Anteprima Amarone: l'altro punto di vista
Durante l’Anteprima dell’Amarone, dalle finestre del maestoso Palazzo della Gran Guardia, in centro a Verona proprio di fronte all’Arena, si intravedevano le colline. Un’occasione per ribadire il legame con il territorio di un vino che negli ultimi anno ha conosciuto un grande successo internazionale, in occasione di una degustazione che ha offerto più spunti di riflessione, per lo più positivi ma con qualche impressione interlocutoria. RM
1) Innanzitutto, ogni giudizio è perlomeno rivedibile: l’Amarone è ovviamente un vino creato per durare a lungo, e inoltre buona parte dei campioni degustati erano ancora in affinamento. Così le incertezze olfattive di parecchi vini, o la sensazione di assaggiare numerosi campioni un poco “scomposti” (quasi con l’acidità da una parte e l’alcool dall’altra, tipicamente la condizione di un vino che non ha ancora terminato il suo affinamento in bottiglia) era palese. Questo capita a più di un’Anteprima e solleva legittimi dubbi, in generale, sull’utilità di queste manifestazioni e sull’opportunità di riposizionarle in altri momenti dell’anno. Che sia questo il motivo per cui, a dispetto di un’ottima organizzazione, la manifestazione non è decollata al 100% e mancavano alcuni nomi importanti?
2) Pure, qualcosa si poteva ben verificare: la perizia dell’estrazione tannica, la pulizia del finale di bocca. E in effetti alcuni vini esibivano una compattezza impressionante, con una bocca levigata, piena, un’apprezzabile acidità che rendeva piacevole la beva (un po’ la cifra stilistica di una vendemmia ritardata come il 2004), tra l’altro con una complessità di profumi che prescindeva dal solito stereotipo dell’Amarone “frutto maturo-cioccolato”, ma piuttosto rinfrescante, balsamica, con note floreali inconsuete ma piacevoli (un taglio di Rondinella che rimane in uvaggio?).
3) Tutto bene dunque per questi 2004? Purtroppo non sempre: l’annata si è confermata potenzialmente di grandi possibilità, ma ha impietosamente selezionato i produttori, tra chi ha teso (ed è riuscito) a fare qualità, e chi invece si è prefisso qualcosa di un po’ più corrente. L’impressione è che, reduce da due vendemmie in cui per motivi opposti si era prodotto (e venduto) poco, qualcuno magari non è stato così rigoroso con la riduzione delle rese per ettaro o con la vendemmia verde e ha lasciato un poco più di uva sulla pianta. Ma per l’appunto proprio in una stagione con un andamento insolitamente tardivo, nella quale si è vendemmiato anche ad ottobre inoltrato, proprio come si faceva una volta: più prolungato il processo di maturazione in pianta, più straordinaria l’opportunità di conseguire una dolcezza del tannino perfetta, per chi la cercava… ma anche una sorta di trappola, appunto, per chi aveva ecceduto con le rese. Ed ecco più di un vino con un tannino acerbo, strappato, che si è tentato malamente di “curare” con un eccesso di legno: e quindi profumi tostati in modo invadente, finale di bocca secco e amaro, ecc.
4) Questa ambivalenza di risultati solleva più di un dubbio sull’opportunità di elevare questo grande vino al rango di DOCG (ma ne ha davvero bisogno?). Ci siamo sempre sentiti raccontare che non si è raggiunto l’accordo tra i produttori della zona classica e quelli della zona allargata sul disciplinare della potenziale denominazione controllata e garantita. Le risultanze degli assaggi ci parlano di una sostanziale omogeneità di risultati tra le due “fazioni”, nel bene e nel male (cioè sia tra i vini migliori sia tra i quelli che hanno suscitato perplessità). Si potrebbe discutere a lungo se alcune differenze di spettro aromatico tra i vini dipendano da peculiarità di terroir, differenze di uvaggio, vinificazione e in particolare tecnica di appassimento delle uve. Se anche fosse, mi pare più importante che i due gruppi di produttori facciano fronte comune nello stringere le maglie dei controlli e nel ribadire un’identità comune, al di là delle diatribe. La Valpolicella ha numerose opportunità di mantenere posizioni di mercato con vini dotati di immediatezza di frutto e di un prezzo conveniente. L’Amarone, in questo contesto, dovrebbe diventare/rimanere il simbolo della qualità senza compromessi e del potenziale di una zona così importante. Ovvero, a giudizio di chi scrive, pur con numerose punte di eccellenza, alcuni campioni risultati un poco imbarazzanti all’assaggio non giovano all’immagine della denominazione.
Riporto di seguito le impressioni degustazioni di alcuni vini che mi hanno positivamente colpito, senza voler stilare una graduatoria di merito, e senza con questo esaurire i campioni che hanno mostrato qualità e potenziale evolutivo:
Amarone della Valpolicella Classico 2004, Tommaso Bussola: vero naso “da Amarone”, per come ci se lo aspetta, maturità di frutto rosso, amarene, note di uva passa e frutta secca (fichi?), anche se in realtà è più maturo che minerale; in bocca l’alcool si sente, ma il tannino è ben estratto, la lunghezza adeguata, il finale pulito. Forse un po’ sul versante morbido, ma ad averne…
Amarone della Valpolicella Classico 2004, Stefano Accordini: qualche incertezza olfattiva che si pulisce con adeguata ossigenazione, sboccando su una bella complessità anche speziata e minerale; bocca compatta, impressione di tannino “d’uva”, verace e non spianato dal legno, OK larghezza di frutto, qualche leggera nota amaricante finale, ma è probabilmente un problema di gioventù
Amarone della Valpolicella 2004, Cà Rugate: relativamente scarico di colore, naso un po’ compresso su note tostate anche se si intuisce un frutto di piacevole maturità; bocca con bel contrasto di acidità, larga, sapidità ben percepibile, finale balsamico elegante, equilibrato e quindi facile da bere ma non manca di concentrazione
Amarone della Valpolicella Classico Calcarole 2004, Guerrieri Rizzardi: bel naso intenso e maturo, prugna, mora, e una nota minerale a dare complessità; bella corrispondenza naso-bocca, morbidezza ed equilibrio, finale su note vegetali eleganti
Amarone della Valpolicella Classico 2004, Zenato: molto chiuso all’inizio, apre su un gran bel frutto maturo, note gelatina d’uva, composta di prugne, un singolare ma piacevole sentore di tè; bocca ancora scontrosa, tannino duro, ma finale pulito e possibilità di evoluzione per buona acidità, già ora godibile la larghezza di frutto
Amarone della Valpolicella 2004, Valentina Cubi: da una piccola azienda familiare, un vino con un naso già preciso, anche con un sentore “resinoso” piacevole e una bella mineralità; bocca forse meno concentrata di altre, ma con una bella spinta acida, tannino levigato, un ingresso di frutto maturo che sfuma con bella lunghezza su un elegante finale speziato
Amarone della Valpolicella 2004, Trabucchi: scurissimo, dà già alla vista un’idea di grande concentrazione; al naso una botta di alcool veicola una accattivante complessità di mirtilli, more, fichi secchi, caffè; bella corrispondenza naso-bocca, tannino importante di buona grana, largo e anche assai lungo


