MOSTRA VINI DEL TRENTINO. I DOLOMITICI: DA ELISABETTA FORADORI
Una breve visita, troppo breve per un personaggio e per un’azienda di questo calibro. Ma quando le idee sono profonde e grandi, anche questo poco tempo lascia una traccia profonda che induce ad aprire una serie di riflessioni della cui fondatezza sarà interessante avere verifica in futuro.
La biodinamica innanzitutto: ne sono un convinto sostenitore, ma con giudizio. Seguo molto attentamente, quando posso, i grandi di Francia, poi molti italici produttori, ma i contatti più frequenti li ho con i Toscani a me vicini: Tenuta di Valgiano, di Ghizzano, Cosimo Maria Masini, Podere Concori, Caiarossa, Duemani, Fabbrica di San Martino.
Il pianeta biodinamica è complesso e molto diviso in faide e fazioni, e su di esso pesa un grave handicap: la non costanza della qualità riscontrata in bottiglia. Troppe delusioni e a volte cocenti.
Ora si sa bene che tutti i grandi vini sono soggetti a periodi di chiusure e che, conoscendo il loro comportamento è bene evitare di assaggiarli in certi periodi. Anche un grande come Parker ha battuto il naso per questo motivo con la Borgogna ed è stato aspramente criticato da Antony Hanson, che lo ha indotto ad affidare ad altri quella zona.
Si dice che il vino biodinamico sia ancora più soggetto a questo fenomeno rispetto ad un vin o “normale”. C’è chi mi giura e spergiura che certi vini biodinamici che a volte abbiamo trovato completamente scombinati, lo sono in un certo periodo, ma poi migliorano, e giustificano così l’esistenza di vini che a me appaiono semplicemente orribili. Ho avuto un’accanita discussione su di un Savigny proprio a Beaune con un bravo enotecario. Il fatto è che questi periodi, per i biodinamici sono spesso casuali: puoi assaggiare una grande bottiglia e la volta dopo trovarla completamente impresentabile. Sarà anche l’influenza del giorno radice o del giorno frutto, ma questo, per un povero bevitore comune, è sinceramente troppo!
Ma non dobbiamo scoraggiarci per questo: c’è un aspetto che invece mi conforta e mi da speranza. Per ora, per quella che è la mia esperienza e quindi fino a prova contraria, ci sono delle aziende che non mi hanno mai deluso. Merito del terroir, forse, dell’età dei vigneti, di particolari condizioni climatiche e pedologiche. Ma, a mio personalissimo parere, merito anche di un’applicazione non integralista del principio, di un’interpretazione ragionata dei principi steineriani, quasi di una compenetrazione intellettuale fra mente umana e natura, un entrare in sintonia con la propria terra e il proprio ambiente. Quando questa serie di fenomeni si realizza in coincidenza con la presenza di un grande terroir, ecco che il miracolo della biodinamica si realizza: i vini hanno una loro personalità precisa, quasi un’anima parlante, si fanno capire con immediatezza pur mantenendo la loro complessa personalità e profondità di materia.
Tutta questa lunga premessa per dire che la prima e breve impressione ricevuta sul nuovo corso di Elisabetta Foradori è proprio corrispondente a questo profilo.
Elisabetta ci riceve in vigna, ci spiega, ci mostra, ci illustra la cantina, poi ci fa passare all’assaggio: dice che i vini non sono ancora pronti, non sono pienamente decifrabili. Sarà anche vero, ma l’incontro con quei suoi vini appartiene alla categoria di quelli che ti commuovono, che fanno vibrare tutte le tue corde sensoriali. Il vino ti avvolge con incredibile sensualità, con una suadenza fuori dal comune, con sensazioni di profondità oceanica, di un oceano in cui è bello perdersi. La banalità qui non esiste, e quando è il carattere a dominare significa che non siamo proprio di fronte ad un vino destinato, prima o poi, a deluderti.
