La quinta edizione della Guida vini dell'Espresso
La Guida Vini d’Italia de L’Espresso giunge alla sua quinta edizione e si conferma come una tra le più diffuse, seguite ed autorevoli guide in un settore che comincia a pullulare di pubblicazioni destinate ad orientare le scelte del grande numero di appassionati del settore. Nelle intenzioni del direttore Enzo Vizzari e dei curatori, Ernesto Gentili e Fabio Rizzari, la guida si basa su pochi, ma chiari e precisi assiomi. di Paolo Valdastri
Il primo di questi ci riempie di speranza, ammesso che le previsioni
dell’IWSR (International Wine and Spirit Record) si avverino: il mercato
dei vini di alta qualità non è in crisi, ma è destinato, nei prossimi tre
anni, a subire un incremento del 18%, contro un 3,1% dei vini di prezzo
moderato.
E’ la qualità, dunque, intesa nel suo senso più puro e rigoroso, senza alcun cedimento, che i nostri curatori, ricercano nel mare magno dei vini prodotti nelle centinaia di zone vocate sparse in tutta Italia, ed è una qualità che affonda le sue radici soprattutto nella personalità del vino, nel suo legame con il territorio, nella non imitabilità dello stile.
Il contrario della tendenza all’omologazione di stile internazionale introdotta con i vini del nuovo mondo, ma che spesso si riscontra anche nei nostri vini. Le rincorse all’iperconcentrazione, al vino tutto frutto supermaturo sono sempre più frequenti, sia per desiderio di occhieggiare ai critici che prediligono questo stile, sia per colpa di qualche nuovo venuto che spera, così facendo, di bruciare le tappe del successo di mercato senza rispettare i normali tempi della natura, tempi troppo lunghi per la corrente concezione industriale del profitto.
Un piccolo, ma molto calzante esempio di questa linea di comportamento lo si ha esaminando alcuni casi specifici di vini di stile effettivamente personale e che può, ad un esame frettoloso, lasciare perplessi: Andrea Franchetti, con il Cincinnato 2003 della Tenuta di Trinoro, cesanese in purezza prodotto nello sperduto comprensorio intorno a Sarteano, si aggiudica l’eccellenza con il voto di 18/20, e ripete la prestazione in Sicilia, con l’altra azienda di sua proprietà, Passopisciaro, con l’omonimo vino ottenuto da nerello mascalese in purezza, che viene valutato 18,5/20.
E ancora il Moro del Moro, lambrusco da uve appassite prodotto da Paola Rinaldini a Sant’Ilario d’Enza (RE), che si aggiudica il punteggio di 18/20.
In altri casi, invece, la condivisione dei giudizi è piena e confortante: due nomi su tutti: il Brunello 2000 di Cerbaiona, uno dei migliori assaggi di quella zona a mio giudizio, però trascurato da molti altri, alla pari di quello di Franco Pacenti Canalicchio di Sopra.
Altra fondamentale caratteristica della guida è quella dell’attribuzione delle “stelle” alle aziende. Dopo due anni di riflessioni, le stelle ed il numero delle aziende “stellate” si è drasticamente ridotto.
Sono solo tre le stelle disponibili e per accedere alla classifica sono necessari caratteristiche molto precise:
o alto livello qualitativo;
o rappresentatività nel territorio o nella denominazione di riferimento;
o presenza di uno stile definito, riconoscibile e stabile nel tempo;
o serietà d’intenti, presenza di progetti qualitativi e dinamica imprenditoriali.
Caratteristiche che dovrebbero naturalmente già essere insite nel DNA di un produttore di vini di qualità, ma che invece spesso vengono a mancare per colpa di quella fretta e della ricerca di scorciatoie di cui sopra parlavamo.
Niente da dire, pertanto, sull’enunciazione dei curatori della guida: semmai c’è da augurarsi che essi riescano a trovare il tempo per controllare sul campo meticolosamente quanto richiedono, ma conoscendo i personaggi e la loro determinazione, è molto probabile che il lavoro venga svolto accuratamente fino in fondo.
Per la guida 2006 sono soltanto 12 le aziende che possono fregiarsi del massimo riconoscimento delle tre stelle e, tra queste, 5 sono piemontesi e 5 toscane. Qui Bolgheri fa la parte del leone, con 2 firme ormai storiche: Tenuta San Guido e Ornellaia, mentre Chianti, Montalcino e Montepulciano sono presenti con una ciascuno e cioè, rispettivamente, Castello di Ama, Siro Pacenti e Poliziano.
