montalcino e Montepulciano, piccolo nel Chianti, ma sempre sangiovese), poi Super Tuscans (magari assurti al rango di DOC) con il Bolgherese in testa.
E qui il discorso si complica. Non voglio parlare di tradizionalisti e modernisti, di integralisti della botte grande e barricadieri, che comunque sono presenti in Piemonte, come in ogni altra parte del Bel Paese.
Parlerei piuttosto di un’entità indistinta qual è quella del sangiovese, che, pur con qualche secolo di storia alle spalle, non è riuscito a compiere la stessa operazione del nebbiolo.
Un Chianti Classico è tale, sia che provenga da San Casciano, sia che provenga da Castelnuovo Berardenga, un Brunello è tale sia che origini al Greppo, sia che le vigne si trovino a Sant’Angelo in Colle, in condizioni pedoclimatiche completamente differenti, senza che dal punto di vista normativo ci sia la benché minima caratterizzazione o l’individuazione, ufficiale o ufficiosa che sia, di microzone di eccellenza.
Il discorso è poi complicato dal fatto che, andando ad assaggiare molti di questi vini, ci si chiede quale sia quel sangiovese utilizzato e che rende i vini forti e dà omologazione dei gusti.
Omologazione che si trova sempre più presente anche in molti dei nuovi ingressi, DOC, IGT o supertuscan che siano, delle zone di produzione della costa, Maremma (alta e bassa) in testa.
Qui sono i vitigni francesi a dominare ed il rischio di omologazione è fortissimo. Se non si lascia parlare il territorio, se si interviene con pratiche di cantina che snaturano completamente l’essenza della zona, si ottengono soltanto vini fotocopia, magari esenti da difetti, ma difficilmente distinguibili dai loro simili internazionali, comunque privi di personalità e pertanto di difficilissima collocazione sul già problematico mercato attuale.
Questo avviene, oltretutto, in piena controtendenza con il ritorno, almeno conclamato, nel panorama enologico nazionale, a vini meno concentrati e legnosi, vini più rispettosi del vero equilibrio della vigna, ottenuti con meno chimica e più rispetto della natura.
La Toscana, in parole povere, sta correndo dei seri rischi d’identità , rischi di cui dovrebbero farsi carico in prima persona i Consorzi, i quali però, vuoi perché la loro costituzione è in certi casi troppo complessa e litigiosa, vuoi perché in altri casi la consistenza del corpo sociale è troppo scarna per poter attuare un minimo di operatività, non riescono a portare avanti un serio programma di definizione qualitativa del prodotto.
Fatta questa lunghissima, ma necessaria premessa, vediamo di esaminare più da vicino i risultati dei“toscani” nella Guida, senza però riportare uno per uno i nomi dei tre bicchieri, cosa che ognuno può fare agevolmente per proprio conto, ma cercando i punti che più hanno convinto e quelli che invece sono risultati di difficile comprensione.
Montalcino, grazie al gioco della annate, la fa da padrone con ben 15 vini premiati ed un grande ritorno, quello della storica Biondi Santi, che dopo anni di appannamento, si riposiziona su livelli di eccellenza, con un vino nel pieno rispetto del più puro classicismo. Bene anche il più innovativo Cerretalto di Casanova di Neri. Meno bene, a proposito di omologazione del gusto, l’aver preferito a due tra i migliori vini presentati quest’anno, come i Brunello 2000 di Cerbaiona (veramente grande) e di Siro Pacenti, altri campioni di concentrazione, superdotati di colore e possanza straordinari (Casanuova delle Cerbaie, Castelgiocondo, Centolani, tanto per non far nomi), ma francamente avulsi da quel discorso di caratterizzazione e aderenza al territorio di cui parlavamo.
Una descrizione come “colore impenetrabile, naso che ricorda la china, la liquirizia e la confettura di visciole” non mi sembra francamente che si attagli alla perfezione al DNA del Brunello.
