Degustando a Vinitaly
CONSORZIO GARDA CLASSICO
La gentile ospitalità del Consorzio Garda Classico (www.gardaclassico.it) ci ha consentito di avvicinarci ad un vino rosato, il Chiaretto, forse non così noto agli appassionati toscani, ma assolutamente in prima linea nell’immagine dell’industria vitivinicola italiana all’estero, in virtù della sua popolarità in Germania e del consumo “estensivo” che ne fanno i turisti in vacanza sul lago. Il disciplinare prevede la possibilità di giostrarsi tra Groppello (min. 30%), Sangiovese, Barbera, Marzemino (tutti almeno con un minimo del 5%), più eventualmente altri vitigni (fino ad un massimo del 10%), e tutte le uve apportano freschezza e componenti aromatiche fragranti. Condividiamo la scelta del Consorzio di promuovere il Chiaretto in abbinamento con i piatti (merita una menzione il delizioso carpaccio di trota) preparati dallo chef del ristorante Ortica di Manerba del Garda (BS): nella nostra tradizione eno-gastronomica il vino è bevuto/vissuto in abbinamento al cibo, e in quella veste deve esaltarsi. Abbiamo potuto così apprezzare la franca bevibilità di questo rosato, e soprattutto la sua capacità di abbinarsi con le preparazioni di pesce di lago, grazie a un’acidità presente ma mai eccessiva, e all’estrema pulizia di tutti i campioni che ci sono stati presentati.
Tra la vasta scelta disponibile abbiamo assaggiato (tutti Garda Classico Chiaretto D.O.C. 2007):
· Cantine Turina, G. Cl. Ch. 07 Moniga (è una sottozona): naso delicatamente floreale con frutto rosso maturo (fragole, lampone) che emerge con l’ossigenazione, bocca equilibrata, di discreta morbidezza, con l’acidità un poco in sottotono rispetto ad altri (www.turinavini.it)
· Costaripa, G. Cl. Ch. 07 Rosamara: dallo sgrondo del mosto fiore subito dopo l’inizio della fermentazione, note floreali al naso (il nome non è dato a caso…), bocca un poco più scarica come intensità ma con un lungo finale fruttato (www.costaripa.it)
· La Basia, G. Cl. Ch. 07 La Moglie Ubriaca: un nome simpatico per un vino molto preciso e definito sulle note vegetali e speziate, sia al naso, sia in bocca; abbastanza lungo, discreta struttura e morbidezza; anche qui sgrondo del mosto fiore (www.labasia.it)
· Monte Cicogna, G. Cl. Ch. 07 Moniga Siclì: qui il mosto fermenta qualche ora a contatto con le bucce delle uve rosse; se il naso è più interlocutorio, la bocca piace per l’equilibrio e un esuberante fruttato di prugna, pesca noce, more (www.montecicogna.it)
· Provenza, G. Cl. Ch. 07 Tenuta Maiolo: il mosto rimane a contatto con le bucce per una notte; piace la corrispondenza tra il fruttato maturo del naso e ciò che si percepisce in bocca, discretamente morbido, finale un poco speziato (www.provenzacantine.it)
Ma il vino che più ci ha colpito è stato dell’azienda agricola Cominciali (www.comincioli.it), che esce come Riviera del Garda Bresciano D.O.C. 2007: in questa denominazione la percentuale dell’autoctono Groppello è maggiore (qui il 70%), e così al naso una bella nota di ribes rosso fragrante si sposa alla speziatura, mentre la bocca, abbastanza corrispondente aromaticamente, è larga, più strutturata, con rilevanti sapidità e acidità che allungano il finale.
In effetti il Groppello è una delle tante gemme nascoste dell’enologia italiana: nominato da Pier de Crescenzi nel XIII secolo, si presta alla vinificazione in rosato per la spiccata acidità, ma non è carente di struttura tannica e può dar luogo a rossi di corpo interessante, fruttati e speziati, con prospettive di un certo affinamento.
