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I VINI DELLE TERRE DEL TARTUFO: NEBBIOLO E SANGIOVESE A CONFRONTO

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Le terre del tartufo sono anche grandi terroir vinicoli? È un teorema difficile da dimostrare. Alba e le Langhe sono uno degli esempi più fulgidi di questa convivenza, di una simbiosi che dalla terra si trasferisce alla tavola in maniera integrale. È interessante,quindi, studiare questo fenomeno e confrontare la sua applicabilità ad altre realtà, una delle quali è senz’altro quella di San Miniato. Grandi tartufi, quelli samminiatesi, ben conosciuti anche sui mercati internazionali, che però non trovano ancora un matrimonio consolidato con i vini di questo comune. Colpa di incomprensioni e contese di puro carattere toscano che non portano vantaggio a nessuno, ma anche di una certa mancanza di consapevolezza e di maturità da parte dei produttori.



Il tartufo è un prodotto della terra e specchio del territorio. Un tartufo marocchino, cinese o bosniaco è completamente diverso da un albese o da un san miniato o da un acqualagna. E tutte le imitazioni chimiche (olio al tartufo, formaggio al tartufo, burro al tartufo, tagliolini al tartufo, continua, continua...) sono facilmente individuabili da un consumatore minimamente evoluto.
Un vino, per essere grande come grande è il tartufo, deve intanto essere un vino di terroir, un vino derivante da un’uva, autoctona o alloctona che sia, ma che parli della terra che lo produce. Anche indipendentemente dalla qualità assoluta del vino. Un vino per il quale non si siano cercate scorciatoie verso una discutibile standardizzazione del gusto, scorciatoie di protocolli di cantina che lo abbiano trasformato in un ectoplasma capace di sopravvivere in compagnia di indistinti fratelli cileni, californiani o australiani, ma destinato a perdere la battaglia dei prezzi.
Con il nebbiolo l’emozione si finisce sempre per trovarla: al di là di interpretazioni più o meno moderniste, al di là di un legno magari leggermente invadente, o di un tannino ancora ruvido, l’anima di questo vitigno è in grado di emergere prepotentemente su tutto. Se le uve utilizzate provengono da un territorio determinato, ed i Piemontesi sono stati i primi in Italia ad adottare il criterio del singolo cru, il vino che ne risulta vi indicherà con precisione il codice postale, la località, la via e il numero civico del vigneto che lo ha prodotto. Ed in più vi terrà con il fiato sospeso ad ascoltare, dopo i profumi, la sua difficile distensione gustativa, fatta di equilibri taglienti di sapidità e acidità minerali, tannini rigorosi e calore alcolico. Perfetta e irripetibile nei grandissimi vini, ma sempre intrigante e caratteriale anche laddove il vino è “solo” grande o buono.
Al Palzzo Grifoni erano presenti sei vini a base Nebbiolo, e sei vini di San Miniato a base di sangiovese oppure in uvaggio.
Una degustazione molto interessante, soprattutto se interpretata come una presa di coscienza da parte dei produttori sanminiatesi nei confronti di una zona che ha più di 150 anni di esperienza nel vino di territorio.
Dodici vini degustati alla cieca: i primi sei da San Miniato, i secondi sei da Castiglione Falletto, Barbaresco, Monforte d’Alba, Barolo e Serralunga d’Alba.
Buoni progressi per la squadra di San Miniato, rispetto allo scorso anno, quando il confronto era esteso, oltre che a La Morra, ai vini dell’Orcia DOC.
Due i vini San Miniato che si sono staccati di una spanna sul gruppo e, guarda caso, gli unici due ad essere basati su sangiovese, con, al massimo, intervento di altri autoctoni locali. Due belle interpretazioni di un sangiovese non riconducibile a schemi di altri sangiovese toscani: austeri, seriosi, con profumi terrosi, ma densi e tesi, giustamente profondi. Vini (un 2004 e un 2005) ancora tutti da evolvere con  ulteriore maturazione in bottiglia, ma già degni di grandi piatti tartufati.
Altri tre vini molto buoni, un sangiovese con merlot e cabernet molto pulito e piacevole anche se non complesso. Poi un sangiovese con syrah e merlot, ed un sangiovese con merlot, entrambi con uno stile più internazionale, decisamente poco riconducibili al territorio, anche per un intervento un pò coprente del rovere.
Sul sesto vino giudizio sospeso: forse le bottiglie non erano in ordine.
La squadra piemontese si è presentata con alcuni vini che, almeno per i conoscitori, costituivano ghiotte attrazioni anche perché difficilmente reperibili presso i rivenditori toscani. Come è nella logica, i Barolo con nome di vigna sono stati i più gettonati dai critici presenti, ma anche il resto non ha assolutamente demeritato: grande rigore di esecuzione, pulizia, attenzione alle maturazioni, rispetto del territorio, anche quando la tentazione barricadiera non riesce a trattenersi.