A titolo di cronaca, la parità fra le due regioni più blasonate d’Italia si ripete nella classifica 2 stelle: 15 per la Toscana e 14 per il Piemonte, ed in quella da 1 stella: 55 per il Piemonte e 52 per la Toscana.
Se invece della storia pluriennale delle aziende si prendono in considerazione i vini presentati, e cioè quelli che sono usciti in commercio nel 2005, la situazione cambia radicalmente. In parte la responsabilità è da attribuirsi alla differente condizione delle annate presentate: senza dubbio a favore del Piemonte l’uscita dei 2001, grandissimo millesimo, ricco di vini di spessore, razza e carattere cristallini, mentre per la Toscana erano in gioco i Brunello 2000, annata buona, ma non eccezionale, e, per Chianti e Bolgheri due annate problematiche come 2002 e 2003.
Ma a ben vedere non tutto è dovuto ai capricci meteorologici della natura. In effetti moltissimi sono i Brunello 2000 e Riserva 99, i Chianti Classico Riserva 2001, i Nobile Riserva 2001, che si sono fermati al di sotto della soglia dell’eccellenza, fissata ad un livello minimo di 18/20.
Rileggendo le “dichiarazioni d’intenti”, ovvero quelle che dovrebbero essere le linee guida del giudizio, viene spontaneo preoccuparsi per una prestazione dei toscani così ridimensionata e ridotta in termini non certo esaltanti. Non voglio ripetere quanto già detto nella presentazione della Guida del Gambero Rosso, ma è bene ribadire che certi atteggiamenti di sufficienza di un buon numero di produttori toscani dovranno essere rivisti in senso critico, perché è evidente che il richiesto vertice qualitativo del prodotto è ancora lontano da essere raggiunto, soprattutto se si segue il parametro della personalità e dell’aderenza al “terroir”.
E chi conosce a fondo i produttori langaroli, la loro dedizione, il loro impegno personale, direi quasi il loro integralismo e senso critico, capirà subito a che cosa mi riferisco.
Analizzando, per concludere, i risultati circoscritti alla sola costa toscana, troviamo altri spunti di notevole interesse.
Nell’introduzione relativa ad ogni regione, viene riportato un elenco dei “migliori acquisti”, ovvero di quei vini che hanno un ottimo rapporto tra qualità e prezzo. Ebbene, neppure uno dei vini “costieri” rientra in questo elenco, a meno di non voler considerare appartenenti alla costa aziende come Perazzeta con il suo Montecucco Alfeno 2003 o la Tenuta Roccaccia con lo chardonnay 2004.
Neppure la crisi di mercato, quindi, a parere della guida, riesce a calmierare un listino prezzi che anche in periodi di euforia appariva a volte poco ragionevolmente attestato su valori alti.
Esaminando i risultati dei vini di punta, un altro fenomeno degno di riflessione è quello del migliore piazzamento in classifica dei vini ad IGT rispetto a quelli a denominazione d’origine controllata.
Infatti gli unici “costieri” d’eccellenza (al di sopra dei 18/20) sono risultati il Masseto 2002 dell’Ornellaia (18/20) ed il nuovo Syrah 2003 di Tua Rita (18/20).
E ancora, tra le 4 bottiglie, cioè nella fascia tra 16,5/20 e 17,5/20, troviamo il Giusto di Notri 2003 di Tua Rita, il Riflesso Antico 2003 di Lorella Ambrosini, il Fidenzio 2002 di San Luigi, il Nardo 2003 di Montepeloso, il Redigaffi 2003 di Tua Rita, il Sasso Bucato 2003 di Russo, tutti riferiti alla zona Val di Cornia.
Per Pisa, invece, troviamo il Moro di Pava 2003 di Pieve de’ Pitti, il Reciso 2003 di Beconcini, e il Tassinaia 2002 del Castello del Terriccio.
Per Lucca il Fortino 2003 di Buonamico, e l’Esse 2003 della fattoria La Torre, entrambi di Montecarlo, e per la Maremma grossetana il Saffredi 2003 de Le Pupille, l’Avvoltore 2003 di Moris Farm, il Cupinero 2003 di Col di Bacche, il Finisterre 2003 di Poggio Argentiera, mentre Bolgheri è presente con il solo Paleo 2002 de Le Macchiole.