CONSORZIO SOAVE
Presso lo stand del Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave (www.ilsoave.com) si è svolta una presentazione del Centro Nazionale Vini Passiti, con sede a Montefalco (www.centrovinipassiti.it). L’occasione era fornita dalla nomina di Arturo Stocchetti, Presidente del Consorzio, nel Consiglio di Amministrazione del Centro, e giunge in coincidenza di una crescente importanza della produzione di Recioto nella zona di Soave, con la quantità di uva destinata all’appassimento che è aumentata di più di 2 volte e mezza negli ultimi dieci anni.
Poiché l’Italia è di gran lunga il paese al mondo con la più vasta varietà di vitigni, in forza delle variabili pedoclimatiche di un territorio così esteso da Nord a Sud, e delle vicende storiche che lo hanno mantenuto diviso fino alla metà del XIX secolo, si può ben capire come essa vanti anche una straordinaria molteplicità di vini passiti. Straordinaria perché la varietà di cui sopra si somma alle diverse tecniche tradizionali di appassimento e vinificazione. Il primo proposito del Centro è stato quello di sistematizzare la documentazione di questo patrimonio di biodiversità e conoscenza: è stato pertanto realizzato un censimento, sfociato in un “Atlante dei Vini Passiti Italiani”, che rappresenta il più completo repertorio di tali prodotti, nelle loro caratteristiche ambientali, ampelografiche, vitivinicole e sensoriali. Le informazioni sono a disposizione di chi voglia approfondire la conoscenza delle varie specificità territoriali, a fini scientifici, divulgativi (e quindi, alla lunga, anche commerciali), nonché per il miglioramento delle tecniche di vinificazione. Il Centro si avvale di un Comitato Scientifico presieduto dal professor Attilio Scienza, forse il più eminente ampelografo italiano.
Il tempo tiranno ci ha impedito di divertirci come avremmo voluto con i numerosi passiti disponibili per l’assaggio, con ovvia predominanza dei Recioto di Soave. Tra questi, ci piace ricordare il “Le Sponde” dell’azienda agricola Coffele (www.coffele.it), assaggiato in occasione della recente degustazione organizzata a Pisa dai colleghi della web-zine L’Acquabuona (www.acquabuona.it): con bei profumi di frutti gialli maturi (pesca, albicocca) concentrato ma sapido, con un’acidità nervosa che lo rendeva di estrema bevibilità.
TRENTO DOC METODO CLASSICO
Gran bella conferma dagli spumanti metodo classico trentini, in una degustazione non a caso intitolata “Le Ragioni dell’Eccellenza”, condotta egregiamente dal Delegato Regionale A.I.S. Trentino Mariano Francescani, e alla presenza di Mauro Lunelli, proprietario, con i familiari, della Spumanti Ferrari e Presidente dell’Istituto TrentoDOC Metodo Classico.
E’ il nuovo marchio creato per dare un’immagine unica agli spumanti trentini, in una regione in cui permane la singolare dicotomia tra grandi cantine sociali e piccoli produttori, che comunque, con modalità diverse, perseguono entrambi la qualità.
E’ singolare come nonostante il successo anche internazionale la produzione trentina di bollicine non abbia ancora conseguito lo status di DOCG (a differenza di Franciacorta, e, recentemente, Oltrepò Pavese per il Pinot Nero), anche se è tutto da dimostrare come una simile denominazione costituisca effettivamente un impulso al miglioramento della qualità e un vantaggio commerciale. L’Istituto peraltro comunica con giustificato orgoglio i fatti e i numeri di un trend in espansione: una crescita annuale di volumi del 8,7% nel 2006 (rispetto all’anno precedente) e ancora del 4,83% nel 2007, fino a un totale di 7,9 milioni di bottiglie circa; l’esplosione della tipologia rosato con un incremento del 31,6% nel 2007; l’inaugurazione dell’Enoteca Provinciale del Trentino nella prestigiosa sede del rinascimentale Palazzo Roccabruna (www.palazzoroccabruna.it). Ancora, diceva Mauro Lunelli che ben l’88% dello spumante Metodo Classico prodotto in Italia è trentino, e non a caso, in quanto l’altitudine delle vigne nel territorio della denominazione (di solito dai 300 ai 700 mt s.l.m.) richiama le condizioni climatiche della Champagne (si perde 1°C di temperatura media ogni 150 mt di ascesa).
