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Aurico di Villa Poggio Salvi

L’antico e “divino” Moscadello è stato in passato il fiore all’occhiello di Montalcino e fu lodato ed apprezzato da illustri personaggi, proprio come accade oggi al Brunello di Montalcino. I primi riferimenti della presenza di questo vino a Montalcino risalgono al XIII° secolo e sembra che originariamente fosse una produzione esclusiva dei frati dell’abbazia di Sant'Antimo che coltivavano “di proprie mani”, cioè a conto diretto, una moscadellaia. I Medici, reali di Toscana, prima del Santo Natale erano soliti chiedere dei campioni di Moscadello dei quali poi sceglievano la qualità e la quantità “che abbisognava la corte anche perché amavano provvedere per Roma, Napoli e oltremare”.

 

 

 Nel 1540, in una lettera inviata da Venezia ad un amico, lo scrittore Pietro Aretino lo ringrazia elogiandolo per il dono di un “caratello di prezioso, delicato Moscadello, tondotto, leggiero, e di quel frizzante iscarico che par che biascia, morde e trae di calcio, parole che parrebbon la sete in su’ le labbra”.

 

Il pontefice Urbano VIII, nei primi decenni del Seicento, lo apprezzava “per la sua gagliardia e sapore” e con grande discrezione “solea spesso richiederlo per sé e per la sua Corte”.

 

Francesco Redi nel 1685 compose il “Bacco in Toscana” in onore ai migliori vini della regione, elogiandolo con questi versi:

Del leggiadretto,

del sì divino

Moscadelletto

di Montalcino.

E, a testimonianza della fama internazionale che aveva raggiunto, continua definendolo “Vin, ch'è tutto grazia” e destinato:

per le dame di Parigi,

e per quelle,

che sì belle

rallegran fanno il Tamigi.

 

Anche il poeta Ugo Foscolo, nel soggiorno fiorentino sul colle di Bellosguardo, durante il periodo più drammatico della sua vita, scriveva in una lettera indirizzata ad un amico: “la Quirina Mocenni Magiotti non è avara … mi regala panforte e parecchi fiaschetti di Montalcino di cui mi fo merito con chi viene a trovarmi quassu”.

 

Le malattie (oidio, peronospora, fillossera), tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, sterminarono le vecchie moscadellaie decimandone la produzione fino a farla diventare una curiosità enologica.

 

Tancredi Biondi Santi in una lettera del 1927 invita i “Signori Padronati a ripristinare le moscadellaie... posso con sicurezza dire che l’utile derivato da questo vitigno è molto buono, certamente mai inferiore del doppio di quello che si può ottenere coltivando altri comuni vitigni... ci pensino i Signori Padronati e con questa bona visione, ricca di belle speranze, si accinghino senza ulteriori indugi a ripopolare le pendici della nostra collina, arricchendola di un prodotto che fu vanto di Montalcino e che dovrà dare vita ad un’industria agricola piena di promesse e di frutti per tutti”.

 

Attualmente il Moscadello di Montalcino è stato riscoperto e valorizzato da pochissime aziende ed ancora meno son quelle che producono la tipologia “vendemmia tardiva”.

 

Ancora oggi, arrivati a Montalcino, è d’obbligo parlare di Moscadello. Ed infatti anche il Ministro delle Politiche agricole Luca Zaia e l’Ambasciatore statunitense Ronald Spogli, in visita i primi di luglio a Montalcino per la questione del Brunello, dopo la conferenza stampa, hanno concluso la colazione con un calice di Aurico, il nostro amato Moscadello.

 

 

 

 

 

Villa Poggio Salvi

Aurico – Moscadello di Montalcino DOC

Vendemmia tardiva

 

Il colore oro antico con riflessi intensi, il profumo delicato di frutti canditi e albicocca, il gusto caldo, dolce ed armonioso: sono queste le caratteristiche che vogliono indicare il nome Aurico, moscato bianco passito di carattere elegante e fine che rappresenta per finezza i grandi vini da dessert.

