COSA PREFERISCONO LE DONNE (AMERICANE) ovvero: “Territorio alla riscossa!”
Già qui i responsabili marketing delle aziende hanno di che riflettere: il vino continua ad essere percepito, anche in un paese “giovane” come gli Stati Uniti, come una sostanza viva che crea emozioni, da sola o ancora meglio per rendere perfetto un buon pasto. Il messaggio comunicativo dovrà dunque basarsi sul perfezionamento delle conoscenze su questa bevanda, sul radicamento dell’abitudine a consumarla, evitando di enfatizzare il lato “fenomeno di moda” che, in quanto tale, può anche essere del tutto effimero.
Altra domanda: “quando scegliete di consumare vino, di preferenza?”.
Il 93% beve vino almeno una volta alla settimana.
La maggioranza (79,8%) ribadisce il concetto della preferenza “abbinamento con il cibo”, e quindi di regola ai pasti. Lo stereotipo secondo il quale gli americani prediligono vini muscolari, corpulenti, alcolici e carichi di legno perché il consumo avviene a piccole dosi fuori pasto, si sta piano piano modificando. Anche qui i produttori sono avvisati: giocare sull’abbinamento con il cibo significa ampliare di molto la gamma di tipologie sulle quali operare e quindi da poter offrire a quel mercato. Si tratta solo di fare una buona comunicazione formativa per spiegare al consumatore finale il migliore impiego di ogni prodotto. Ed a questo scopo l’interazione con la ristorazione locale appare sempre di più importante, anche se non semplice come investimento.
Il 67% beve vino alla fine della giornata per rilassarsi, ed il concetto di relax è molto personale. Possibile comunque utilizzare anche questa leva per insinuare quale può essere un buon vino rilassante, anche in base alla situazione ed alla stagione. Ad esempio solo il 5,8% beve vino come aperitivo: il coktail rimane il must per il pubblico statunitense, ma anche qui una dose di sana formazione ed indirizzo verso prodotti meno alcolici non potrebbe che portare giovamento al settore dei bianchi e delle bollicine.
Ancora: “nella scelta di un vino vi basate su precedenti esperienze o cercate qualcosa di nuovo?”.
Dietro un confortante 35% che si dichiara fedele a prodotti già conosciuti, c’è un bel 65% che dichiara di voler sperimentare qualcosa di nuovo. Considerando che il mondo del vino negli USA ruota in maggioranza intorno ai vini varietali, e vedremo nel prossimo quesito che un 68% sceglie il vino proprio in base al varietale, una risposta di questo tipo fa sperare che prima o poi questa tendenza si inverta. In effetti ormai tutti conoscono ed hanno degustato centinaia di etichette di vanilla and chocolate (americano per indicare lo chardonnay e il cabernet sauvignon pieni di legno). Syrah, Zinfandel, Viognier e Sauvignon Blanc imperano nelle carte dei vini. Ma la curiosità è femmina: cosa di meglio dunque che insinuare il dubbio che esista un mondo infinito di nuove sensazioni dietro il vino di territorio? Che esista qualche altro angolo di mondo, oltre a Bordeaux, dove si fanno grandissimi vini?
L’ultimo quesito recita: “quali fattori sono più importanti quando scegliete un vino?”
Dicevamo dello zoccolo duro del 68% che predilige il varietale. Probabilmente nessuno ancora ha spiegato a questi irriducibili, che il vino è un qualcosa di più complesso. Ma oltre ad agire sull’educazione del consumatore, è forse necessario sfatare un altro dei tabu dei consumatori (di qualsiasi oggetto di consumo) a stelle e strisce: il tabu del brand.
In un mercato così vasto ed influenzabile dai media, è ovvio che il messaggio proveniente dalla singola grande azienda sia percepibile in maniera molto più chiara e diretta. Siamo però in un mercato globale, un mercato che finora nessuno ha allenato a percepire le differenze. Un mercato che ritiene di aver inventato la pizza, non si mette di propria iniziativa a cercare di approfondire con che cosa sarebbe meglio farla, la pizza. No, basta che sia Pizza Hut, poi va tutto bene. E se le aziende di casa nostra non comprendono queste sfumature, se non si convincono che è l’ora di fare rete tra vicini di casa (o di territorio), i loro competitors naturali saranno le grandi multinazionali del tipo Diageo o Constellation Brand: auguri! E se si considera che il secondo motivo di scelta è il prezzo, auguri doppi!
Per fortuna, però, ci sono altre risposte molto confortanti e che ci fanno sperare in un futuro migliore: la terza ragione di scelta è proprio il luogo d’origine del vino. Ben il 38,5% si preoccupa della provenienza, ed è un dato da non trascurare. Significa che un seme di cultura vinicola è stato piantato e sta germogliando: sta a noi (europei, italiani, toscani, bolgheresi) innaffiarlo e concimarlo adeguatamente concentrando le forze su di una campagna di comunicazione formativa
mirata a fidelizzare il consumatore attraverso la sua conoscenza approfondita del bene di consumo.
Ricordiamoci che solo il 4% ha indicato nel packaging e nell’etichetta il motivo di scelta.
Paolo Valdastri
www.corrieredelvino.it