Un ottimo piazzamento, invece lo ottiene la zona del Candia-Colli Apuani, con una eccellente prestazione di Aurelio Cima (con il Gamo, la Massaretta , ed il Romalbo 2003) accompagnato da un personalissimo Terenzuola con la Merla della Miniera 2003, un bel rappresentante di quella categoria di vini non “parkerizzati” da uve autoctone e che invitano a bere anche il secondo (o terzo) bicchiere.
Vediamo invece che cosa è successo nel campo delle Denominazioni di Origine.
La DOC Bolgheri raggiunge i migliori risultati con Ornellaia e Sassicaia 2002, ma con un punteggio di 17/20 non sufficiente per entrare nell’”eccellenza”, mentre piacevoli sorprese vengono dai nuovi vini di Ambrogio Folonari, Campo al Mare 2003, dal Villa Donoratico 2003 dell’Argentiera, anch’essa al suo esordio, dalla conferma di Chiappini e Santini, rispettivamente con il Guado de’ Gemoli 2003 e Montepergoli 2003, dal ritorno a buoni livelli della Cipriana con lo Scopaio 2002. Lo stesso punteggio di 15,5/20 lo ottengono anche Guado al Tasso con il Bruciato 2002 e Grattamacco con il Bolgheri Superiore 2002.
Poco esaltante è il piazzamento della DOC Montescudaio, con quattro vini soltanto nella fascia 15-16/20, cioè tre bottiglie. La Regola piazza due vini, il nuovo Beloro 2001 e il Vallino 2003, Sorbaiano con un felice Rosso delle Miniere 2003 e Poggio Gagliardo con il Gobbo ai Pianacci 2001.
Stessa situazione per la DOC Val di Cornia con il Federico Primo 2003 di Gualdo del Re e con un buon Coldipietrerosse 2002 della Bulichella.
Meglio le Colline Lucchesi che ottengono 17/20 per il Tenuta di Valgiano 2002.
Sul dilemma DOC o IGT torneremo in una prossima occasione, poiché l’argomento richiede un’approfondita disamina.
In conclusione, per chi volesse divertirsi a fare confronti tra le guide, si può affermare che il panorama dei vini premiati è senz’altro coerente con i principi della guida e che qualche omissione c’è, ma in numero ragionevole, vista la forte selezione operata dai curatori.
Spetta al consumatore, a questo punto, provare, raffrontare, verificare e alla fine dare, lui stesso, il suo voto alla guida.
E’ la qualità, dunque, intesa nel suo senso più puro e rigoroso, senza alcun cedimento, che i nostri curatori, ricercano nel mare magno dei vini prodotti nelle centinaia di zone vocate sparse in tutta Italia, ed è una qualità che affonda le sue radici soprattutto nella personalità del vino, nel suo legame con il territorio, nella non imitabilità dello stile.
Il contrario della tendenza all’omologazione di stile internazionale introdotta con i vini del nuovo mondo, ma che spesso si riscontra anche nei nostri vini. Le rincorse all’iperconcentrazione, al vino tutto frutto supermaturo sono sempre più frequenti, sia per desiderio di occhieggiare ai critici che prediligono questo stile, sia per colpa di qualche nuovo venuto che spera, così facendo, di bruciare le tappe del successo di mercato senza rispettare i normali tempi della natura, tempi troppo lunghi per la corrente concezione industriale del profitto.
Un piccolo, ma molto calzante esempio di questa linea di comportamento lo si ha esaminando alcuni casi specifici di vini di stile effettivamente personale e che può, ad un esame frettoloso, lasciare perplessi: Andrea Franchetti, con il Cincinnato 2003 della Tenuta di Trinoro, cesanese in purezza prodotto nello sperduto comprensorio intorno a Sarteano, si aggiudica l’eccellenza con il voto di 18/20, e ripete la prestazione in Sicilia, con l’altra azienda di sua proprietà, Passopisciaro, con l’omonimo vino ottenuto da nerello mascalese in purezza, che viene valutato 18,5/20.
E ancora il Moro del Moro, lambrusco da uve appassite prodotto da Paola Rinaldini a Sant’Ilario d’Enza (RE), che si aggiudica il punteggio di 18/20.