ABBINAMENTO VINO TARTUFO.

Se dobbiamo seguire i dettami “scientifici” del metodo AIS di abbinamento, il tartufo è un apportatore di profumo  aroma, punto e basta. Per il resto comanda la preparazione. Il tartufo ha la sua massima esaltazione con l’uovo, con la fonduta, con i tajarin: tutti ingredienti che vorrebbero un grandissimo bianco ricco di profumi. Che ci azzecca quindi il Barolo? O il sangiovese?
Chiediamo chiarimenti agli amici langaroli, tante volte ci fosse sfuggita qualche preparazione con la carne!
La risposta è appassionata e decisa: l’unica carne che sta con il tartufo è la carne all’albeisa, ovvero una tartare, che però per accordarsi con il vino non deve vedere condimento con limone o aceto. Le carni cotte non vanno con il tartufo bianco: roba, casomai, da tartufo nero, da lasciare ai cugini francesi. Confermano: un bel paio di uova al tegamino nel burro, un bel piatto di tajarin, una toma o la fonduta costituiscono il non plus ultra per gustare il tartufo. E l’abbinamento? Barolo, Barolo e poi ancora Barolo. Provare per credere. E per tacitare la coscienza dei sommelier diciamo che si tratta di un “abbinamento di tradizione”.
San Miniato: forza! Sotto con il sangiovese! A cominciare dalla stracciatella sanminiatese con tartufo.

LA DEGUSTAZIONE

SAN MINIATO – San Miniato conta su circa 100 ha di vigneto che produce 400.000 bottiglie e un buon quantitativo di vino sfuso. Ha 47 etichette di Chianti DOCG, DOC San Torpé, e IGT Toscana. Il terreno: in alto troviamo terreni da fondali di epoca pliocenica con arenarie e argille ricche di fossili marini. In basso, la zona che degrada verso la pianura dell’Arno ha sedimenti sabbiosi limosi argillosi di origine fluviale e lacustre. Queste argille bianche sono molto difficili da lavorare ma danno consistenza e struttura ai vini.

FATTORIA COLLEBRUNACCHI – IGT Toscana POGGIO DEI CILIEGI 2005 – Sangiovese 60% Merlot 30% Cabernet S 10% - 12 mesi barrique. - Naso fruttato fresco pulito, lineare morbido e piacevole in bocca.
AGRISOLE – IGT Toscana ARGENTO VIVO 2005 – Sangiovese 70% e Cabernet S. 30%  fa 8 mesi di barrique di rovere francese e americano.
FATTORIA SAN QUINTINO – IGT Toscana LA FAGIANA 2005– Sangiovese 80% Merlot 20% fa 15 mesi di barrique. - Al naso presenta buoni sentori fruttati maturi. Al palato dimostra una buona consistenza, con un tannino un pò ruvido poco integrato con il rovere.
COSIMO MARIA MASINI – IGT Toscana COSIMO 2005 – Sangiovese e piccola percentuale di Bonamico. Biodinamico. Fermentazione naturale in tino aperto con follature frequenti e passaggio in legno piccolo. - Bei profumi di frutto nero, grafite, terra bagnata sentori balsamici. Profondo al palato, tannino austero ma maturo e preciso, slanciato. Può solo migliorare in bottiglia.
FATTORIA CAMPIGIANA – IGT Toscana IMPERATORE – Sangiovese 80% Syrah 10% Merlot10% - 15 mesi in barrique e un anno in bottiglia. – Profumi di frutto nero molto maturo, spezie e tostatura. Morbido e rotondo con tannino maturo compatto, manca di una luce propria occhieggia ad uno stile troppo standardizzato.
PIETRO BECONCINI – IGT Toscana RECISO – Sangiovese 100% da due cloni di cui uno aziendale. 18 mesi in barrique. – Austero e terroso al naso, con frutto nero maturo e spezie. Solido al palato con buon sviluppo su un tannino rigoroso ma dolce. Complesso e lungo.