La degustazione si proponeva pertanto di individuare una cifra stilistica e territoriale comune tra i vari produttori: caratterizzazione del singolo vigneto (sia da parte delle cantine sociali che hanno l’opportunità di selezionare tra le parcelle dei soci conferitori, sia dei singoli produttori che esaltano le proprie produzioni con una cura certosina); spessore minerale e spinta acida rilevanti, anche in quei casi in cui le basi spumanti vengono affinate in legno prima della presa di spuma; estrema bevibilità e attitudine all’abbinamento con le pietanze più varie, di modo che sempre più nelle abitudini di consumo lo spumante metodo classico divenga un vino a tutto pasto.
L’obiettivo è stato pienamente raggiunto con una batteria di vini di elevatissimo valore, di cui brevemente riportiamo le note di degustazione:
· Cesarini Sforza Tridentum 2004, 80% Chardonnay, 20% Pinot Nero, vigenti a 350 mt s.l.m., 36 mesi sui lieviti: sentori “dolci” di mela golden matura, con richiami speziati; bocca con perlage cremoso, piena e rotonda (anche se l’acidità è ben presente, con finale leggermente tostato. www.cesarinisforza.com
· Istituto Agrario di San Michele All’Adige Riserva del Fondatore Mach 2003, Ch e PN, vigneto Maso Togn a 700 mt s.l.m., la base spumante fermenta in parte in legno, 36 mesi sui lieviti: richiede un poco di ossigenazione per aprirsi bene su sentori speziati, di mela candita e tabacco; la bocca è leggermente meno espressiva, ma pulita e sapida, con acidità ben presente; ritornano le note finali di spezia. www.ismaa.it
· Ferrari F.lli Lunelli Ferrari Perlé 2002, Ch 100%, vigne tra 300 e 700 mt s.l.m., 5 anni sui lieviti: naso leggermente un po’ ridotto su note di tostatura, apre poi bene su un agrumato intenso e, ancora, spezia dolce; bocca di estrema pulizia, con singolare intrigante connubio tra mineralità e spinta acida da un lato, e maturità di frutto sempre più espressa con l’ossigenazione, dall’altro. www.cantineferrari.it
· Rotari Rotari Flavio 2002, Ch 100%, almeno 5 anni sui lieviti: colore più profondo di altri, naso con note di pasticceria, pesca matura, anche un riconoscibilissimo minerale; bocca con acidità ben in evidenza e discreta sapidità, più speziata che matura, ha comunque una buona pienezza. www.rotari.it
· Abate Nero Riserva Cuvée dell’Abate 2002, Ch, PN e Pinot Bianco in piccola percentuale, almeno 50 mesi sui lieviti: naso di buona intensità, semplice e pulito (mela verde, minerale che si afferma con l’ossigenazione); bocca corrispondente, grassa ma con acidità molto rinfrescante, si percepiscono note speziate (del Pinot Bianco) e, successivamente, un intrigante sentore di tè. www.abatenero.it
· Dorigati Methius 2002, 60% Ch, 40% PN, Ch fermentato in barrique, 4-5 anni sui lieviti: naso leggermente evoluto ma intenso, belle note, di frutto rosso e di frutta secca; bocca corrispondente, l’acidità regge molto bene con mineralità in evidenza, finale un po’ speziato. www.dorigati.it
· Cavit Altemasi Riserva Graal 2001, 70% Ch, 30% PN, vigne tra le più alte del Trentino, parte della base spumante va in barriques, almeno 48 mesi sui lieviti: maturità fruttata su fondo minerale al naso, molto evidente il sentore di pietra focaia; bocca che spicca per morbidezza e pienezza, richiami speziati di legno con note balsamiche sul finale www.cavit.it