In altri casi, invece, la condivisione dei giudizi è piena e confortante: due nomi su tutti: il Brunello 2000 di Cerbaiona, uno dei migliori assaggi di quella zona a mio giudizio, però trascurato da molti altri, alla pari di quello di Franco Pacenti Canalicchio di Sopra.
Altra fondamentale caratteristica della guida è quella dell’attribuzione delle “stelle” alle aziende. Dopo due anni di riflessioni, le stelle ed il numero delle aziende “stellate” si è drasticamente ridotto.
Sono solo tre le stelle disponibili e per accedere alla classifica sono necessari caratteristiche molto precise:
o alto livello qualitativo;
o rappresentatività nel territorio o nella denominazione di riferimento;
o presenza di uno stile definito, riconoscibile e stabile nel tempo;
o serietà d’intenti, presenza di progetti qualitativi e dinamica imprenditoriali.
Caratteristiche che dovrebbero naturalmente già essere insite nel DNA di un produttore di vini di qualità, ma che invece spesso vengono a mancare per colpa di quella fretta e della ricerca di scorciatoie di cui sopra parlavamo.
Niente da dire, pertanto, sull’enunciazione dei curatori della guida: semmai c’è da augurarsi che essi riescano a trovare il tempo per controllare sul campo meticolosamente quanto richiedono, ma conoscendo i personaggi e la loro determinazione, è molto probabile che il lavoro venga svolto accuratamente fino in fondo.
Per la guida 2006 sono soltanto 12 le aziende che possono fregiarsi del massimo riconoscimento delle tre stelle e, tra queste, 5 sono piemontesi e 5 toscane. Qui Bolgheri fa la parte del leone, con 2 firme ormai storiche: Tenuta San Guido e Ornellaia, mentre Chianti, Montalcino e Montepulciano sono presenti con una ciascuno e cioè, rispettivamente, Castello di Ama, Siro Pacenti e Poliziano.
A titolo di cronaca, la parità fra le due regioni più blasonate d’Italia si ripete nella classifica 2 stelle: 15 per la Toscana e 14 per il Piemonte, ed in quella da 1 stella: 55 per il Piemonte e 52 per la Toscana.
Se invece della storia pluriennale delle aziende si prendono in considerazione i vini presentati, e cioè quelli che sono usciti in commercio nel 2005, la situazione cambia radicalmente. In parte la responsabilità è da attribuirsi alla differente condizione delle annate presentate: senza dubbio a favore del Piemonte l’uscita dei 2001, grandissimo millesimo, ricco di vini di spessore, razza e carattere cristallini, mentre per la Toscana erano in gioco i Brunello 2000, annata buona, ma non eccezionale, e, per Chianti e Bolgheri due annate problematiche come 2002 e 2003.
Ma a ben vedere non tutto è dovuto ai capricci meteorologici della natura. In effetti moltissimi sono i Brunello 2000 e Riserva 99, i Chianti Classico Riserva 2001, i Nobile Riserva 2001, che si sono fermati al di sotto della soglia dell’eccellenza, fissata ad un livello minimo di 18/20.
Rileggendo le “dichiarazioni d’intenti”, ovvero quelle che dovrebbero essere le linee guida del giudizio, viene spontaneo preoccuparsi per una prestazione dei toscani così ridimensionata e ridotta in termini non certo esaltanti. Non voglio ripetere quanto già detto nella presentazione della Guida del Gambero Rosso, ma è bene ribadire che certi atteggiamenti di sufficienza di un buon numero di produttori toscani dovranno essere rivisti in senso critico, perché è evidente che il richiesto vertice qualitativo del prodotto è ancora lontano da essere raggiunto, soprattutto se si segue il parametro della personalità e dell’aderenza al “terroir”.
E chi conosce a fondo i produttori langaroli, la loro dedizione, il loro impegno personale, direi quasi il loro integralismo e senso critico, capirà subito a che cosa mi riferisco.
Analizzando, per concludere, i risultati circoscritti alla sola costa toscana, troviamo altri spunti di notevole interesse.
Nell’introduzione relativa ad ogni regione, viene riportato un elenco dei “migliori acquisti”, ovvero di quei vini che hanno un ottimo rapporto tra qualità e prezzo. Ebbene, neppure uno dei vini “costieri” rientra in questo elenco, a meno di non voler considerare appartenenti alla costa aziende come Perazzeta con il suo Montecucco Alfeno 2003 o la Tenuta Roccaccia con lo chardonnay 2004.
