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Ancora sui vini evoluti: conferme, smentite, sorprese

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Rileggo il mio articolo su Terre di Toscana, e le mie considerazioni sulla degustazione delle vecchie annate fornite dalle aziende. Per l’appunto, quest’anno mi si sono presentate numerose occasioni di (piacevolmente) confrontarmi con vini, anche di grande spessore, cosiddetti “invecchiati”. In primis, il sottoscritto odia questa parola, un’accezione peggiorativa che mi evoca sotterranei pieni di ragnatele, improbabili liquidi marroni devastati dall’ossidazione, ecc. Il vino di qualità al contrario si eleva in cantina, come ci insegnano i cugini francesi, che ci sono maestri. Tra l’altro, abbiamo la disgraziata abitudine di consumare i migliori prodotti non appena messi in commercio, bellamente passando sopra a tannini ancora da affinare, legno non del tutto assorbito, acidità sopra le righe, ecc. Si sacrificano così eleganza e complessità ancora da dispiegare, in favore di fragranza fruttata (spesso più monolitica, meno sfumata) e maggiore impatto al palato (N.B.: non “migliore”, “maggiore” impatto). di Riccardo Margheri

 

 

D’altro canto, attendere eccessivamente di stappare la bottiglia dei nostri sogni può condurre a delusioni, e a mio giudizio sopravvalutare la longevità potenziale dei vini più correntemente disponibili è errore quasi altrettanto diffuso del berli troppo in gioventù. Ci sono numerosi splendidi prodotti (toscani e non, e magari anche italiani e non) che danno il meglio di loro stessi in un arco di anni dai 5 ai 10, senza bisogno di improbabili esperimenti gerontofili, magari sfiziosi, ma difficilmente riusciti al 100%. Continuo ad esser convinto che le bottiglie anni ’90 (e indietro) davvero grandi siano molte meno di quante si creda.

Eppure, lurkando sulla miriade di siti frequentati dagli appassionati (in un recente seminario si è affermato che qualcosa come il 2% del traffico sul web riguarda il vino: non vi pare mostruoso?), leggo di mirabolanti assaggi di annate riemerse dalle nebbie del tempo (tendenzialmente dai 15 anni in su) con risultati strepitosi. Mi sono sempre (o quasi) capitate bottiglie sfigate? Il mio livello di fruizione è troppo semplicistico, e manco degli strumenti e dell’esperienza per godermi la parte (splendidamente) discendente della parabola di un grande vino? Oppure, alcuni resoconti che capita di leggere scontano l’entusiasmo suscitato dai grandi nomi in degustazione, e le relative valutazioni sono esagerate? Difficile dirlo, e tanto meno generalizzare: l’unica cosa che il wine lover può fare è continuare a sperimentare e non perdere la curiosità del nuovo (e, in questo caso, del vecchio): non che questo sia sgradevole, anzi…

Recente occasione in merito mi è stata offerta dalla Vinoteca al Chianti (www.vinotecaalchianti.it): questa enoteca fiorentina è condotta con passione e competenza da Andrea Formigli, figlio d’arte di quel Silvano tra i protagonisti del marketing del vino di qualità in Italia. Con l’idea (benemerita e condivisibile) di fare promozione per i prodotti in vendita, la Vinoteca organizza 2-3 degustazioni l’anno, con centinaia di etichette disponibili all’assaggio (compresi di volta in volta calibri come Sassicaia, Soldera, Dal Forno, Roberto Voerzio…), con particolare attenzione, ad esempio, ai vitigni autoctoni italiani. In particolare, per festeggiare i dieci anni di attività, lo scorso 13 marzo è stata la volta di un evento specificamente dedicato a “vini prodotti prima del 2000 in Italia e all’estero”: abbondanza di Barolo e Barbaresco, Supertuscans, nomi ilcinesi di rango e qualche chicca straniera, compresi numerosi vini dolci fortificati e non, con l’unica eccezione dei vini bianchi secchi (probabilmente quelli capaci di sfidare i 10 anni di età hanno prezzi poco abbordabili). Queste le risultanze degli assaggi, con la solita avvertenza che tutte le impressioni sarebbero da riscontrare con il test di una seconda bottiglia, quando possibile.

