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Les Grands Jours de Bourgogne 2010

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Siamo alla decima edizione di questa grandiosa manifestazione biennale nata nel 1992 con il preciso scopo di far conoscere al mondo l’eccellente, ma assolutamente non facile, prodotto della terra di Borgogna. Ho partecipato fin dall’inizio alla kermesse, facendo ogni volta quantità industriali di assaggi, ma devo dire che solo negli ultimi anni ho cominciato ad avere le idee un po’ più chiare su questo territorio.

 

 

Intanto l’interpretazione dei vini e delle annate. 

Per capire il vino, il primo passo da fare è quello di conoscere molto bene il produttore e le sue vigne. Infatti si può rimanere sconcertati nel dislivello qualitativo che c’è tra vini della stessa categoria e tra vini di categorie diverse. Tralasciando l’appellation régionale Borgogna, che offre raramente qualche emozione, dal giusto produttore si possono trovare degli ottimi Village così come si possono avere cocenti delusioni da molti Premier o (più raramente) da alcuni Grand Cru di nomi meno noti.

Poi c’è l’influenza dell’annata, ed anche qui i produttori migliori riescono ad interpretare al meglio situazioni meno facili, ma non sempre. Se l’annata è conclamata come eccellente, la sola comunicazione provoca la caccia alla bottiglia da parte dei negociants e dei rivenditori. Così i produttori sono messi sotto pressione per consegnare il prodotto il prima possibile e possono essere tentati di ridurre i tempi di affinamento,  ed ecco che al momento dell’apertura della bottiglia il risultato può essere inferiore alle attese. Viceversa in annate meno favorevoli, i produttori curano di più i loro vini e le sorprese sono in questo caso in positivo.

Per finire c’è il ciclo naturale del vino che in Borgogna è piuttosto complesso, tanto da aver provocato clamorosi errori di interpretazione in personaggi del calibro di Robert Parker (V: Antony Hanson – Burgundy – Faber&faber).

Sia i rossi che i bianchi, hanno un periodo di chiusura che dura in media cinque anni, ma inizio e fine dipendono molto dalla zona e dall’annata. Il giudizio si dà di solito quando il vino è molto giovane, oppure, per essere sicuri di non sbagliare, dopo una decina di anni di invecchiamento. La moda, tutta italiana, di bere i vini importanti appena escono sul mercato porterebbe, nel caso della Borgogna, ad errori madornali di interpretazione.

In conclusione, in nessun altro distretto produttivo del mondo è così imperativa la regola livornese dell’amico Alessandro Ungheretti detto Il Ciglieri: “..devi bé, devi bé, devi bé..”, ovvero l’unico strumento per conoscere buoni prodotti è assaggiare, poi assaggiare e poi ancora assaggiare.

 

Per impegni di lavoro, abbiamo partecipato solo (si fa per dire) alle degustazioni degli Chablis, di Clos Vougeot, dei Vosne-Romanée, Gevrey-Chambertin, Chambolle-Musigny, Morey-St. Denis e Fixin, ovvero tutta la zona a nord di Béaune.

 

I vini presentati erano in larghissima maggioranza quelli del 2008. Annata non facile e si sentiva.

Fino a metà settembre, infatti, i nervi dei produttori erano a fior di pelle. Solo allora il sole ed il vento del nord hanno permesso alle uve di raggiungere la piena maturità per la vendemmia, ma solo per chia ha avuto la pazienza di attendere. Come e più del 2007, il lavoro in vigna e la scelta di sacrificare una parte del raccolto, hanno permesso di ottenere grandi prodotti. Laddove ci si è lasciati prendere dalla paura o dalla fretta, i vini sono risultati aspri, acerbi, con sapidità aggressive e tannini asciuganti che difficilmente il soggiorno anche lungo in bottiglia riuscirà a risolvere. Il volume della raccolta è comunque uno dei più bassi dell’ultimo decennio.

Molto meglio è andata nello Chablis, dove si producono praticamente solo bianchi. I vini hanno un equilibrio soddisfacente e la loro freschezza e mineralità sottendono ad un’annata classica di vini sempre dotati di una bella tenuta in bocca. Molti campioni sono risultati già affascinanti per i loro profumi di tiglio, di felce, di erba tagliata, con sentori minerali di pietra focaia, grafite e sale marino. Assenti, come altrove, molti grandi del calibro di Dauvissat, ci hanno convinto: Billaud-Simon, Alain Geoffroy, Domaine du Chardonnay, la sempre grande Chablisienne, La Meulière, Jean-Marc Brocard.

 

I rossi che ci hanno impressionato di più sono, invece, quelli di Vosne-Romanée, Echezeaux e Clos Vougeot: profumi di grandissima pulizia e nettezza con frutto puro fragrante (la classica griotte soprattutto), accompagnati da sentori floreali e di frutta secca. In bocca si sono rivelati di grande volume ma  setosi per un tannino da manuale, complessi vibranti e armonici, con bella tenuta e finali di grande lunghezza. I migliori assaggi: Meo-Camuzet, Confuron Cotetidot, il Richebourg di Jean Grivot, Anne Gros, Noellat, Jacques Prieur.

Visita di rigore a Louis Boillot, rue du Lavoir, 4 a Chambolle-Musigny: due anni or sono ci aveva impressionato con i suoi Volnay. Questa volta ci ha colpito con l’intera gamma, dagli Gevrey-Chambertin Villages, ai Premier Cru, dagli Cambolle ai Volnay e Pommard. Belli sia in 2006 che in 2007, anche se, consegnandoci le bottiglie che abbiamo acquistato, si è raccomandato di non aprire i Villages prima di 6 anni ed i Premier Cru prima di dieci. Ci terremo in salute!

 

Paolo Valdastri

www.corrieredelvino.it

 
Data di pubblicazione: 29/03/2010
La commission agricoltura della regione in visita a Bolgheri
Il 9 giugno la seconda Commissione del Consiglio Regionale, ovvero quella che si occupa di agricoltura e sviluppo rurale, ha visitato il territorio di Bolgheri ed alcune aziende di produzione vitivinicola. La visita, concordata ed organizzata in collaborazione con il Consorzio di Tutela, ha avuto scopi puramente tecnici, al fine di permettere al Presidente Loris Rossetti e ad alcuni consiglieri tra i quali Enzo Brogi e Pier Paolo Tognocchi, di disporre di una visione approfondita della realtà produttiva locale e delle problematiche legate al settore vino.

Cari appassionati, parte oggi il giro tra i vini dell'arcipelago. Oggi voglio parlarvi dell'Isola del Giglio. Un' isola meravigliosa, aspra, viva che si accende in estate e si chiude in inverno custodita dai suoi fedeli abitanti.

Il termine “Lido” identifica un lembo di terra o spiaggia pianeggiante, parallelo alla costa, dove arrivano ad infrangersi le onde del mare. E’ ovvio che in una Penisola come la nostra bella Italia, di Lidi, se ne trovano una quantità a dir poco infinita. La definizione “Lido” apre, nell’immaginario comune, scenari di luoghi accoglienti e vacanzieri, ricchi di ombrelloni e di ogni qualsivoglia piacevole intrattenimento. Tanto è vero ciò che, sulle grandi e lussuose navi da crociera, il luogo all’aperto dove sono ubicate le piscine con le annesse attrezzature ludiche si chiama “Ponte Lido”.
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