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La tipicità dei vini isolani

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Esiste un filo conduttore che può legare in qualche maniera lo stile dei vini prodotti nelle isole e che nello stesso tempo li renda prodotti unici ed irripetibili? In altre parole è possibile dare una definizione precisa di “vino isolano”? di Paolo Valdastri
A mio parere non esiste a questa domanda una risposta semplice ed univoca: il fenomeno è molto complesso, e non può limitarsi ad un esame che tenga conto solo dell’aspetto legato alla coltura della vite in certi ambienti, magari solo per il fatto di disporre di un clima particolarmente favorevole, ma deve anche e soprattutto coinvolgere il sistema socio-economico e culturale nel contesto in cui il vino viene prodotto.

Le prime considerazioni che si possono fare sulla peculiarità della vitivinicoltura delle isole risiedono nella maggiore luminosità solare che mediamente si riscontra nel loro clima, e ciò è tanto più vero, quanto più l’isola è piccola e priva di importanti catene montuose.

Inoltre il mare costituisce, nonostante il progresso delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione, una barriera non insormontabile, ma che rallenta comunque certi processi di integrazione non solo fisiologici, ma anche culturali, magari per via indiretta.

Come esempio di questo, basta pensare al Carignano del Sulcis, dove troviamo ancora vigneti su piede franco, oppure all’esistenza di un grande numero di vini passiti o fortificati, alcuni rari ed a rischio continuo di estinzione, indice fortissimo di resistenza all’omologazione e di rifiuto del nuovo.

Da qui in poi non è più possibile generalizzare nell’individuazione di fenomeni comuni, ma è necessario operare una importante suddivisione in due grandi categorie di isole dalle caratteristiche marcatamente distinte e diversificate e cioè Grandi Isole e Piccole Isole.

Quello che maggiormente differenzia le due tipologie è un fenomeno più che altro culturale molto recente che trova le sue radici nel boom industriale del secondo dopo guerra.

Alla fine degli anni ’50, in Italia il tenore di vita comincia a posizionarsi su livelli che consentono alle famiglie di avere disponibilità per spese non di pura sopravvivenza: così il turismo comincia a svilupparsi anche nei ceti piccolo borghesi ed operai soprattutto nel suo aspetto di vacanza, di periodo di relax, da trascorrere in un luogo ameno, meglio se di mare, nel periodo più caldo dell’anno, con la famiglia e non necessariamente lontano da casa.

Ecco che prima le spiagge continentali, poi subito dopo, le isole, cominciano a conoscere uno sviluppo del settore ricettivo turistico balneare molto violento, a volte anche traumatico, se si pensa agli scempi edilizi compiuti in quegli anni di vero “far-west”.

E di trauma si può parlare anche per l’agricoltura: lavorare nel turismo, anche solo come cameriere in un ristorante, è sempre molto più comodo e remunerativo che non il dover faticare a schiena bassa in un vigneto, essendo oltretutto soggetti ai capricci del tempo. C’è da dire anche, che negli anni ‘60/’70 la nostra cultura del vino è scarsissima. Si pensa al vino come ad un complemento secondario del pasto e non si è disposti a pagarlo cifre importanti. La redditività di un vigneto è quindi pressoché trascurabile in confronto ai facili guadagni del turismo balneare, che oltretutto consente di lavorare al più sei - sette mesi , ricavando di che vivere agiatamente per tutto il resto dell’anno.

Questa situazione, che purtroppo è durissima a morire, si manifesta in una fascia territoriale abbastanza ristretta situata nelle immediate vicinanze della costa e delle località turistiche – balneari. Ed in questo risiede la fondamentale differenza tra piccole e grandi isole: nella grande isola abbiamo un retroterra di stampo continentale, dove spesso le popolazioni non hanno mai avuto, nel corso della loro vita, alcun contatto con il mare. Inoltre anche se una zona vitivinicola si trova in prossimità del mare, non è detto che lì vicino esistano spiagge o località adatte al turismo. E ancora: in una grande isola è molto più facile reperire terreni adatti alla coltivazione della vite, che abbiano anche minori difficoltà di lavorazione.