VINI DI LANGA

PUGNANE F.LLI SORDO – CASTGLIONE FALLETTO – LANGHE NEBBIOLO DOC 2004 – Le uve provengono dalle vigne di Villero che è nella parte sud del comune di Castiglione. Geograficamente, ma non stilisticamente, è vicino al vigneto Rocche con il quale spesso si trova unito in blend. Villero è esposto a sud sud-ovest, con suolo moderatamente argilloso e compatto, con buone riserve idriche. Marne bianche grige e bluastre. Il vino ha profumi delicatamente floreali ed ha  struttura potente con tannino tagliente e grande sapidità appena domati dall’alcol. Bel carattere per un Langhe.

RONCHI  di Rocca Giancarlo – BARBARESCO – BARBARESCO DOCG 2004 – Il vigneto Ronchi è un sorì del mattino, ovvero esposto ad est sud-est. Altitudini non elevate e buona insolazione hanno come risultato una completa maturazione. Il vino fa un passaggio in barrique nuova. Molto intenso il naso con frutto rosso maturo, viola e un intervento del legno che lo rende quasi balsamico. In bocca ha acidità vibrante e tannino ancora ruvido, bel carattere scalpitante.

MONCHIERO – CASTIGLIONE FALLETTO – BAROLO DOCG ROCCHE 2004 – Monchiero possiede in Rocche un vigneto di 0,38 ha con il quale produce 2600 bottiglie. Il terreno, esposto a sud est a 300m, è magro di medio impasto sabbioso tendente al calcareo e fa parte delle arenarie di Diano. Ha uno zoccolo duro a un metro di profondità  che impedisce di trattenere acqua. Il vino di Rocche ha nel profumo la sua caratteristica peculiare ed in effetti il naso ha sentori intensi di rosa viola e menta. In bocca si sviluppa con leggerezza e decisione.

GUIDO PORRO – SERRALUNGA D’ALBA – BAROLO DOCG LAZZAIRASCO 2004 – L’azienda è nel cru Lazzarito di Serralunga. La parte inferiore del Lazzarito è tradizionalmente conosciuta con il nome di Lazzariasco o Lazzairasco. Siamo a 300-350 m con esposizione sud sud-est, in un angolo molto caldo e riparato dai venti. Il suolo fa parte delle formazioni di Lequio, marne bianche argillo-calcaree, più sciolto del Lazzarito, con granuli sabbiosi rossicci. Molto caratteriale già dai profumi floreali ma con influenze terrose e di goudron. Struttura slanciata molto elegante con bocca di grande pulizia, lascia intravedere lunga potenzialità d’invecchiamento.

GIACOMO FENOCCHIO – MONFORTE D’ALBA – BAROLO DOCG BUSSIA 2004 – La vigna è quella  della Bussia sottana e siamo al confine con Castiglione Falletto. Il terreno è esposto a sud ovest a circa 300m in un avvallamento ben riparato dai venti freddi. Il terreno è di origine elveziana compatto, composto da marne calcareo-argillose bluastre e da tufo. Grande Barolo dai profumi intensi e freschi di rosa e grafite. Ha struttura complessa, ma ben distesa e accattivante per un ritorno fruttato fresco e molto gradevole.

