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Ma quante belle DOC...

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Anche se la primavera tarda a mostrare i suoi effetti, nel Bel Paese e' tutto un fiorire di nuove agguerrite DOC e promettenti IGT, dai nomi a volte fantasiosi. Solo nel ristretto territorio pisano-livornese sono fresche di nomina la DOC Terratico di Bibbona e la IGT Montecastelli, mentre rumors danno per certa l’intenzione di promuovere una nuova IGT Costa Toscana. di Paolo Valdastri

Al di la' delle euforie che le novita' sempre suscitano e della facile comunicazione locale dell’evento, viene spontaneo chiedersi quali sono le prospettive nel lungo periodo per questi Vini di Qualita' Prodotti in Regioni Determinate (VQPRD), quando queste regioni sono pressoche' indecifrabili per un normale straniero e quando la qualita' dei vini e, soprattutto, il loro stile e' tutto da costruire.
Con questo voglio intanto dire che, se i politici locali hanno ben ragione di fare festa e suonare la grancassa, perche' dimostrano di aver ottenuto un risultato tangibile, questo risultato e' molto meno acquisito per i produttori. Per loro il cammino e' solo all’inizio di una lunga e ripida salita.

 A COSA SERVE UNA DOC (O DOCG)

Non voglio annoiare nessuno ripetendo che cos’e' una DOC, come funziona e quali sono i requisiti di un disciplinare. Chi legge questo articolo sara' sicuramente persona informata dei fatti, per cui passo direttamente ad alcune considerazioni.
La DOC definisce l’origine di un vino e prescrive, attraverso il disciplinare, alcune regole da rispettare al fine di ottenere un vino di qualita': appunto la Q del VQPRD di cui sopra.

L’ORIGINE: durante il convegno su DOC e Territorio, organizzato dalla Facolta' di Agraria dell’Universita' di Pisa in occasione di Pisa Vini, un funzionario dei NAS ha lanciato un grido d’allarme relativo a grossi quantitativi di vino cileno destinati a “nobilitare” vini toscani di alta gamma. Questi quantitativi transitano regolarmente dal porto di Livorno. Guarda com’e' strana la vita! Io sono livornese ed ho moltissimi amici che lavorano sul porto: proprio quattro anni fa mi fu chiesta una consulenza sullo stesso argomento. Il che significa che questi traffici non sono una cosa sporadica, ne' una novita', ma che vanno avanti da almeno quattro anni.

Mi direte: ok , chissa' mai dove andra' a finire questo vino, magari in qualche poco conosciuto IGT destinato al Ruanda. Non c’e' comunque di che consolarsi, anche perche' molti ricorderanno il servizio di Reporter su RAI3, dove grandi cisterne di vini sudisti vagavano sotto gli sguardi divertiti di un direttore di grande consorzio. Saranno noti a tutti i recenti casi che hanno coinvolto importanti produttori toscani e di cui la stampa ha riportato tutti i dettagli del caso, anch’essa amplificandone la portata, e sempre con il risultato di danneggiare gravemente l’immagine ed il nome stesso della Toscana.
Prima conclusione: il controllo dell’origine e' in pratica, per ora, un optional e di conseguenza avere o meno una DOC rischia di finire per non costituire un plus per il consumatore.

LA QUALITA’: un vino DOC deve passare all’esame di un’apposita commissione di esperti controllori che ne controllano la rispondenza al disciplinare (in parole povere: assenza di gravi difetti). Un vino DOCG deve sottostare ad esami piu' severi che ne attestino anche la qualita'. Questi gli enunciati, come sempre roboanti, dei disciplinari. Invece in pratica cosa succede? Succede semplicemente che la figura del controllore e quella del controllato coincidono perfettamente. Li avete mai letti gli elenchi dei componenti le commissioni? Sono, pari pari, gli stessi enologi e gli stessi produttori della zona che si deve controllare, che assaggiano i loro stessi vini e solo raramente e' consentita qualche intrusione di assaggiatori “amatoriali” pero' con poca possibilita' di influire sul giudizio finale.

Risultato? Nel migliore dei casi potrete trovarvi di fronte a bottiglie di cabernet, merlot e sangiovese che non hanno la minima differenza gustativa ed olfattiva tra l’uno e l’altro vitigno dichiarato in etichetta. Nel peggiore? Volete divertirvi ad assaggiare una nutrita serie di vini a DOCG dagli odori problematici e dai sapori sconvolgenti? Chiamatevi e vi esaudiro', con tanto di nomi e cognomi. Stupido!, mi dira' quel produttore di turno, non l’hai capito che quella e' tipicita', che il vino cosi' fatto fa parte delle nostre tradizioni? Scusa, produttore, ma di quella tipicita' e di quelle tradizioni io ne faccio volentieri a meno.
E allora: seconda conclusione. Che garanzia di qualita' in piu' mi da' la DOC, o, peggio ancora, la DOCG?