In una piccola isola tutto questo non avviene: ogni zona è facilmente raggiungibile da ogni altra zona, le comunicazioni sono più agevoli e l’interscambio immediato. Inoltre i terreni a disposizione sono molto più limitati, la viticoltura rischia di essere di gran lunga più difficile: spesso si è costretti a lavorare in condizioni eroiche, in terrazzamenti a picco sul mare, su terreni rocciosi, dove ogni forma di meccanizzazione è critica se non addirittura impossibile.

Che cosa è, quindi, che più facilmente sopravvive come prodotto tradizionale, che cosa si è salvato ed è in grado di caratterizzare maggiormente  la piccola isola? Forse una piccola produzione di vino bianco o di vino rosso, ma solo nel caso in cui qualità e tipicità si siano dimostrate  talmente forti da aver creato una domanda non sostituibile. E’ il caso, ad esempio, di Ischia, con i suoi bianchi a base di Biancolella e Forastera, o i sapidi rossi ricavati dal Per’e Palummo o piedirosso. In questo caso ha giovato la vicinanza di un bacino di utenza quale quello di Napoli, non espertissimo, ma sempre alla ricerca di raffinatezze e suggestioni che un nome come Ischia può dare,  ed ha giovato anche la lungimiranza dei produttori locali.

Il fenomeno già non si ripete a Capri, dove la viticoltura è molto prossima all’estinzione, ed ha una connotazione quasi privata. In genere nelle  piccole isole un vino bianco o rosso di qualità corrente deve subire la fortissima concorrenza dei vini importati dal continente, spesso meno costosi a parità di qualità apparente. I vini secchi locali dunque hanno un difficile piazzamento sul mercato e tendono ad essere abbandonati, o se sopravvivono, lo fanno in quantità ridotta, pari a quella che il turismo balneare può comunque assorbire e senza andare a preoccuparsi per ricercare un picco di qualità che li caratterizzi.

Il problema è poi esaltato da ragioni climatiche, man mano che ci si sposta verso sud: mentre nelle grandi isole è possibile trovare terreni in collina o montagna a quote abbastanza rilevanti per smorzare l’effetto delle torride temperature estive, nelle piccole isole è spesso impossibile avere a disposizione terreni che siano nello stesso tempo adatti alla vite e situati a quote elevate.

Ecco quindi che quello che sopravvive e che costituisce il leit-motiv dell’enologia piccolo-insulare è il vino passito, con il suo fratellastro, il vino liquoroso. Questo concetto è valido praticamente in tutto il mediterraneo: dallo Xantos al Samos, dai Moscati Passiti di Pantelleria, alla Malvasia delle Lipari, dall’Aleatico dell’Elba all’Ansonica passita del Giglio: in ognuna di queste zone il vino di punta, il simbolo dell’enologia, la tradizione stessa, è rappresentata a livello locale da un passito e se vi è produzione di vino secco, è veramente raro, se mai è capitato, che esso ottenga un successo di critica univoco e indiscutibile.

Sino ad oggi, dicevo, ma questo non significa che per il futuro non sia possibile cambiare registro: i terroir eccezionali esistono anche nelle piccole isole, mentre quello che è mancato in un passato recente, è la volontà “rabbiosa” di cimentarsi per ottenere il massimo risultato, e magari anche l’appoggio delle istituzioni nazionali e comunitarie al fine di permettere, attraverso incentivi o detassazioni, di compensare i disagi e le diseconomie dovute ai maggiori costi di produzione.

Di certo è che ogni isola, nel settore del passito, ha sviluppato un proprio stile di vino, impiegando vitigni in genere autoctoni, o, come nel caso del moscato, varietà fenotipiche sviluppate localmente, ottenendo risultati eccellenti e sempre originali.
La stessa cosa non si può dire per i vini secchi, dove già cabernet, merlot, syrah, chardonnay, ma anche pinot nero e sauvignon blanc, stanno infiltrandosi tra gli autoctoni. Fortunatamente il carattere di un’isola, per grande o piccola che sia, grazie alla presenza di grandi terroir, conferisce al vino la propria personalità ed essenza, cosicché anche i vini da uve internazionali assumono sempre un carattere unico e irripetibile altrove.