Eccezionale Moscadello di Montalcino da vendemmia tardiva di uve Moscato. L'appassimento delle uve sulla pianta permette una forte concentrazione degli zuccheri dovuta alla perdita di acqua. Il mosto ottenuto dalla pressatura soffice delle uve fermenta direttamente in carati dove rimane in maturazione per 2 anni.

 

Altitudine:                                           450 metri

Uve:                                                      Moscato bianco

Forma di allevamento:                     sylvoz

Vendemmia:                                        tardiva, metà novembre, a mano in cassette

Appassimento:                                    sulla pianta

Vinificazione e maturazione:          il mosto ottenuto dalla pressatura soffice delle uve appassita fermenta in carati di

rovere francese dove rimane in maturazione per due anni.

Affinamento in bottiglia:                 minimo 6 mesi

Produzione annuale:                        3.000 bottiglie

 

Data di pubblicazione: 22/07/2008

Verticale storica di Lupicaia
Correva l’anno 1994. La Strada del Vino Costa degli Etruschi veniva inaugurata nella sua prima versione curata dalla Provincia di Livorno. Ad aprile organizzammo la presentazione ufficiale alla stampa e Gian Annibale Rossi di Medelana fu magnifico ospite della brigata dei giornalisti nella sua immensa tenuta del Terriccio. Ci accompagnò personalmente in un avventuroso tour in fuoristrada rimasto nella memoria di molti. Per l’aperitivo fu servito un fresco bianchetto ed uno spumante che costituivano le produzioni “vecchia maniera” dell’azienda. Per assaggiare il Lupicaia abbiamo dovuto attendere ancora qualche mese. All’inizio del ’95, io e l’amico Ernesto Gentili fummo invitati ad un primo assaggio di ricognizione, in presenza di un giovanissimo Carlo Ferrini. Inutile dire che ci accorgemmo immediatamente di essere di fronte ad un grande evento: la nascita di un vino che sarebbe entrato prepotentemente nella storia enoica della costa toscana.

Cari amici buongustai, scusate il ritardo di questa settimana,ma l'estate ha colpito anche me e il caldo, tanto agognato, si fa sentire. Come vi avevo detto oggi filosofeggeremo velocemente su come il rapporto con il cibo e il significato della tavola siano cambiati profondamente nel tempo. Si perché, quello che oggi è un momento abituale della nostra giornata, ha segnato e segna uno dei più grandi specchi d'analisi nel rapporto evolutivo tra i cambiamenti della società, della cultura , e quindi dell'uomo nel tempo. Il nutrimento è la base della sopravvivenza dell'uomo dal principio della sua esistenza, perciò il rapporto con questo e con il rito della cucina e della tavola si è evoluto nel tempo come tutto ciò che ci caratterizza come uomini sociali.

Qui, tra corridoi, sale e saloni decorati da meravigliosi affreschi e arredati da preziosi mobili antichi, coabitano due realtà straordinarie: il Relais Santa Croce, Hotel 5 Stelle Lusso e l’Enoteca Pinchiorri, di Giorgio Pinchiorri e sua moglie Annie Féolde : un Ristorante che, a livello mondiale, fa onore all’Enogastronomia Italiana. Giorgio è nato a Monzone di Pavullo, in Provincia di Modena, da una Famiglia di agricoltori, a Firenze si trasferisce nel 1955, quando sua madre entra a lavorare, come cuoca, in casa di un medico. Dopo aver frequentato l’Istituto Alberghiero, Giorgio muove i primi passi nel mondo della ristorazione e si appassiona a quell’affascinante universo che ruota intorno ai grandi vini. Nel 1966, dopo la devastante alluvione che colpì la Città, compra una copia, sopravvissuta, della Guida Bolaffi dei Vini del Mondo di Luigi Veronelli, e, forte di questo manuale, si avventura, nel suo primo viaggio, nelle zone vitivinicole più importanti della Francia. Da questo momento in poi sarà un crescendo, sia per la sua passione che per la sua collezione privata.
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