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LA COSTA DEL VINO. MALACODA: UN FIGLIO D’ARTE

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Mario Madiai, eccelso pittore riconosciuto come uno degli ultimi eredi della scuola livornese, sembra prediligere, nelle sue tele, l’inanimato. Ma le sue nature morte, i suoi paesaggi, le sue interpretazioni di oggetti industriali godono di una vibrazione e di una vitalità che riescono a renderli quasi umani e dotati di un’anima. Così anche il barattolo di pelati o il traghetto nel bacino di carenaggio acquistano una dimensione metafisica che li distacca dal loro essere materico.



Che cosa aspettarsi da un artista che è in grado di far vivere queste emozioni, quando si scopre che, al di là della sua livornesità acquisita, è nato in quel di Siena? Il passo dall’arte al vino è breve, in questo caso inevitabile, profondamente voluto.
Ecco che Madiai, all’inizio del nuovo millennio, impianta il suo piccolo vigneto (meno di un ettaro) in quel di Lorenzana, su di un terreno argillo-limoso con presenza di minerali nelle colline pisane retrostanti la città di Livorno. La vigna ha una densità di 6500 ceppi  per ettaro ed è allevata a cordone speronato.
Sceglie il Merlot come vitigno di riferimento e comincia a vinificare con l’aiuto del giovane enologo Marco Razzauti. Fermentazione con lieviti indigeni e macerazione durano circa 30 giorni,
dopodiché il vino passa in barrique di rovere francese, nuove al 60%, dove rimane per 16 mesi. Il vino viene imbottigliato ed affinato per ulteriori 6 mesi in bottiglia.
A questo punto il vino affronta il mercato: un mercato che più ristretto di così, non si può. Si tratta di 2.000 bottiglie più alcune magnum. Una parte delle bottiglie viene confezionata in una maniera particolare che costituisce l’unicità di questo vino. Una cassettina di legno con tre bottiglie. Un’etichetta rigorosamente dipinta a mano e a mano applicata sulle tre bottiglie dopo essere stata divisa. Il colpo d’occhio sulle tre bottiglie in fila ricrea il disegno dell’etichetta, che è unico e diverso da cassetta a cassetta. Il nome del vino è Malacoda, con deciso riferimento a quel diavolo poco divino, ma la figura ritratta in etichetta è quella di una lucertola che addenta una spiga, un animale che vive di sole e che ha in bocca il frutto nobile della terra.
Ma il vino non è lì solo per essere guardato: vale la pena stappare la preziosa bottiglia? Assaggiamo.
Malacoda 2006 IGT Toscana.
Il colore è rubino denso e impenetrabile, con un bordo che vira appena al granata.
Il naso è dominato da frutto nero maturo: prugna, mora e mirtillo che si appoggiano alla speziatura del rovere ben dosata e carica di note cioccolatose.
In bocca ha un attacco morbido e suadente, subito sostenuto dal nerbo acido e sapido, dono del particolare terreno in cui nasce. Si ripropone il frutto a livello di confettura, il tannino è dolce e levigato, chiude con buona lunghezza su note di terra e sottobosco molto personali.
Non resta che attendere la prossima mostra del maestro: con la speranza che sia consentito ammirare i suoi quadri sorseggiando un buon bicchiere di Malacoda. Godimento al massimo livello.


Paolo Valdastri
www.corrieredelvino.it

Data di pubblicazione: 12/10/2009
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