Fatta questa lunga premessa vediamo in forma sintetica come si possono definire le tipicità delle nostre maggiori isole.

LA SICILIA

Da sempre costituisce uno dei grandi serbatoi mediterranei di vini da taglio. Nessun interesse quindi, in questo settore, per i parametri qualitativi, ma soltanto grande attenzione alla maturità industriale, così da ottenere una migliore remunerazione per ettogrado.

Cambiamenti radicali sono intervenuti soltanto negli ultimi 10-12 anni, quando alcuni produttori d’avanguardia, successivamente sostenuti in maniera massiccia dalle istituzioni, hanno cominciato ad occuparsi di qualità. Sono stati chiamati come consulenti, enologi di grande esperienza, come Corino e Tachis, seguiti in tempi recenti da molti altri volti noti.

Nonostante questo, la produzione di vino DOC resta confinata in un misero 2% rispetto al totale del vino prodotto, anche se l’utilizzo della denominazione è in continuo e costante aumento. Non va meglio per il vino imbottigliato, che si ferma ad un 10-15% del totale prodotto.

Al di là del Marsala e di qualche altro passito, esistevano in passato solo pochi vini che caratterizzassero singole zone. Ho un ricordo di gioventù,  anni ’60, quando un amico aveva parenti ad Alcamo e mi faceva assaggiare come tipico un bianco a base di catarratto con un naso al limite dell’ossidazione tutto fuoco e alcol, che poi scoprimmo essere destinato alla produzione dei vermouth piemontesi.

Mario Soldati, nel suo primo Viaggio nel Vino del ’69 si dispera per le grandi difficoltà incontrate per trovare vini commestibili in giro per la Sicilia. Unica eccezione (a parte il Marsala) i vini dell’Etna. Li descrive come fini ed eleganti ed apprezza moltissimo i bianchi in quanto, prodotti senza la presenza delle bucce, risentivano meno, a suo parere, del “fuoco del serpente”. Una premonizione forse per quel Pietramarina di Benanti che oggi conosciamo come uno dei migliori vini bianchi dell’Etna e dell’intera Sicilia?

Il rinnovamento enologico dell’Isola, avviene dunque con una quasi impulsiva adozione dello stile internazionale. Uno dei primi personaggi che vengono ad operare nell’Isola è Carlo Corino, chiamato da Planeta. Corino ha tredici anni di esperienza di lavoro in Australia e si trova ad operare in una zona di viticoltura da clima caldo, non molto dissimile da quella in cui è abituato ad operare. E’ un grande esperto di maturazioni fenoliche ed aromatiche, conosce bene l’uso delle presse, con le quali gli australiani sono in grado di conservare nei bianchi i riflessi verdognoli, tipici di climi più freschi e, per finire, ha grande dimestichezza con i piccoli legni.
Anche Giacomo Tachis apporta molto presto la sua grande esperienza nell’isola, ed è senz’altro lui, sotto la spinta ed il sostegno dell’Istituto Regionale, a dare la spinta decisiva per il rinnovamento qualitativo della produzione vinicola.

Si impiantano i varietali francesi (oltre ai classici cabernet, merlot, syrah, chardonnay, troveremo anche pinot nero e mondeuse) che danno vini di grande possanza, ma anche di grande equilibrio ed eleganza. Lo stesso stile, tutto frutto e morbidezza, lo si ritrova anche in molti dei vini da vitigni autoctoni, come il nero d’Avola o il nerello (mascalese e cappuccio) e nei bianchi con grillo e catarratto.

