UN’IMMERSIONE TRA BOLLICINE, NOSIOLE E TEROLDEGHI. CAPITOLO 1- DOVE VA IL VINO TRENTINO
Tutt’oggi, l’impressione che si ha visitando il territorio e le sue aziende, è quella di una soffusa incertezza relativa alla propria identità. Ovvero, emerge qua e là la sensazione di una missione non ancora compiuta, di obbiettivi dichiarati ma non ancora universalmente riconosciuti.
Le bollicine, per esempio. Siamo di fronte ad una spumantistica di assoluta eccellenza, come hanno dimostrato le tante occasioni di assaggio. Accanto ai grandi nomi storici, come Ferrari, Rotari Mezzacorona, Cavit, c’è un piccolo esercito di produttori di altissima qualità come Abate Nero, Letrari, Pedrotti, Dorigati e via dicendo, ed un Istituto di San Michele che si è preso addirittura i tre bicchieri del Gambero con il Mach Riserva del Fondatore. Nonostante questo la Trento Doc dà l’impressione dell’eterno inseguitore nei confronti della Franciacorta, di chi ha i numeri in regola, ma non riesce a afrli valere, e soffre addirittura, a livello di comunicazione, nei confronti di un aggressivo Prosecco.
Così nei vini fermi: la produzione privilegia ormai largamente il vino bianco. C’è qui il miglior Müller-Thurgau del mondo, c’è l’autoctona Nosiola con la sua indiscussa personalità in secco e dolce, ci sono ottimi Sauvignon Blanc, Riesling, l’Incrocio Manzoni, ed i risultati parlano di vini profumati e dal perfetto equilibrio tra acidità sapidità e tenore alcolico. C’è un produttore, come Mario Pojer, che sta tenendo testa ai vari bordolesi come Dubourdieu nella preservazione dei precursori d’aroma. Eppure, nell’immaginario collettivo, Friuli e Alto Adige godono di un’immagine più solida. Il settore dei rossi è forse quello che ha imboccato una strada di maggiore effetto. Gli internazionali godono dei risultati acquisiti dai Cabernet della Tenuta San Leonardo, i Merlot raggiungono vertici interessanti come con il Moratel di Cesconi, e il Pinot Nero si attesta su livelli di buon interesse. Negli autoctoni è grandissimo il lavoro svolto sul Teroldego Rotaliano, mentre ci sono ancora margini da sfruttare con il Marzemino, il Rebo e l’Enantio.
Ma anche qui, come nei bianchi, gli stili produttivi sono ancora in corso di una definizione ultimativa e definitiva. Ci si interroga ancora su tanti argomenti. La pergola? Non più: bando alle alte produzioni, però con il cambiamento del clima e i tenori alcolici che rialzano…Poi le macerazioni, l’uso della barrique, del legno grande e usato, i lieviti, e via dicendo. In pratica, la sensazione è quella che ci si stia avviando, finalmente e giustamente, verso la ricerca di una maggiore eleganza a scapito delle concentrazioni estreme, anche se qualche produttore insiste in questa direzione (Cuvée e Masi di Cavit ad esempio). Ma esiste anche ben evidente una ricerca di originalità che sta conducendo verso risultati di grande interesse e che, una volta consolidati, non potranno che contribuire, se ben comunicati, a consolidare una volta per tutte e a rafforzare l’immagine del vino trentino. Il Marzemino di Rosi, la Nosiola di Pedrotti, il Moscato Giallo di Moser, il Lagrein di Bellaveder, e soprattutto i Teroldego di Foradori, di Dorigati, di Zeni sono solo alcuni esempi di vini di grande personalità in crescita costante.
Durante le visite ci siamo, però, resi conto di un fattore molto importante per il futuro dell’enologia trentina: il numero di piccoli produttori è molto elevato e le redini di queste aziende sono quasi sempre tenute da giovani dotati di idee molto chiare, di una formazione professionale impeccabile e di fortissima passione per il loro lavoro. E quando l’età anagrafica non è proprio da neo-maggiorenni, e penso a Mario Pojer, siamo comunque di fronte a personaggi giovani, energici e vulcanici, dotati di una freschezza intellettuale di grande spessore. Con queste basi, con l’affiancamento di una realtà cooperativa anch’essa dinamica e frizzante (in tutti i sensi), le prospettive per il futuro prossimo non possono che essere le più rosee.