A questo punto e' bene fare una pausa e parlare anche in positivo: non vorrei che qualcuno cominciasse a pensare seriamente di darsi a bevande alternative. Birra o sake', the' o caffe', ultimamente si sono create un seguito di accoliti nient’affatto trascurabile.
Fortunatamente esiste una maggioranza assoluta di produttori seri e motivati, intenzionati a mettere in atto tutti gli sforzi possibili per creare un prodotto pienamente rispettoso del territorio. Basta andare in una buona enoteca ed approfittare del lavoro di selezione operato dal titolare e seguire i suoi consigli per scoprire bottiglie di grande valore e qualita' cristallina. Ma non tutti sono cosi' avveduti e poi (e' gia' finita la pausa positiva?) c’e' un’ulteriore riflessione da fare.

LA DOC E’ UNO STRUMENTO DI MARKETING?

Ma certamente! Come possono esserci dubbi? Basta pensare alla forza evocativa di certi nomi quali Bordeaux, Borgogna, Champagne, ma anche Barolo, Brunello e pochi altri, perche', malauguratamente, l’elenco non e' poi cosi' lungo.

Vi sarete gia' accorti che non ho nominato il Chianti. Purtroppo scontiamo una serie di azioni dissennate compiute in un non lontano passato, come, ad esempio, i fiaschi e  le bottiglie con contenuti improbabili che hanno invaso i mercati esteri e  i ristoranti italiani all’estero, negli anni 70 e 80, creando un’immagine dei vini toscani quali vini da pizzeria. Immagine che e' tuttora viva (e ne ho numerose esperienze dirette), cosi' come sono vive etichette assurde e assurdi vini sugli scaffali dei rivenditori stranieri, senza che si sia capaci di intraprendere azioni forti in grado di emarginarli.

Ma, a parte questo e altri pochi casi particolari, i problemi sono ben altri.
Quali sforzi di comunicazione e quanti investimenti in marketing sara' necessario mettere in atto, ad esempio, per far conoscere al mondo le qualita' dei vini Terratico di Bibbona? Una cifra notevole, pur mettendo in campo i prodotti che saranno sicuramente di alto livello di aziende, tanto per non far nomi, come Campo di Sasso di Lodovico e Piero Antinori, come Frescobaldi a Collesalvetti, o Gaja, o Allegrini, sempre a Bibbona.

E se, come sembra molto probabile, nessuno di questi rivendichera' la DOC, da quali basi partiremo per promuovere i vini Terratico? Non me ne vogliano gli altri simpatici e volonterosi produttori di Nugola, Rosignano, Cecina e Bibbona, ma non mi sembra che ci sia un panorama di etichette in grado di emozionare il mondo. Ho preso ad esempio la realta' attualmente a me piu' vicina, ma potrei citare qualche altro centinaio di DOC nelle stesse condizioni.
E non e' che i disciplinari aiutino molto in questo senso.
In termini di definizione dei territori atti a produrre vini di qualita' ed in termini di qualita' stessa dei vini, siamo un paese ancora molto giovane. A parte quei pochi nomi di Doc sopra ricordati, la rivoluzione enologica, in Italia, si potrebbe far cominciare con l’avvento dell’era dei super tuscan, quindi fine anni 70. E certamente 36 anni in confronto a molte centinaia di anni di esperienza vantate dai vini francesi o tedeschi (a quelli che storcono la bocca a questa affermazione dedichero' un prossimo commento) sono veramente pochi per poter avere certezze.

 Di conseguenza molti disciplinari sono stati e sono tuttora conformati senza riferimenti di sorta a presunte tipicita' che spesso neanche esistono, e contengono molti gradi di liberta' in maniera tale da poter originare un grande numero di tipologie, alcune basate sui vitigni autoctoni del luogo, altre su vitigni internazionali. Una specie di libera sperimentazione in attesa di arrivare, dopo i molti anni che la vite ed ilvino richiedono, ad una definizione di uno stile preciso e ben definito, in grado da poter essere comunicato piu' facilmente nel mercato globale, ma anche sullo stesso mercato locale.
Insomma un po’ il percorso che e' stato tratteggiato da Bolgheri, dove il cabernet (sauvignon e franc), ed il merlot si sono cosi' ben inseriti nel territorio da poter dare origine a vini che possono, senza tema di smentita, essere definiti vini di territorio, dove questi vitigni hanno assunto un’espressione mediterranea di grande valore, cosi' come lo e' l’espressione atlantica nel bordolese degli stessi vitigni.
Fino a che questa integrazione tra vitigno e territorio non si materializza e si fa dato concreto e dimostrabile, e' impresa veramente ciclopica andare a comunicare un territorio sconosciuto, con vini altrettanto sconosciuti e senza uno stile definito.