Molto vocati a dare vini originali si dimostrano, con il tempo, alcune zone particolari: l’Etna in primis, dove si impiantano, tra l’altro, pinot nero e mondeuse e dove si affermano grandi etichette come il Rovittello di Benanti, L’Ardenza di Cottanera e il Vigneto Guardiola della Tenuta delle Terre Nere. Poi la zona di Vittoria, con il cerasuolo (ottimo quello di Cos) ed il frappato (Valle dell’Acate), che si ritrova, in unione con il nerello a Messina nel famoso Faro di Palari.
I grandi vini di stile più internazionale, molti basati sul nero d’avola, hanno origine nella parte occidentale dell’isola, in terreni collinari, tra Sciacca, Menfi e Trapani – Palermo.
Nel settore dei vini passiti e fortificati la grande tradizione si mantiene, con alti e bassi, dovuti vuoi ai capricci del mercato, vuoi alle vicende di molti piccoli produttori continuamente alle prese con i problemi di un ambiente non facile. Ma, a dispetto delle mode, la posizione di questi vini è sempre forte con una costante presenza di picchi qualitativi di eccellenza a testimonianza di una strenua convinzione di voler resistere all’omologazione.

SARDEGNA

Uno dei primi crocevia del mediterraneo, se ricordiamo che la diffusione della vitis vinifera è avvenuta ad opera dei Fenici, che fecero di Tharros un efficiente e ben protetto porto mercantile.

Terra d’eccellenza di vitigni autoctoni, ben preservati grazie ad una naturale predilezione degli abitanti per la difesa della propria identità.
Alcuni di questi vitigni si sono affermati ai vertici dell’enologia mondiale, come il cannonau, il carignano, il vermentino, o hanno raggiunto comunque una qualità molto alta, come la vernaccia, il nasco, la malvasia. Altri, invece, sono ancora in fase d’incubazione, alla ricerca di produttori che credano nel loro potenziale: pascale, bovale, cagnulari, muristellu, nieddera, semidano sono uve che, se ben curate, possono dare grandi soddisfazioni. Assaggiando un cagnulari vinificato in maniera non proprio attenta, ad esempio, sono rimasto colpito dalla sua naturale speziatura e dalle note balsamiche di mirto, rosmarino, erbe di macchia.

Cosa potrebbe dare la stessa uva trattata con le attenzioni riservate ai grandi cru?

I rossi sardi hanno uno stile particolare ben riconoscibile: acidità contenuta e sotto le righe ma presente, tannino sempre dolce, mai troppo pesante o spigoloso, materia estrattiva garbata mai in eccesso, finale comunque levigato con una bevibilità che va sempre al di là della effettiva presenza alcolica spesso notevole.

Un sostanziale miglioramento qualitativo si è avuto negli ultimi 10 anni con l’abbandono di buona parte della vendita di sfuso a favore dell’imbottigliato e con il passaggio dalle produzioni di grande massa a quelle fortemente selettive. Su questo fenomeno non ha però influito l’ingresso del sistema  DOC, anzi inizialmente ha peggiorato le cose. L’uva Monica, ad esempio, veniva allevata, diversi anni fa, ad alberello producendo uve concentrate e vini famosi per struttura e longevità.

 Poi con la DOC si è passati ad alte rese per ettaro e a differenti tipologie e il prodotto è scaduto a livelli molto bassi, lasciando solo a pochi ( Monica di Ferruccio Deiana a Settimo San Pietro e Perdera di Argiolas) il compito di tenere alto l’onore di quell’uva. Lo stesso dicasi per la DOC Cagliari, Moscato in particolare, che ha introdotto la vite in zone non vocate, a discapito delle colline della Marmilla, Trexenta e Parteolla che sono state quasi del tutto abbandonate.

E ancora il Nuragus, vitigno molto produttivo, tanto da essere soprannominato paga deppidus o ua de is poberus, una volta allevato in forme espanse ha dato vini squilibrati e sgradevoli.
Fortunatamente il forte carattere sardo si è manifestato attraverso una schiera di produttori che si sono messi a ricercare caparbiamente la qualità, ricavando dei vini di grande razza ed originalità.


Il lavoro di Argiolas, della Cantina di Santadi, di Cherchi, Capichera, Contini, Sella e Mosca, per citarne solo alcuni, è ormai noto a tutti. E la più grande parte del lavoro è stata compiuta rigorosamente sui vitigni autoctoni, senza scomodare le uve alloctone.