Per l’area langarola, erano disponibili soprattutto campioni di aziende di impostazione moderna (uso del rotomaceratore in fermentazione e affinamento in legno piccolo): si poteva supporre che il proposito di arrotondare i tannini prorompenti del Nebbiolo tramite la barrique potesse influire negativamente sulla longevità dei vini, ma non è stato così. Esemplare a questo proposito il Barolo Vigneto Rocche ’99 di Mauro Veglio, produttore che di solito non lesina sul legno e sull’estrazione: nonostante la speziatura evidente, il tannino non seccava la chiusura, il palato manteneva polpa e note ben integrate di cioccolato e frutto nero. Un po’ rigido l’impianto del Barolo ’98 di Paolo Scavino, mentre il cru Carobric, pari annata, era più fine e vivo di acidità, ma molto su toni evoluti (per altro non sgradevoli all’attacco) con un finale del tutto medicinale (forse un problema di ossigenazione). Stessa finezza e complessità (in positivo) nel Barolo Vigna Giachini ’98 di Corino, mentre il più ambizioso Vecchie Vigne dello stesso millesimo era più pieno ma anche amaro sulla chiusura al palato. Dava al contrario l’idea di poter ancora esplodere il Barolo Vigna Conca ’98 di Mauro Molino (impeccabile l’equilibrio complessivo). L’unico Barbaresco assaggiato è stato il volutamente modernista Coparossa ’99 di Bruno Rocca: tannino appena polveroso, ma anche impressione di grande vivacità e di un corredo aromatico non ancora aperto (sul finale di bocca solo una rinfrescante nota balsamica). Ottima (e pure economica) la declinazione valtellinese del Nebbiolo del Sassella Rocce Rosse ’99 di Ar.Pe.Pe.: bella articolazione al naso (floreale e ciliegia sotto spirito, nota minerale e piacevole sentore affumicato), corrispondenza al palato, finale lungo e preciso. Affascinante anche l’Amarone Classico BG ‘99 di Tommaso Bussola: la leggera prevalenza alcolica si spiega con la tipologia, bel ventaglio aromatico (cioccolato, frutti rossi in confettura, fichi secchi e anche note di funghi secchi sul finale), beva ancora non appesantita. E assolutamente intrigante l’assaggio dei tre Taurasi: il Piano di Montevergine ’96 dei Feudi di San Gregorio (grande materia, bello slancio a dispetto dello stile moderno); il Vigna Macchia dei Goti ’98 di Antonio Caggiano (con il finale appena irrigidito dal legno ma deliziosamente polposo e peposo); e il Radici 130 Anni Riserva ’99 di Mastroberardino (il più austero, che solo dopo lunga ossigenazione iniziava a dispiegare il carattere varietale). Tre grandi bottiglie dal grande futuro per un vitigno straordinario, del cui valore troppo spesso ci si dimentica.

Tra i Brunello di Montalcino assaggiati, i due migliori erano due vini molto diversi tra loro: il ’99 di Piancornello brillava per impeccabile gioventù di frutto, tannino fine, rimarchevole agilità di beva. Un Brunello apparentemente semplice e diretto, ma spesso è proprio l’equilibrio ad essere il presupposto fondamentale per una felice evoluzione. Che si dispiegava in tutto il suo fascino nella Riserva ’95 di Altesino: una cornucopia di eleganti note terziarie (compresa la scorza d’arancia amara che fa tanto Barolo…, e invece si ritrova anche nei grandi Sangiovese all’apice, eccome!), ma anche un tono aromatico di fragrante succo d’uva, dispiegato in un palato suadente, di bel volume, raffinato dall’età ma dall’acidità ancora ben integrata. E’ pur vero che un minimo di abitudine (e magari un debole…) per le “vecchie annate” è necessaria per apprezzare una simile bottiglia. E così a qualcuno è piaciuta di più la Riserva ’99 di Capanna (in magnum): bella ciliegia matura, ma al naso spuntava un tono simile alla gomma bruciata; bocca di buon volume, ma alcool un po’ in evidenza e tannino che prevaricava nel finale. Meglio allora il ’99 di Salicutti, con un’evoluzione elegante (ma accentuata) e un naso con qualche incertezza; oppure, sul versante opposto, il ’99 di Solaria, succoso ma monodimensionale sulla maturità di frutto e con una chiusura un po’ troppo vegetale. Lo stile “polpa e frutto” era quindi forse meglio espresso dal Vino Nobile di Montepulciano Simposio ’99 dei Tenimenti Angelini, grazie alla maggiore acidità. La quale acidità pervadeva, e caratterizzava, tre vini diversi ma fratelli per complessità, profondità e obiettivo dell’eleganza di beva felicemente conseguito: il Cabernet Sauvignon Collezione De’Marchi ’98 di Isole e Olena, I Sodi di San Niccolò ’99 di Castellare di Castellina e il Tenuta di Valgiano ’99 dell’omonima azienda. Tre belle conferme, cui avrebbe dovuto aggiungersi il Bruno di Rocca ’99 di Vecchie Terre di Montefili, invece così decrepito da farmi pensare con certezza a una bottiglia sfortunata.