· Balter Brut Riserva 2001, Ch 100%, vigneti a 350 mt s.l.m. esposti a sud, fermentazione parte in rovere, almeno 3 anni sui lieviti: naso intenso su note minerali di terroir e di miele; bocca cremosa con acidità che rende comunque il vino ben equilibrato, finale lungo minerale e speziato (specie la seconda)
· Letrari Riserva del Fondatore 976 Dégorgement Tardiv 1998, Ch 50% e PN 50%, vigne scelte con attenzione per l’esposizione, 90 mesi sui lieviti: colore e naso evoluti, spiccano note eleganti di distillato e frutta maturi, mentre dopo lunga ossigenazione arriva un bel sentore di miele; bocca larga e aromaticamente complessa, speziatura, tè, scatola di sigari, con l’acidità che regge bene il lungo affinamento; la mousse non è troppo intensa, la lunghezza adeguata. www.letrari.it
· Ferrari F.lli Lunelli Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1997, Ch 100%, vigneto Maso Pianizza a 500-600 mt s.l.m. esposto a SO: lo spumante simbolo delle bollicine trentine non si smentisce, richiede una certa ossigenazione per sprigionare il suo potenziale ma poi è una cornucopia di minerale, speziato, fiori bianchi, miele, fruttato giallo fragrante (specie in bocca); la mousse è vellutata, la freschezza splendida, l’equilibrio inappuntabile, il finale lungo richiama anche note di caffè miele e spezie esotiche eleganti. www.cantineferrari.it
TERRA DEI RE
Ci hanno positivamente colpito i vini di Terra dei Re (www.terradeire.com), una giovane azienda lucana che si propone di coniugare tradizione e innovazione al fine di valorizzare due grandi vitigni autoctoni come il Fiano di Avellino e l’Aglianico, in particolare la sua espressione personalissima della zona del Vulture, come ci spiega con entusiasmo l’enologo Giuseppe Leone.
· Ebbene sì, anche il Fiano di Avellino, perché il Vulture è limitrofo alla Provincia di Avellino e già nel ‘700 erra stato identificato in zona uno specifico clone di Fiano chiamato Santa Sofia. Assaggiamo il Claris 2007, a solo un mese e mezzo dall’imbottigliamento (effettuato in Basilicata, il disciplinare lo consente). Il naso è intenso di fiori (specie acacia) e di frutto giallo ben maturo, con quella piacevole sensazione di vinosità “vecchio stile” che deriva dalla pratica della macerazione sulle bucce. Bocca corrispondente e lunga sul frutto, con discreta mineralità. Molto piacevole il volume “polposo” del vino in bocca, anche se altri Fiano danno l’impressione di una maggiore spinta acida.
· Ma il cuore della produzione dell’azienda sono i vini rossi. Su vigne a oltre 700 mt. di quota, dove l’escursione termica giorno-notte è una manna per la maturazione delle bucce, e su suolo vulcanico, tutti gli appassionati sanno che può venire in mente di piantare Pinot Nero. Il Pacus Igt Basilicata 2005 è per l’appunto un singolare uvaggio di Aglianico con un 15% del vitigno francese. Come in Toscana, l’annata è stata caratterizzata da piogge durante il periodo di maturazione che hanno richiesto una selezione feroce delle uve per evitare gli attacchi di botryte. Anche questo vino è in bottiglia da solo 2 mesi, e li sconta con un naso un po’ compresso, dove inizialmente si percepisce solo una delicata componente vegetale; molto migliore l’apertura in bocca, con l’Aglianico che conferisce pienezza e frutto nero (mirtilli, more), e il Pinot Nero che emerge con l’ossigenazione nelle sue componenti varietali. Pian piano, quella inconfondibile sfumatura “animale” del vitigno francese fa la sua comparsa. Un vino pieno, preciso nella componente tannica, che si gioverà a livello aromatica della permanenza in bottiglia (quante volte dovremo dirlo a questo Vinitaly?).