COSA FARE ALLORA?


Poche cose, semplici da enunciare, semplici da realizzare, ma che, purtroppo, all’atto di essere tradotte in pratica, si trovano di fronte ad un muro insormontabile di avversita'. Far si' che le parole DOC e DOCG non siano semplici parole, ma dati di fatto seri e concreti.

Per tutti, noti e meno noti:

attuare un sistema di CONTROLLI che dovranno coinvolgere la VIGNA e la CANTINA. In un mercato globalizzato, dove l’omologazione del prodotto e' la parola d’ordine, una delle poche vie di fuga consiste nella forte caratterizzazione territoriale del vino e nel rispetto rigoroso di quelle (non molte in verita') regole dettate dai disciplinari. Adottare, insomma, una condotta operativa seria e rigorosa, soprattutto per quelli che sono i prodotti di punta della zona, sia che si tratti di prodotti di alta gamma a prezzi sostenuti, sia che si tratti di prodotti con buon rapporto qualita' prezzo.
Il tutto deve essere poi subordinato alla ricerca di uno stile riconoscibile del vino per quella zona, senza la qual cosa sara' molto difficile essere capiti dai consumatori. Se manca un riferimento preciso, se la DOC non evoca niente, il consumatore non cerca piu' il suo nome, ma il marchio del produttore e l’etichetta del vino.

Per i meno noti:
per chi e' all’inizio del cammino, occorre armarsi di molta pazienza ed umilta'. Accanto al lavoro serio di cui sopra, occorrera' preparare delle campagne di promozione graduali, commisurate alla risorse disponibili nella zona. Esistono DOC i cui consorzi di tutela rappresentano a mala pena una o due decine di produttori. Se si tiene presente che sara' necessario adeguarsi, prima o poi, alla legge cosiddetta “erga omnes”, per la quale i consorzi di tutela dovranno trasformarsi in controllori nei confronti di tutti i produttori, l’essere in pochi potrebbe anche voler dire non essere in grado di attuare questi controlli. Come conseguenza si rischierebbe di finire in mano a controllori estranei o addirittura concorrenti, ed ogni strategia di marketing correrebbe il rischio andare a rotoli in qualsiasi momento.

La CREAZIONE DI UN CONSORZIO FORTE, o addirittura un’aggregazione tra consorzi, dovrebbe costituire la necessaria premessa di ogni strategia di marketing che si decidesse di adottare.
Comunicare al mondo un’idea, una emozione, un sogno, in parole povere tutto cio' che il vino puo' evocare, deve corrispondere alla rigorosa attuazione di tutto cio' che si promette. Qualcosa di piu', magari, ma assolutamente niente di meno.

Data di pubblicazione: 01/04/2006
La commission agricoltura della regione in visita a Bolgheri
Il 9 giugno la seconda Commissione del Consiglio Regionale, ovvero quella che si occupa di agricoltura e sviluppo rurale, ha visitato il territorio di Bolgheri ed alcune aziende di produzione vitivinicola. La visita, concordata ed organizzata in collaborazione con il Consorzio di Tutela, ha avuto scopi puramente tecnici, al fine di permettere al Presidente Loris Rossetti e ad alcuni consiglieri tra i quali Enzo Brogi e Pier Paolo Tognocchi, di disporre di una visione approfondita della realtà produttiva locale e delle problematiche legate al settore vino.

Cari appassionati, parte oggi il giro tra i vini dell'arcipelago. Oggi voglio parlarvi dell'Isola del Giglio. Un' isola meravigliosa, aspra, viva che si accende in estate e si chiude in inverno custodita dai suoi fedeli abitanti.

Il termine “Lido” identifica un lembo di terra o spiaggia pianeggiante, parallelo alla costa, dove arrivano ad infrangersi le onde del mare. E’ ovvio che in una Penisola come la nostra bella Italia, di Lidi, se ne trovano una quantità a dir poco infinita. La definizione “Lido” apre, nell’immaginario comune, scenari di luoghi accoglienti e vacanzieri, ricchi di ombrelloni e di ogni qualsivoglia piacevole intrattenimento. Tanto è vero ciò che, sulle grandi e lussuose navi da crociera, il luogo all’aperto dove sono ubicate le piscine con le annesse attrezzature ludiche si chiama “Ponte Lido”.
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