Anche in zona Chianti fa piacere ritrovare alcuni nomi noti rientrare ai massimi livelli, sia tra le DOCG che tra gli IGT: un grande La Casuccia 01 del Castello di Ama, i Sodi di San Niccolò 01 del Castellare di Castellina, il Vigna del Sorbo Ris. 01 di Fontodi, il maestro Raro 01 di Felsina. Conferme per il Cepparello 01 di Isole e Olena, per il D’Alceo 03 del Castello dei Rampolla. Qualche dubbio, invece sullo stile del Siepi 03 di Fonterutoli e su un’internazionale Chianti Classico Riserva 01 del Molino di Grace.
Buoni risultati anche per l’aretino, con il Cortona Il Bosco 03 dei Tenimenti D’Alessandro, e con il Tenuta di Trinoro 03. Bene Montepulciano, che, vista l’assenza di numerosi 2002, presenta un grande Nobile come il Nocio dei Boscarelli 01, un monumentale Le Stanze 03 di Poliziano ed un Vin Santo Occhio di Pernice 93 di Avignonesi, ormai un classico nella sua rara tipologia.
E veniamo, infine, alla Costa, che nel cuor ci sta.
In Pisa spiccano i tre bicchieri ottenuti dal Nambrot 03 della Tenuta di Ghizzano, mentre a sud è la Fattoria Le Pupille con il Saffredi 03 ad ottenere il massimo riconoscimento.
Poche le soddisfazioni per i Bolgheresi con i soli Sassicaia 02, Ornellaia 02 e Magari 03 di Cà Marcanda a tenere alto il blasone della piccola enclave, mentre per la Val di Cornia è il Redigaffi 03 di Tua Rita a far dimenticare le condizioni siccitose e le difficoltà dell’annata. Come “premi di consolazione” sono da segnalare i 2 bicchieri colorati (riconoscimento dato ai finalisti della selezione tre bicchieri, che non hanno raggiunto il massimo traguardo), assegnati al Bolgheri Rosso Il Bruciato 02 di Guado al Tasso, ad un buon Guidalberto 03 della Tenuta San Guido, al Grattamacco Bolgheri Superiore 02 nonché al Grattamacco Bolgheri Bianco 03 (miglior risultato di sempre per questa tipologia). In Val di Cornia ottengono i due bicchieri colorati Lorella Ambrosini, con il Riflesso Antico 03, il Sassobucato 03 di Russo, il Syrah 03 di Tua Rita, e, per finire, Petricci e Del Pianta con l’aleatico Stillo 04.
Magri i risultati per la zona di Montescudaio, e magrissimi quelli dell’Elba, zone, queste, ingiustamente maltrattate in considerazione soprattutto dell’impegno profuso negli ultimi anni, impegno nella direzione della ricerca di vini caratteriali con pieno rispetto del territorio.
Fanno dispiacere alcune esclusioni, fra le quali spicca quella de La Regola di Riparbella, sicuramente al di sopra del livello qualitativo di molte altre aziende che pure hanno trovato spazio in guida, e quella di Poggio Gagliardo, un riferimento storico di fondamentale importanza per la zona.
In Val di Cornia si notano le assenze del Podere San Luigi, che pure con il suo Fidenzio possedeva un curriculum di tutto rispetto, e de Il Falcone, che da alcuni anni ha intrapreso la via di un profondo rinnovamento.
Cancellare l’Elba non significa solo fare una critica a produzioni di vini bianchi e rossi di livelli magari non eccelsi, ma comunque sulla via di un netto miglioramento e di livelli qualitativi pur sempre accettabili, ma vuol dire soprattutto gettare un colpo di spugna su una delle produzioni più interessanti di tutta l’enologia italiana.
Quell’aleatico passito per il quale i produttori hanno sacrificato sforzi e risorse, risollevando l’immagine di un prodotto decaduto negli anni sessanta e settanta a livello infimo a causa di disinvolti commercianti, quell’aleatico che ha ormai raggiunto una piacevolezza riconosciuta da critici e pubblico, ebbene quell’aleatico è praticamente scomparso in un oblio che non si capisce a chi o a che cosa possa giovare.
Speriamo che si tratti di una sfortunata serie di sviste e che, in futuro, sia possibile ovviare a queste sbavature, che, purtroppo, piccole non sono.
Per ora limitiamoci a festeggiare i nostri Tre Bicchieri, pochi ma buoni.
PV
Data di pubblicazione: 21/11/2005