Il vermentino, in questo contesto, ha una sua storia non ancora giunta al termine. Il più famoso di tutti, il vermentino di Gallura, si basa su terreni a forte componente granitica ed è favorito dal clima ventoso e asciutto. Da questo contesto si ricava frutto e freschezza, un buon tenore alcolico, una vena minerale che a volte vira verso il salmastro e l’erbaceo, caratteri che però si perdono quando la vigna è sfruttata più del dovuto.

Di recente si è assistito alla ricerca di un nuovo stile, basato sulla conduzione della vinificazione sulle bucce e su uve portate a piena  maturità. Ne sono esempio illuminante il nuovo Cerdeña di Argiolas, l’Entemari di Pala e il Dettori bianco, vini densi, dal grande frutto e consistenza, pastosi ma anche freschi ed eleganti.

Non dimentichiamo, infine, il gran numero di passiti che l’Isola ha prodotto: fra tutti l’ossidativa Vernaccia di Oristano (superba quella di Contini), grande vino da aperitivo “robusto”, o la Malvasia di Bosa, coltivata in condizioni eroiche (Porcu di Modolo o Columbu di Bosa, che il film Mondovino ha reso famoso), o ancora il nasco (nelle versioni Latinia di Santadi o Angialis di Argiolas), uno dei più raffinati vini da fine pasto sino ad ora prodotti.

ELBA

Pochi dati significativi: nel 1878 si producono 123.000hl di vino.
Tra il ’40 e il ’50 gli impianti vitati ammontano a 2000-3000 ha.
Il paesaggio era allora molto diverso dall’attuale, dominavano i terrazzamenti vitati, soprattutto nella zona ovest oggi parco nazionale, e si estendevano fino ai 300m di altezza, la flora vedeva prevalere la quercia, soprattutto da sughero, in luogo delle attuali pinete.

 Il Turismo ha modificato completamente gli stili di vita e come principale conseguenza delle nuove attività lavorative si è avuto l’abbandono della campagna e delle coltivazioni.

L’esplosione del turismo balneare ha distolto, a partire dagli anni 60, molte risorse da un settore duro come quello agricolo, reso oltretutto ancora più ostico dalle particolari condizioni ambientali tipiche delle piccole isole, dove i vigneti più vocati sorgono in zone impervie e difficili da lavorare.
Siamo così arrivati all’attuale situazione in cui i vigneti si sono ridotti a 350ha di cui solo 125 sono iscritti alla DOC.

Per molti anni parlare di vino dell’Elba ha significato un immediato riferimento all’aleatico ed ai vini passiti prodotti con uve moscato o ansonica. Purtroppo molti di questi vini, soprattutto quelli nella improbabile versione fortificata, avevano una dubbia provenienza e con il tempo hanno gettato un’ombra buia sulla qualità dei vini dell’isola. Così anche i vini bianchi o rossi secchi erano più legati all’immagine di Napoleone, che non alla loro qualità o al loro luogo di provenienza.

Per fortuna, ad iniziare dagli anni ’90, si è potuto assistere ad un lento, ma costante “rinascimento” della vitivinicoltura elbana. Grazie ad alcuni produttori volonterosi ed illuminati si è cominciato a modernizzare la tecnica di produzione, a lavorare duramente e meticolosamente sia in vigna che in cantina. I risultati ottenuti fanno vedere chiaramente quelle che sono le reali potenzialità dei vini elbani, e non solo dei più famosi aleatici e passiti, ora reperibili con una certa facilità, ma anche dei bianchi e dei rossi.

L’aleatico, dall’omonimo vitigno appartenente alla grande famiglia dei moscati, risulta ancora, al momento, il vino più interessante della piccola produzione dell’Elba.