· Il Vultur 2005 è l’Aglianico del Vulture DOC “base” (senza che con questa espressione si voglia svilire il valore del vino) da vigne dai 15 ai 18 anni. Il naso dà subito l’impressione di una vendemmia leggermente tardiva (e l’enologo confermerà), e quasi “ripasseggia” con note accattivanti di frutta nera in confettura e cioccolato. In bocca, dopo cotanto naso, sorprende per una franca bevibilità, con equilibrio, acidità e pulizia di finale. Il tannino è importante e fine. Di nuovo, la bocca dal punto di vista aromatico è un po’ meno espressiva, con sentori vegetali leggermente invadenti.
· Il Divinus 2004 è ancora un Aglianico del Vulture DOC. L’annata, molto prolungata come maturazioni, sembra fatta apposta per esaltare chi ambiva alla qualità, in particolare con l’Aglianico, che di solito si raccoglie tardivamente già di suo (nel 2004 i primi di novembre). In questo modo si lascia alla pianta il tempo di conseguire maturazioni fenoliche (cioè tannino e colore) di alto livello. Stavolta le vigne hanno circa 40 anni, e a livello di estrazione si vede e si sente, eccome! Il vino è Aglianico in tutto il suo splendore: scurissimo, intenso al naso sulle note varietali di pepe, morbido e avvolgente, con l’alcool ben bilanciato dall’acidità e da un tannino imponente ma di bella grana. Dopo adeguata ossigenazione il vino si apre bene in bocca su note (ancora) di frutto nero, anche se chiaramente necessita di più tempo in bottiglia per dare il meglio di sé.
· E infine il Nocte, ancora Aglianico del Vulture DOC 2004, vino singolare per più aspetti tecnici su cui vale la pena dilungarsi un poco. Innanzitutto il vigneto ha una densità “da Bordeaux” di 8.000-10.000 ceppi/ha, e scusate se è poco. Nonostante ciò, la resa non supera i 55 q.li/ha. Il nome richiama l’effettuazione di una vendemmia notturna, per massimizzare grazie all’escursione termica le presenza di sostanze terpeniche nelle bucce, in modo da renderle più elastiche e favorire l’estrazione dei profumi. Dopo 3 giorni di macerazione a freddo a non più di 6°C il vino viene vinificato con più rimontagli all’aria (salvaguardia dei profumi) E NON VEDE LEGNO PER L’AFFINAMENTO, il che per un Aglianico importante è quanto meno singolare. Con tutto ciò, il naso giustifica la tecnica di vinificazione con note di fragola e lampone assai piacevoli, il tannino è dolcissimo, l’apertura di frutto in bocca larga e dolce. 6.600 bottiglie di una chicca che in effetti ben esemplifica lo sforzo dell’azienda di prendere il meglio di tradizione e innovazione per fornire un prodotto personale.
TRABUCCHI
Abbiamo innanzitutto avuto occasione di riassaggiare l’Amarone dell’Azienda Agricola Trabucchi (www.trabucchivini.it), che così tanto ci aveva colpito all’Anteprima a Verona a fine gennaio. L’azienda, su 21 ettari a vigneto a conduzione biologica, è situata appena al di fuori della Valpolicella Classica, a cavallo del crinale verso le valli del Soave, ma comunque aderisce all’Associazione Valpolicella Cru, per la valorizzazione, appunto, delle caratteristiche di terroir della zona classica.
