Quelli che le guide... Parte I
I vini pluripremiati, presentati poi agli invitati, sono 68 per 50 produttori da tutto lo stivale. L’Olimpo del vino italiano, del quale fanno parte, per la nostra costa, due glorie come il mitico Sassicaia versione 2004, ed il Grattamacco di Collemassari, sempre 2004, poi il Castello del Terriccio, addirittura con due vini, Lupicaia e Castello 2004, ed infine la lucchese Tenuta di Valgiano con il Tenuta 2004. E’ vero che siamo al vertice della nostra enologia, e che la compagnia è di altissimo profilo. Però le assenze illustri sono così tante e così pesanti da instillare seri dubbi sull’autorevolezza e l’imparzialità di alcuni critici. Il dibattito ha infatti risentito di questo fantasma aleggiante, anche se Gentili ha esordito con note di ottimismo, parlando dell’andamento complessivamente favorevole per la produzione italiana. La maturazione dei numerosi e importanti vigneti di recente impianto, l’adeguamento nello stile a canoni di minore impatto e muscolarità a vantaggio dell’eleganza e armonia, l’articolazione del panorama vitivinicolo italiano, sono tutti fattori di miglioramento complessivo della qualità dei vini. Nonostante questo i redattori delle guide devono affrontare grosse difficoltà dovute al fatto che i vini di qualità sono sempre di più e le guide escono sempre prima. Questo fa si che i critici abbiano sempre meno tempo per attendere che il vino sia pronto: i periodi di affinamento del vino non coincidono con quelli delle esigenze delle guide. Come se non bastasse si è manifestato, in questi ultimi anni, un grave problema di bottiglie non a posto per microdifetti indotti dai tappi. E’ facile attribuire al vino la colpa di non essere buono, mentre, avendo la pazienza di riassaggiare bottiglie diverse, ci si rende conto che il vino è invece ottimo. Esaminando i giudizi di altre guide, sembra quasi che si siano assaggiati vini diversi. Il sospetto, in questi casi, è proprio che questi microdifetti non siano rilevati come tali, ma attribuiti a scarsa qualità del vino. Gentili ha per questo modificato il protocollo delle sue degustazioni, ma questo comporta un gran dispendio di tempo. Il suo auspicio, fra l’altro, è che le tappature alternative (sintetico, a vite o vetro), divengano sempre più comuni ed accettate anche dalla grande ristorazione.
Daniel Thomases condivide questa impostazione. Pone l’accento anche sul problema dell’eccessivo utilizzo di vitigni internazionali, anche in zone dove gli autoctoni sono perfettamente in grado di cavarsela da soli. Ci sono zone, come Bolgheri, la cui storia comincia con le uve francesi impiantate negli anni ’40, e che si sono dimostrate perfette per questi vitigni. In questi casi cabernet e merlot hanno un senso. Altrove, quando oltretutto si producono degli ottimi autoctoni, ha poco senso cimentarsi con varietali diffusi in tutto il mondo a costi più bassi a parità di qualità. Di contro stigmatizza le ultime tendenze che vorrebbero privilegiare gli autoctoni visti come i “vini di una volta” o “vini veri” nei confronti dei vini moderni. I cosiddetti vini di una volta sono spesso dei vini ricavati da vigne con cloni vecchi, ad alta produzione, e che danno perciò vini immaturi, acidi e di scarsa piacevolezza. Così trova disdicevole la pretesa di alcuni raggruppamenti di produttori che si definiscono come autori di “Vini Veri”: è una vera e propria offesa verso chi produce seriamente pur non appartenendo a quell’associazione. Le discordanze di giudizio possono dipendere casomai dalle preferenze personali per l’utilizzo del vitigno autoctono. Trova, insomma, che sia assurdo piantare cabernet in Piemonte o che si producano dei verdicchio mescolati a chardonnay e con forti sentori di legno, anche se poi alcuni mercati, come il giapponese, richiedono proprio quello stile.
Molto interessante l’interpretazione di Mojoli sulla comunicazione del vino. Il rappresentante di SlowFood pensa che il giornalismo enologico debba cambiare decisamente passo e fare un salto di qualità, comunicando in maniera diversa e più approfondita tutto quello che c’è intorno e dietro al vino. La sfida è quella di non parlare solo dei vini eccellenti, che riescono a comunicarsi da soli, di non dare le solite ripetitive descrizioni organolettiche, ma parlare anche di tutte le problematiche che stanno interessando il mondo del vino. Dobbiamo spiegare cosa comportano i cambiamenti climatici sull’equilibrio della vigna, l’uso delle acque e il fabbisogno idrico, l’importanza, insomma, dell’agrononomia rispetto alle pratiche di cantina. Se il vino si fa in vigna non si capisce perchè le guide continuano a parlare di enologi e non citano mai il lavoro che l’agronomo fa a monte nel vigneto. L’elemento nuovo della comunicazione consisterà proprio nel parlare di tutto quello che sta dietro al bicchiere, nel far conoscere le interazioni fra aziende e ricerca universitaria o gli interventi tesi alla ricerca di un nuovo equilibrio tra vite e ambiente e così via.
Luigi Cremona, infine, è tornato sull’argomento dei vitigni autoctoni. La corrispondenza tra vitigno e territorio è fondamentale ed è un fattore che sa raccontare molto bene anche il lavoro del vignaiolo. Le guide, poi, servono a dare delle scale di valori, delle interpretazioni anche personali, sempre nel rispetto delle altrui opinioni.
Nel dibattito che segue è interessante del famoso enologo di Montalcino, il Dr. Vagaggini. Con molto fair play chiede ai critici perchè per anni hanno spinto i produttori verso una maggior concentrazione dei vini, anche attraverso l’impianto di vigneti sempre più fitti. Oggi gli stessi critici dicono che si esagera con le concentrazioni e che occorre tornare indietro, ma il povero produttore che ha impiantato vigneti ad alta densità cosa deve fare a questo punto? Reimpiantare e ripartire da zero?
In conclusione: dopo tutte queste belle disquisizioni, resta il fatto che molti produttori, o addirittura molte zone di produzione restano trascurate da alcune guide. I casi più clamorosi e a noi più vicini?
Alla prossima puntata.
Paolo Valdastri
www.corrieredelvino.it