Neppure la crisi di mercato, quindi, a parere della guida, riesce a calmierare un listino prezzi che anche in periodi di euforia appariva a volte poco ragionevolmente attestato su valori alti.
Esaminando i risultati dei vini di punta, un altro fenomeno degno di riflessione è quello del migliore piazzamento in classifica dei vini ad IGT rispetto a quelli a denominazione d’origine controllata.
Infatti gli unici “costieri” d’eccellenza (al di sopra dei 18/20) sono risultati il Masseto 2002 dell’Ornellaia (18/20) ed il nuovo Syrah 2003 di Tua Rita (18/20).
E ancora, tra le 4 bottiglie, cioè nella fascia tra 16,5/20 e 17,5/20, troviamo il Giusto di Notri 2003 di Tua Rita, il Riflesso Antico 2003 di Lorella Ambrosini, il Fidenzio 2002 di San Luigi, il Nardo 2003 di Montepeloso, il Redigaffi 2003 di Tua Rita, il Sasso Bucato 2003 di Russo, tutti riferiti alla zona Val di Cornia.
Per Pisa, invece, troviamo il Moro di Pava 2003 di Pieve de’ Pitti, il Reciso 2003 di Beconcini, e il Tassinaia 2002 del Castello del Terriccio.
Per Lucca il Fortino 2003 di Buonamico, e l’Esse 2003 della fattoria La Torre, entrambi di Montecarlo, e per la Maremma grossetana il Saffredi 2003 de Le Pupille, l’Avvoltore 2003 di Moris Farm, il Cupinero 2003 di Col di Bacche, il Finisterre 2003 di Poggio Argentiera, mentre Bolgheri è presente con il solo Paleo 2002 de Le Macchiole.
Un ottimo piazzamento, invece lo ottiene la zona del Candia-Colli Apuani, con una eccellente prestazione di Aurelio Cima (con il Gamo, la Massaretta , ed il Romalbo 2003) accompagnato da un personalissimo Terenzuola con la Merla della Miniera 2003, un bel rappresentante di quella categoria di vini non “parkerizzati” da uve autoctone e che invitano a bere anche il secondo (o terzo) bicchiere.
Vediamo invece che cosa è successo nel campo delle Denominazioni di Origine.
La DOC Bolgheri raggiunge i migliori risultati con Ornellaia e Sassicaia 2002, ma con un punteggio di 17/20 non sufficiente per entrare nell’”eccellenza”, mentre piacevoli sorprese vengono dai nuovi vini di Ambrogio Folonari, Campo al Mare 2003, dal Villa Donoratico 2003 dell’Argentiera, anch’essa al suo esordio, dalla conferma di Chiappini e Santini, rispettivamente con il Guado de’ Gemoli 2003 e Montepergoli 2003, dal ritorno a buoni livelli della Cipriana con lo Scopaio 2002. Lo stesso punteggio di 15,5/20 lo ottengono anche Guado al Tasso con il Bruciato 2002 e Grattamacco con il Bolgheri Superiore 2002.
Poco esaltante è il piazzamento della DOC Montescudaio, con quattro vini soltanto nella fascia 15-16/20, cioè tre bottiglie. La Regola piazza due vini, il nuovo Beloro 2001 e il Vallino 2003, Sorbaiano con un felice Rosso delle Miniere 2003 e Poggio Gagliardo con il Gobbo ai Pianacci 2001.
Stessa situazione per la DOC Val di Cornia con il Federico Primo 2003 di Gualdo del Re e con un buon Coldipietrerosse 2002 della Bulichella.
Meglio le Colline Lucchesi che ottengono 17/20 per il Tenuta di Valgiano 2002.
Sul dilemma DOC o IGT torneremo in una prossima occasione, poiché l’argomento richiede un’approfondita disamina.
In conclusione, per chi volesse divertirsi a fare confronti tra le guide, si può affermare che il panorama dei vini premiati è senz’altro coerente con i principi della guida e che qualche omissione c’è, ma in numero ragionevole, vista la forte selezione operata dai curatori.
Spetta al consumatore, a questo punto, provare, raffrontare, verificare e alla fine dare, lui stesso, il suo voto alla guida.
Data di pubblicazione: 29/11/2005