· Il vino è ancora in affinamento in vasca in attesa dell’imbottigliamento. Si confermano le precedenti ottime sensazioni al naso (prugna ben matura, cioccolato, eleganti impressioni minerali e di grafite a differenziare lo spettro olfattivo). In bocca il vino appare in effetti più sottile rispetto a come lo ricordavamo, forse perché rispetto all’Anteprima ne è stato ridotto il residuo zuccherino, che con la sua esuberanza rischiava di conferire una sensazione di “abboccato”. Ma la trama tannica è serrata e precisa, e la sensazione di sapidità ben percepibile, anche se il frutto è più compresso rispetto all’ampiezza del naso. Bene la pulizia del finale di bocca, e impeccabile l’equilibrio (la grande bevibilità a dispetto della struttura è sempre stato il marchio di fabbrica di questa azienda). Ci aspettiamo, in positivo, che l’affinamento in bottiglia consenta l’apertura dello spettro aromatico durante l’assaggio.
· Ci riserviamo ad un successivo intervento qualche impressione sull’assaggio di altri vini dell’Associazione Valpolicella Cru.
MONTEFALCO
· Abbiamo anche assistito a una degustazione di Sagrantino di Montefalco, organizzata dall’omonimo Consorzio di Tutela ed egregiamente condotta (in inglese…) dall’amico Andrea Gori, sommelier A.I.S. vice-campione d’Europa (sempre interessante il suo blog (http://vinodaburde.simplicissimus.it/). Il Sagrantino è un vitigno le cui origini risalgono ad alcuni secoli fa: c’è chi sostiene che sia stato selezionato da cloni locali, altri ipotizzano sia stato importato dall’Asia Minore, culla della vite, da seguaci di San Francesco (da qui il nome).Certo è che di recente ha conosciuto un straordinaria espansione, conclamata dal riconoscimento della D.O.C.G., con una superficie produttiva pressoché quintuplicata in cinque anni (da 122,51 ha nel 2000 a 552,87 ha nel 2005), ed una produzione giunta ad oltrepassare il traguardo dei due milioni di bottiglie in previsione per il 2005 (per tacere di un’ottima D.O.C. “a cascata” come il Montefalco Rosso). Al punto che il Consorzio di Tutela ha predisposto un piano per il blocco di nuovi impianti vitati fino alla campagna 2008/2009, al fine di calibrare la produzione alla disponibilità del mercato a recepire un prodotto così particolare.
· In effetti il Sagrantino è un’uva che assomma uno straordinario potenziale per tutte le sue componenti, colore, acidità, grado zuccherino e soprattutto struttura tannica (è in pratica il vitigno con il maggior contenuto di polifenoli, e quindi anche potenzialmente quello più “salutistico”). Il problema per il vinificatore è domare una tale esuberanza di carattere, e soprattutto levigare la straordinaria forza del tannino (per la quale cosa può essere addirittura controproducente prolungare l’affinamento in legno, perché si rischia di aggiungere ai tannini dell’uva quelli della botte/barrique!). Il potenziale della denominazione non è stato ancora compiutamente esplorato, e tra i produttori si riscontra ancora una pluralità di stili: ad es. c’è chi esalta la concentrazione con un uso importante del legno nuovo, creando vini pieni, anche di stile un po’ internazionale, comunque equilibrati dalla grande acidità (ad es. l’azienda Arnaldo Caprai, ora egregiamente condotta dal figlio Marco, antesignana della scoperta del valore del vitigno); c’è che si cimenta con risultati interessanti nella non facile impresa di esaltare l’equilibrio del prodotto finale (il Sagrantino ha tutto quello che serve: es. l’azienda Adanti, con un consulente di estrazione bordolese); chi gioca sull’immediatezza e la pomposità del frutto (Scacciadiavoli); chi produce vini austeri dal grande potenziale di evoluzione (Antonelli), ecc. Un panorama quanto mai stimolante per l’appassionato che si trovi a visitare la zona, peraltro bellissima (e con una Strada del Vino ben organizzata: www.stradadelsagrantino.it).