C’è anche un altro aspetto che mi ha colpito: la naturalezza. Naturalezza del prodotto, facile a dirsi, ma che si riflette su uno specchio di naturalezza della persona, delle sue azioni e delle sue scelte in vigna come in cantina, quasi che tutto fosse così semplice da realizzare ed intuitivo da capire. Un qualcosa di ovvio quando lo vedi realizzato, ma che a monte, quando il tutto è da costruire, non ha proprio niente di scontato. Dicevo della compenetrazione fra mente e natura: forse qui ci siamo.
Qualche impressione:
Granato Vigneti delle Dolomiti IGT Rosso 2007
Deriva il suo nome dal colore, dal profumo e dal succo della melagrana.
Prodotto dai vigneti prossimi all’azienda, comune di Mezzolombardo, Morei, Vignai, Sgarzon, Cesura nel Campo Rotaliano denso di detriti calcarei e granitici. Il sistema di allevamento è a guyot. Affinamento per 20 mesi in legno di rovere (barrique e fusti). 40.000 bottiglie prodotte.
Il colore è cupo e denso ancora violaceo. Al naso rivela un frutto purissimo dolce, ma fresco che ricorda il mirtillo e l’amarena. Il sottofondo speziato è già profondo e possente, ma si avverte la capacità di evolvere verso note più complesse. Al palato è robusto e solido, con decisa presenza di frutto, spezie ed erbe amaricanti. Bella evoluzione verso un finale denso e vigoroso, di grande prospettiva di invecchiamento.
Granato Vigneti delle Dolomiti IGT Rosso 2006
Colore rubino intenso e brillante. Al naso c’è una immediata prevalenza di frutto rosso, ciliegia matura, confettura fresca di bacche nere e poi una personalissima nota speziata e balsamica che ricorda il legno di cipresso. Al palato si rivela di grandissima finezza, con un attacco setoso e vellutato. Il tratto è vivo e dinamico, con un frutto pieno avvolto da note speziate e reso scattante da una energica freschezza. Finale di grande lunghezza. Gran bel vino, di indubbie prospettive, ma già pienamente godibile.
Negli anni ’70 il verbo era “ produrre il più possibile”. Le selezioni clonali avevano ristretto il campo a pochi cloni altamente produttivi e per niente qualitativi. Il teroldego di Elisabetta deriva invece da una serie di selezioni massali mirate a preservare la biodiversità: con il tempo e con la pazienza si è selezionato quanto di meglio la varietà offre, pur conservando una serie molto ampia di biotipi diversi a favore della complessità finale del prodotto. Il teroldego nasce su suolo magro e sassoso, ma nonostante questo è un vitigno che spinge molto e va controllato a vista. Da Foradori si preferisce però ricercare caparbiamente l’equilibrio della vigna ed evitare comunque i diradamenti forzati.
Foradori Teroldego Rotaliano DOC 2006
Nasce da vigneti della piana del Campo Rotaliano, dai detriti calcarei, granitici e porfirici del torrente Noce. Affinato 18 mesi in legno. 130.000 bottiglie prodotte.
Rubino cupo e profondo, ha profumi intensi di piccole bacche nere fragranti con bella nota speziata e ricordo di grafite. Morbido e setoso al palato, ha bella tensione acida che slancia un frutto maturo e dolce. La trama tannica è fitta, il finale di buona lunghezza. Ottima materia per un vino di non eccessiva concentrazione, ma di piacevole beva.
Myrto Vigneti delle Dolomiti IGT Bianco 2009
Sauvignon Blanc e Incrocio Manzoni bianco (riesling+pinot bianco). Fermentato in botti di rovere ed acacia. 20.000 bottiglie.
Paglierino di buona gradazione cromatica, luminoso. Ha note intense di frutto bianco maturo, pesca e susina, con sottofondo quasi balsamico. Sapido e avvincente, ha un bel frutto mandorlato, e chiude con grande pulizia e freschezza. Ha materia fortemente slanciata dalla freschezza acida.