Lo si può incontrare in due stili leggermente differenti tra di loro. Il primo è un aleatico d’annata, messo in commercio all’inizio dell’anno successivo alla raccolta, fresco dagli intensi profumi varietali di rosa e confettura di frutta rossa, dolce non stucchevole, morbido se in macerazione si controllano con cura i tannini, di piacevolissima beva. Il secondo è invece un aleatico maturato per un paio d’anni in botte grande, per aver certezza che si spogli dalle sostanze che potrebbero farlo rifermentare in bottiglia e perché acquisti sentori più complessi, speziati e balsamici, più adatti ad un vino da pura meditazione.

In entrambi i casi l’appassimento delle uve avviene al sole durante il giorno, mentre per la notte si provvede a ritirarle al coperto, per evitare che la rugiada notturna rovini gli acini. Una tendenza più moderna prevede l’appassimento all’ombra, in maniera da non bruciare al sole gli aromi primari dell’uva.

Accanto all’aleatico è degno di nota il moscato ed una piccola produzione di ansonica passita. Tutti e tre possono fregiarsi della DOC.

Il panorama dei vini bianchi è costituito da una base fondata sul procanico o trebbiano, sul vermentino e sul biancone di Portoferraio. La DOC prevede ancora un’ansonica, mentre il vermentino in purezza è costretto a rifugiarsi nella IGT Toscana.

Negli anni ’60 e ’70 si produceva anche uno spumante, che oggi è completamente scomparso, anche se previsto dal disciplinare DOC. Siamo di fronte a vini molto freschi e puliti, addirittura sapidi nel caso dell’ansonica, adatti alla locale cucina marinara, anche se c’è ancora della strada da fare per ottenere maggiore incisività e personalità. Il numero di ettari impiantati è esiguo e questo domanderebbe di avere una produzione di qualità straordinaria per fare dell’Elba un punto di riferimento della produzione insulare toscana.

Il rosso deve avere una base di almeno il 60% di sangiovese e prevede anche un riserva che deve soggiornare in legno e bottiglia per almeno 24 mesi. Di recente alcuni produttori hanno impiantato vigne di syrah, ed i primissimi risultati appaiono molto promettenti.

GIGLIO

Qui la viticoltura è addirittura a rischio di scomparsa.
In passato erano 600 gli ha a vite e 1640 hl prodotti contro i 600hl attuali, la maggior parte dei quali servono per autoconsumo.

Il vitigno è l’ansonica e lo ritroviamo in un vino secco, minerale, quasi salino adattissimo ad una cucina “in riva al mare”, poi anche in una versione passita.
Data di pubblicazione: 12/12/2005
La commission agricoltura della regione in visita a Bolgheri
Il 9 giugno la seconda Commissione del Consiglio Regionale, ovvero quella che si occupa di agricoltura e sviluppo rurale, ha visitato il territorio di Bolgheri ed alcune aziende di produzione vitivinicola. La visita, concordata ed organizzata in collaborazione con il Consorzio di Tutela, ha avuto scopi puramente tecnici, al fine di permettere al Presidente Loris Rossetti e ad alcuni consiglieri tra i quali Enzo Brogi e Pier Paolo Tognocchi, di disporre di una visione approfondita della realtà produttiva locale e delle problematiche legate al settore vino.

Cari appassionati, parte oggi il giro tra i vini dell'arcipelago. Oggi voglio parlarvi dell'Isola del Giglio. Un' isola meravigliosa, aspra, viva che si accende in estate e si chiude in inverno custodita dai suoi fedeli abitanti.

Il termine “Lido” identifica un lembo di terra o spiaggia pianeggiante, parallelo alla costa, dove arrivano ad infrangersi le onde del mare. E’ ovvio che in una Penisola come la nostra bella Italia, di Lidi, se ne trovano una quantità a dir poco infinita. La definizione “Lido” apre, nell’immaginario comune, scenari di luoghi accoglienti e vacanzieri, ricchi di ombrelloni e di ogni qualsivoglia piacevole intrattenimento. Tanto è vero ciò che, sulle grandi e lussuose navi da crociera, il luogo all’aperto dove sono ubicate le piscine con le annesse attrezzature ludiche si chiama “Ponte Lido”.
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