BRIC CENCIURIO di Sacchetto e Pittatore – BAROLO – BAROLO DOCG COSTA DI ROSE – Un vigneto di 40 anni sul confine con Monforte, in piena sottozona elveziana, marne di Sant’Agata. Elevata presenza di sabbia quarzosa molto drenante. Esposizione a est a 300-350 m con forte pendenza del terreno. Al naso ha profumi fruttati sostenuti da una freschezza di menta e rosa. Bocca potente, ma di grandissima freschezza e slancio e bella persistenza.

E come al solito, un grande complimento all’eccezionale amichevole simpatia langarola!

Paolo Valdastri

Data di pubblicazione: 19/01/2009
Verticale storica di Lupicaia
Correva l’anno 1994. La Strada del Vino Costa degli Etruschi veniva inaugurata nella sua prima versione curata dalla Provincia di Livorno. Ad aprile organizzammo la presentazione ufficiale alla stampa e Gian Annibale Rossi di Medelana fu magnifico ospite della brigata dei giornalisti nella sua immensa tenuta del Terriccio. Ci accompagnò personalmente in un avventuroso tour in fuoristrada rimasto nella memoria di molti. Per l’aperitivo fu servito un fresco bianchetto ed uno spumante che costituivano le produzioni “vecchia maniera” dell’azienda. Per assaggiare il Lupicaia abbiamo dovuto attendere ancora qualche mese. All’inizio del ’95, io e l’amico Ernesto Gentili fummo invitati ad un primo assaggio di ricognizione, in presenza di un giovanissimo Carlo Ferrini. Inutile dire che ci accorgemmo immediatamente di essere di fronte ad un grande evento: la nascita di un vino che sarebbe entrato prepotentemente nella storia enoica della costa toscana.

Cari amici buongustai, scusate il ritardo di questa settimana,ma l'estate ha colpito anche me e il caldo, tanto agognato, si fa sentire. Come vi avevo detto oggi filosofeggeremo velocemente su come il rapporto con il cibo e il significato della tavola siano cambiati profondamente nel tempo. Si perché, quello che oggi è un momento abituale della nostra giornata, ha segnato e segna uno dei più grandi specchi d'analisi nel rapporto evolutivo tra i cambiamenti della società, della cultura , e quindi dell'uomo nel tempo. Il nutrimento è la base della sopravvivenza dell'uomo dal principio della sua esistenza, perciò il rapporto con questo e con il rito della cucina e della tavola si è evoluto nel tempo come tutto ciò che ci caratterizza come uomini sociali.

Qui, tra corridoi, sale e saloni decorati da meravigliosi affreschi e arredati da preziosi mobili antichi, coabitano due realtà straordinarie: il Relais Santa Croce, Hotel 5 Stelle Lusso e l’Enoteca Pinchiorri, di Giorgio Pinchiorri e sua moglie Annie Féolde : un Ristorante che, a livello mondiale, fa onore all’Enogastronomia Italiana. Giorgio è nato a Monzone di Pavullo, in Provincia di Modena, da una Famiglia di agricoltori, a Firenze si trasferisce nel 1955, quando sua madre entra a lavorare, come cuoca, in casa di un medico. Dopo aver frequentato l’Istituto Alberghiero, Giorgio muove i primi passi nel mondo della ristorazione e si appassiona a quell’affascinante universo che ruota intorno ai grandi vini. Nel 1966, dopo la devastante alluvione che colpì la Città, compra una copia, sopravvissuta, della Guida Bolaffi dei Vini del Mondo di Luigi Veronelli, e, forte di questo manuale, si avventura, nel suo primo viaggio, nelle zone vitivinicole più importanti della Francia. Da questo momento in poi sarà un crescendo, sia per la sua passione che per la sua collezione privata.
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