· La degustazione proponeva sei Sagrantino 2004, che si è confermata, anche in questa zona, annata da vini con una grande futuro ma non sempre di immediata godibilità. Giustamente il Consorzio ha dato visibilità anche ad aziende che da poco si sono cimentate nella produzione del vino a denominazione di origine: se tutti i vini hanno impressionato per la struttura, qualche passo rimane da percorrere nella direzione dell’eleganza. In particolare: Colle Ciocco Spacchetti (www.colleciocco.it) ha un naso intenso con note di frutta appassita, mentre la bocca è speziata e un poco corta. Anche se non manca di mineralità; Villa Mongalli (www.villamongalli.it) ha un naso accattivante con note di fragola matura e pepe verde, ma la bocca è un poco marcata dal legno a livello aromatico e anche il tannino ne risente; Novelli (www.cantinanovelli.it) riprende le note di fragola al naso, mentre in bocca l’estrazione tannica è più precisa, il finale è speziato con pure note balsamiche e di mirto, ma il vino pare un poco in debito di acidità; Cesarini Sartori (0472/99597) ha un naso piuttosto fragrante su note anche minerali, e anche se il tannino adesso è aggressivo il potenziale evolutivo coi pare interessante, in forza della pulizia del finale di bocca e di un’acidità elevata.
· Più compiuti ci sono parsi gli ultimi due campioni: Colpetrone (azienda del Gruppo Saiagricola, proprietario anche de La Poderina a Montalcino e della Fattoria del Cerro a Montepulciano, www.saiagricola.it), per quanto ancora poco aperto di profumi, ha una bocca ben bilanciata, con un tannino di fine estrazione ed un’ottima acidità; e Perticaia (www.perticaia.it) dopo adeguata ossigenazione esprime un bel frutto nero (mora) al naso, che si ritrova con bella corrispondenza in una bocca forse meno grassa di altre, ma nella quale si apprezza la finezza del tannino e la spinta acida; il finale è balsamico e speziato.
SLOVENIA
· A conferma del fatto che il Vinitaly è l’occasione per conoscere prodotti che non si assaggiano di sovente, ci siamo recati a fare la conoscenza dei vini della Slovenia, in uno stand molto ben organizzato, dove tra l’altro abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare un delizioso formaggio vaccino locale, il cui vassoio è stato improvvidamente lasciato nelle vicinanze del Vostro cronista… La Slovenia vanta un totale di 24.600 ha di vigneti (dati 2004), ed ha recentemente conosciuto un notevole miglioramento nelle tecniche di vinificazione specialmente per i vini bianchi: l’uso di fermentazioni a temperatura controllata, la conduzione della malolattica e la vinificazione in legno alla francese con batonnage sur lie non sono più infrequenti. L’obiettivo è ovviamente il mercato occidentale, quanto mai appetibile per il differenziale di prezzo raggiungibile e per l’immediata adiacenza del confine con l’Italia.
· Ciò vale soprattutto, in primis, per il Collio Goriziano (Goriška Brda in lingua locale), che chi Vi scrive ha avuto occasione di visitare. La bellezza del paesaggio collinare, le numerose possibilità di alloggio a buon prezzo (alcuni bed & breakfast che non hanno niente da invidiare ai migliori agriturismi nostrani, uno per tutti Villa Flora dell’artista Tjaša Demsar (www.villaflora.si), la disponibilità di ristoranti anche innovativi lo rendono una meta stimolante per il turista. Nella città di Dobrovo esiste anche un’enoteca pubblica in uno scenografico castello. Dal punto di vista vitivinicolo, il potenziale per creare prodotti di assoluto rilievo certamente esiste: la situazione pedoclimatica è del tutto analoga a quella del Collio italiano (alla fine della Seconda Guerra Mondiale i nuovi confini di stato furono tracciati sulla base di considerazioni meramente politiche e non geografiche, al punto che vi sono aziende che hanno la proprietà, e i vigneti, divisi tra Slovenia e Italia). La composizione geologica del suolo è analoga, il clima è temperato dalla vicinanza dell’Adriatico ma si giova delle escursioni termiche giorno-notte causate dalla catena alpina, anche qua le brezze termiche che risalgono le vallate minimizzano i problemi di botryte, ecc.