Ma tutto sommato, le emozioni più forti mi sono giunte dai vini stranieri. Sarà che hanno i vigneti nettamente più vecchi dei nostri, sarà che hanno un differente concetto di fare vino, alla ricerca dell’eleganza e della profondità piuttosto che della pienezza; ma certo, in alcuni assaggi (tra cui i due Bordeaux che seguono) si percepiva qualcosa di più e di diverso. Era il caso dello Chateau Belgrave ’96: da un millesimo giustamente celebrato, che solo adesso comincia ad aprirsi, un pannello di note terziarie, dal terroso ai funghi secchi, ma con un che di intrigante vinosità, che trovavano corrispondenza ancora tesa di acidità, viva di tannino, dalla persistenza superiore alla media, ancora con molta vita davanti. Mi ha fatto piacere ritrovare ai livelli che gli competono lo Chateau Langoa Barton nell’edizione ’99 (dopo una recente deludente esperienza con l’annata 2001): deliziosa la complessità aromatica, nonostante la chiusura in termini di più immediata fruttuosità, per un vino peraltro da bere adesso. Sembrava invece proprio “nato ieri” lo splendido Cote Rotie Les Becasses ’98 di M. Chapoutier, clamorosamente peposo e balsamico. Dal Nuovo Mondo, defunti i californiani Zinfandel Collection North Coast ’97 di Beringer (e ci poteva stare) e il Cabernet Sauvignon pari millesimo di Merryvale (e qui la delusione è maggiore); in compenso, bel carattere varietale (merde de poule compresa…) ma prezzo improponibile per il Pinot Noir Byron ’98 di Nielson Vineyard, dalla Santa Maria Valley, e rinfrescante balsamicità, oltre che frutto ancora piuttosto integro, per il cileno Cabernet Sauvignon Arboleda ’99 di Caliterra, dalla celebrata Valle di Maipo.

Infine i vini dolci e fortificati, dove mi sono sfiziato ad assaggiare bottiglie un po’ più rare e fuori dalle righe (ovvero, ho trascurato gli italiani). Non riesco a farmi piacere i Tokaj: l’Aszù 5 Puttonyos della Tokaj Classic aveva il solito naso gradevolissimo di pesce e albicocche sciroppate e miele, ma l’altrettanto consueta bocca un poco sbilanciata verso le componenti morbide. Ma in compenso clamoroso il Riesling Auslese Lorenzhofer ’94 di Karlsmuhel – Mertersdorf: apparato aromatico che trascorreva dalle note varietali di idrocarburi, alla scorza di agrumi, al lime e ai frutti tropicali in genere, e addirittura alla zafferano; palato forse meno concentrato e teso di acidità del previsto, ma lunghissimo e quasi altrettanto complesso. Buonissimo anche il Gewurtztraminer Vendanges Tardives Fronholz ’97 di Ostertag: miele, balsamicità, un minimo di Botritys al naso, bocca senza quei toni arrostiti e quell’amaritudine che troppo spesso caratterizza questo vitigno, anche qui sfaccettata e persistente. Profumatissimo, soprattutto deliziosamente floreale il raro Chardonnay passito Grains Cendres ’99 della Cantina Cooperativa di Quintaine nel Maconnaise borgognone: peccato il prezzo improponibile. Consueto carattere per il Porto Vintage ’97 di Nieeport – Quinta do Passadouro: tannicità prorompente per un vino che deve durare decenni, note di caffè, cioccolato, ciliegie sotto spirito, fichi secchi. Infine, last but not least, per chi ama il genere imperdibile lo Chateau Chalon ’98 del Domaine Berthet Bondet: l’ossidazione biologica dona un gusto secco e tagliente, balsamico ma fruttato, con tagliente salinità quasi marina che lo affratella ai consimili Xeres Fino e Manzanilla.

 
Data di pubblicazione: 13/04/2010
La commission agricoltura della regione in visita a Bolgheri
Il 9 giugno la seconda Commissione del Consiglio Regionale, ovvero quella che si occupa di agricoltura e sviluppo rurale, ha visitato il territorio di Bolgheri ed alcune aziende di produzione vitivinicola. La visita, concordata ed organizzata in collaborazione con il Consorzio di Tutela, ha avuto scopi puramente tecnici, al fine di permettere al Presidente Loris Rossetti e ad alcuni consiglieri tra i quali Enzo Brogi e Pier Paolo Tognocchi, di disporre di una visione approfondita della realtà produttiva locale e delle problematiche legate al settore vino.

Cari appassionati, parte oggi il giro tra i vini dell'arcipelago. Oggi voglio parlarvi dell'Isola del Giglio. Un' isola meravigliosa, aspra, viva che si accende in estate e si chiude in inverno custodita dai suoi fedeli abitanti.

Il termine “Lido” identifica un lembo di terra o spiaggia pianeggiante, parallelo alla costa, dove arrivano ad infrangersi le onde del mare. E’ ovvio che in una Penisola come la nostra bella Italia, di Lidi, se ne trovano una quantità a dir poco infinita. La definizione “Lido” apre, nell’immaginario comune, scenari di luoghi accoglienti e vacanzieri, ricchi di ombrelloni e di ogni qualsivoglia piacevole intrattenimento. Tanto è vero ciò che, sulle grandi e lussuose navi da crociera, il luogo all’aperto dove sono ubicate le piscine con le annesse attrezzature ludiche si chiama “Ponte Lido”.
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