IL VINO ITALIANO CONQUISTA GLI USA. QUANTO DURERA'?
Lo si trovava nei ristoranti di Little Italy e dintorni, di frequente in folcloristici fiaschi riempiti di liquidi approssimativamente simili ad un mediocre chianti ed accompagnato a spaghetti scotti grondanti sugo di pomodoro o alle mitiche fettuccine all'Alfredo.
Tutto il resto era McDonald, Kentucky Fried Chicken, Pizza Hut, Coca Cola e Miller Lite quando andava bene. Tornai con la convinzione che un buon Lambrusco avrebbe conquistato i giovani americani.
Oggi mi capita di leggere, a distanza di poche ore, due articoli che meritano un commento. Il primo, dell'amico Ernesto Gentili, su l'Espresso, parla proprio della rinascita dei vini frizzanti rossi, cosa che, viste le mie lontane origini modenesi, non puo' che farmi piacere. Poi, nel secondo articolo, a firma di Alessandra Farkas e di Franceso Arrigoni, uscito sul Corriere della Sera del 31 gennaio, si annuncia che negli “USA, il vino italiano batte tutti i record” e che “La dolce vita ora passa dalle etichette”.
In breve, l'Italia, per la prima volta nella storia, supera, in quel paese, i due milioni di ettolitri venduti, ed il fatturato supera il miliardo di dollari, consolidando lo storico sorpasso sulla Francia.
La gioia del buon Lucio Caputo, al tempo responsabile dell'Ufficio ICE, oggi, scampato dal disastro delle Torri Gemelle, presidente dell'Italian Wine&Food Institute, e' piu' che legittima.
E va bene, diciamo pure che il fenomeno e' conseguenza dell' “italian way of life”, del grande successo della nostra moda, della nostra arte, dei trionfi Ferrari, e magari delle buone performances del nostro cinema.
E' conseguenza anche del modo di mangiare italiano (ma il 99% pensa che la pizza sia un'invenzione USA), che risente sempre dell'onda lunga del successo della dieta mediterranea.
Ma, andando a vedere fino in fondo, c'e' qualcosa che mi impedisce di condividere in pieno tutto questo ottimismo.
Per prima cosa esaminiamo la classifica dei cinque vini “piu' venduti”. Intanto due di questi, il primo ed il terzo, sono due bianchi. E precisamente i richiestissimi Pinot Grigio della trentina Cavit, venduto anche sotto il marchio Ecco Domani e Bella Sera, e della Veneta Santa Margherita dei Marzotto.
Al secondo posto c'e' un Vermouth, quello della Martini e Rossi, che lo sotiene con investimenti pubblicitari milionari. Al quarto posto, guarda guarda, il Lambrusco delle Riunite, molto richiesto proprio dai giovani. Per concludere, un rosso “serio”, ovvero il Valpolicella della Bolla, azienda fino a poco tempo fa di proprieta' degli americani della Brown-Forman.
In conclusione sembra che l'immagine del nostro vino sia affidata principalmente ad un solo vitigno quasi bianco, ovvero il pinot grigio, ad un vino speciale, aromatizzato e ad un vino frizzante. E' ancora veramente difficile fare dei paragoni con l'immagine dei grandi cru francesi, dei grandissimi nomi che spuntano anche mille dollari a bottiglia, degli champagne onnipresenti e difficilmente sostituibili e sostituiti.
E' pur vero, come fa notare Arrigoni, che dopo i grandi numeri realizzati dai “cinque” big e forse da altri grandi come Banfi, Zonin, Antinori, Frescobaldi, c'e' una miriade di piccole e medie aziende, ognuna delle quali contribuisce con poche migliaia di bottiglie a questo successo. Ma questo non e' assolutamente un punto di forza! Anzi, vista la scarsa consistenza organizzativa delle nostre istituzioni delegate al commercio estero, la ridotta incisivita' e determinazione a paragone della potenza di fuoco e dell'aggressivita' di istituti come quelli francesi ed australiani, sperare che “piccolo sia bello” e' una pura illusione.
Prima di cullarsi sugli allori, e' opportuno tenere sempre ben presenti due fattori importantissimi.
Primo: il successo dell'Italia e' venuto anche al rimorchio del peggioramento dei rapporti USA-Francia a seguito dell'anti-americanismo dichiarato dopo l'intervento in Iraq. Il fenomeno e' stato particolarmente sentito dai patriottici americani, che hanno boicottato con convinzione tutti i prodotti francesi, arrivando persino a cambiare il nome delle onnipresenti patatine “french-fries” in “freedom-fries”.
Se, come appare molto probabile, i democratici conquisteranno la Casa Bianca alle prossime presidenziali, l'aria potrebbe cambiare molto velocemente, riportando lo stile francese in buona evidenza.
Secondo: gli australiani, che producono una quantita' di vino paragonabile a quella di una nostra regione media, sono al secondo posto con soli centomila ettolitri di distacco ed hanno superato anch'essi la soglia dei due milioni di ettolitri esportati in USA. Il loro marketing e' forte ed aggressivo, come dicevo; se ne e' fregato, sin ora, del terroir, del glicerolo e dei trucioli, ed e' sostenuto pesantemente a livello istituzionale. Il che significa che, avendo delle istituzioni in grado di comprendere velocemente i problemi e di agire di conseguenza, molto presto, appena noi ci fermeremo, ci supereranno di slancio.
E noi ci fermeremo se non saremo in grado di agire in maniera coordinata e tempestiva su quello che e' veramente il nostro punto di forza, ovvero il vino rosso.
Il grande vino che con infinite sfaccettature non ha piu' niente da invidiare ai cugini francesi o agli standardizzati australiani, ma che non puo' essere rappresentato solamente dal pur onesto ed ottimo Valpolicella o da una miriade di piccoli produttori gia' impegnati a scannarsi tra di loro.
Se ai vertici della classifica non si stabiliranno i nostri rossi portabandiera, se la preparazione dei nostri manager ed i tempi della nostra politica resteranno quelli di sempre, allora prepariamoci con rassegnazione ad un prossimo articolo molto meno trionfale.