· La Cantina Sociale del Collio Goriziano (www.klet-brda.com/eng/, in inglese; singolare che non sia disponibile la versione italiana del sito) ha un punto vendita modernissimo e ben organizzato e offre la possibilità di degustazioni. Abbiamo degustato inizialmente i bianchi 2007, annata giudicata in zona più equilibrata del 2006, piuttosto caldo: Ribolla (Rebula), Tocai Friulano (Sauvignonasse), Sauvignon Blanc, Chardonnay e Pinot Grigio (Sivi Pinot)della linea Quercus (monovarietali vinificati in acciaio). Tutti sono ben fatti, puliti, con franche note varietali al naso e una bocca solo mediamente espressiva anche se equilibrata (qualche mese in più di bottiglia non potrà che giovare all’apertura dei profumi). La positiva eccezione è il Pinot Bianco (Beli Pinot), con un accattivante componente floreale al naso, e una bocca finalmente corrispondente aromaticamente, polposa, sapida e con un bel contrasto di acidità: non a caso l’annata 2006 di questo vino è stata votata come miglior bianco sloveno. Ci sono parsi invece molto marcati dal legno la Rebula e lo Chardonnay 2006 della linea Bagueri, fermentati in barriques e affinati sur lie (lo Chardonnay nella sua totalità, la Ribolla per il 30%): forse un ricorso più prudente al legno nuovo sarebbe consigliabile.
· Il Collio appartiene alla regione vinicola della Primorska insieme ai distretti della Vipava e del Kras (Carso). La Cantina Sociale della Vipava (www.vipava1894.si/eng/, in inglese, poiché di nuovo non disponibile la versione italiana del sito; c’è in compenso una Strada del Vino www.slovenia.info/it/vinska-cesta/Strada-del-vino-della-Vipava.htm?vinska_cesta=448&lng=4) si distingue per l’attenzione riservata a due vitigni autoctoni, la Pinela e lo Zelen. Abbiamo assaggiato le annate 2006 della linea di punta Lanthieri. La Pinela ha un naso piacevole, con lo stimolante contrasto tra la dolcezza di note di miele e più “rinfrescanti” di erba secca e stoppie; la bocca ben corrisponde a livello aromatico; la morbidezza che si percepisce dipende dalla caratteristica varietale della bassa acidità, che rende il vino da bere giovane. Lo Zelen è una varietà tardiva (può accadere di vendemmiarla alla fine di ottobre), ma il vino ha una bassa gradazione (volutamente viene mantenuto un poco di residuo zuccherino per esaltarne la morbidezza): il naso è personale, molto ben caratterizzato da note di miele e macchia mediterranea (mirto); il vino ci piace meno in bocca, dove si allarga bene sul frutto ma non è troppo complesso e di lunghezza solo media. Entrambi i vini hanno subito una breve macerazione sulle bucce.
· L’unico rosso che abbiamo assaggiato proviene dalla zona di Capodistria, terra d’elezione del Refosco (Refosk), dal latino “Rex Fuscus” – “Re del Buio”, in relazione al colore profondo dei vini che si ottengono da questo vitigno. La Vinakoper (www.vinakoper.si/index_e.html, continua incongruamente a latitare una versione italiana del sito) è un produttore privato con ben 570 ha di vigneti a disposizione, suddivisi in dieci siti che consentono di ottimizzare le scelta dei vitigni da impiantare su diverse composizioni litologiche ed esposizioni. La produzione è di ben 4 milioni di bottiglie. Il Refosco la fa da padrone, e non a caso il modernissimo punto vendita si chiama Casa del Refosco (Hiša Refoška, hisa.refoska@vinakoper.si). Abbiamo assaggiato una bella espressione varietale del vitigno, affinata dai 2 ai 4 mesi in botte grande: colore molto profondo con unghia giovane, naso appena compresso su note di frutta nera fragrante ed un’elegante e caratteristica speziatura, bocca discretamente corrispondente, larga sul frutto, di media lunghezza ma morbida e vibrante di acidità.
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