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Degustando Vinitaly - seconda parte

Continua il nostro viaggio tra le degustazioni effettuate nel corso del Vinitaly 2008

 

TENUTA DELLE AQUILE

 

L’imprenditoria vitivinicola non ha mostrato eccessivo interesse per le opportunità di investimento offerte dall’Europa dell’Est. Una positiva eccezione è la Tenuta delle Aquile (www.tenutadelleaquile.com), una nuova azienda di 60 ettari, di cui 30 vitati, situata su un altopiano ondulato, a circa 150 mt s.l.m., in un territorio a clima continentale a Est di Budapest. Il clima è continentale, con inverni freddi e pericolo di gelate primaverili. Ma le estati sono calde e assolate, e la necessità di trattamenti fito-sanitari è ridotta al minimo. I suoli sono variamente calcarei, ideali per assicurare buona mineralità. La zona, anche se un poco al di fuori degli areali di produzione dei più noti vini ungheresi Tokaji ed Egri Bikavér (Sangue di Toro), è peraltro di storica vocazione produttiva, come attestano documenti vecchi di un paio di secoli.

La gamma è composta di 5 vini, con l’attenzione posta anche alla valorizzazione della varietà locale Cserszegi Füszeres (si pronuncia all’incirca “Ciercegi Fugeresc”). Tutti sono di immediata godibilità, con la prospettiva di guadagnare una maggiore complessità una volta che i vigneti, per lo più di nuovo impianto (di solito a doppio Guyot) saranno a regime. Abbiamo assaggiato innanzitutto il Tuffo (il marketing e l’immagine dei prodotti sono molto legati allo sport dei tuffi, praticato dai figli del proprietario): è uno spumante charmat lungo (permanenza di sei mesi sui lieviti), uvaggio di Chardonnay e Cserszegi Füszeres.

La spumantizzazione in autoclave è giustificata dall’esuberante carattere aromatico del vitigno autoctono, con intense note di spezie ed agrumi, anche se si percepisce la componente floreale dello Chardonnay. In bocca un’acidità “croccante” non inficia un discreto equilibrio, con buona corrispondenza e persistenza gusto-olfattiva sulle note varietali.

Il Gioia è un altro spumante charmat, dry, uvaggio di Cserszegi Füszeres e dell’austriaco Grüner Veltliner, con un naso intenso e balsamico. In bocca è ancora scomposto per la poca permanenza in bottiglia: colpisce l’acidità all’ingresso, poi il vino si allarga morbidamente (grazie al dosaggio) su un fruttato dolce, discretamente lungo. Una potenziale alternativa al Prosecco al bicchiere in wine bar, con una bella personalità aromatica.

Passiamo ai vini fermi: l’Overtura è un rosato, ovviamente annata 2007, taglio di Grüner Veltliner e Cabernet Franc: il colore è cerasuolo brillante, il naso è mediamente intenso, con una nota erbacea elegante (il Franc marca immediatamente dal punto di vista aromatico), su un fondo di piccoli frutti rossi; la bocca è discretamente corrispondente (anche qui, con note balsamiche), con una bella acidità rinfrescante.

Il Passione è un ambizioso bianco, assemblaggio al 60% di Cserszegi Füszeres e al 40% di Riesling. In questo momento dell’evoluzione del vino (e dei vigneti), dal punto di vista aromatico il naso, piuttosto che le note minerali del Riesling, esprime molto meglio la discreta intensità floreale e il frutto giallo fragrante del C.F., piacevolmente esaltati dalla macerazione a freddo delle uve. La bocca è molto pulita, anche sul finale, di buona pienezza, leggermente squilibrata sulle componenti morbide e un poco meno espressiva del naso.

E infine il Pinot Nero: l’azienda nutre grandi speranze su questo vitigno, sia per la produzione di uno spumante metodo classico varietale (in questo momento sui lieviti, non presentato), sia per la vinificazione in rosso. Assaggiamo la versione 2007, ovviamente in purezza, da cloni di provenienza ungherese allevati a cordone speronato, che vista la giovane età dei vigneti è stata per ora affinata solo in acciaio, senza che per questo il tannino sia troppo aggressivo: il frutto nero maturo (mora, prugna) che si intuisce al naso ritorna con maggiore intensità in bocca, discretamente polposa ed equilibrata, con un finale screziato da note vegetali e animali di carattere varietale che si precisano sempre meglio con adeguata ossigenazione.

 

TENUTE SIOLVIO NARDI

Le Tenute Silvio Nardi (www.tenutenardi.com) della gentile signora Emilia sono da sempre uno degli indirizzi più sicuri a Montalcino per chi ama il Brunello di razza, ma fine e austero da giovane quanto complesso ed elegante nella maturità. L’azienda consta di ben 80 ettari di vigneto, più o meno equamente suddivisi tra i due corpi aziendali di Casale del Bosco e Manachiara (dove si trova il cru che dà origine all’onomimo Brunello), rispettivamente a Ovest e a Est del capoluogo su altezze variabili fino quasi a 500 mt. s.l.m. I suoli hanno in generale un sub-strato argilloso ideale per esaltare la struttura del Sangiovese “da lungo affinamento”, sormontato da calcare e quarzi che (semplificando…) apportano notevole mineralità. Sono in tutto trentasei parcelle, interessate da un piano di successivi re-impianti a partire dal 1997, che vengono certosinamente vendemmiate e vinificate separatamente, come ci spiega il paziente (i nostri assaggi si sono svolti alla fine di una convulsa giornata di Vinitaly…) enologo Mauro Monicchi.

I vini. Iniziamo con il Rosso di Montalcino 2006, affinato parzialmente in legno e parzialmente in barriques: al naso, l’impressione è che l’azienda abbia sfruttato appieno l’andamento regolare dell’annata per ottenere uve di bella maturità (al naso ciliegia molto matura, quasi sotto spirito, e fragoline di bosco). In bocca si conferma l’impressione di grande materia, la trama tannica è fine, solo appena sgranata sul finale di bocca. Bene l’acidità. Dopo adeguata ossigenazione emergono note varietali terrose e minerali che differenziano in positivo lo spettro aromatico.

Il Sant’Antimo Turan 2005 è un assemblaggio di Merlot, Petit Verdot e Colorino (probabilmente l’unico vino al mondo con quest’uvaggio!!). Bella consistenza nel bicchiere, il colore è rubino profondo. Il naso è inizialmente un po’ compresso su note di goudron (che è il modo francese elegante per dire asfalto: è un sentore che si rinviene facilmente in rossi di grande struttura dopo una certa evoluzione), poi emerge un sentore di frutto nero piuttosto maturo che si ritroverà corrispondente in bocca. Nuovamente si apprezzano un’attenta estrazione tannica e un bel contrasto di acidità; il finale è di adeguata lunghezza.

Assaggiamo anche un campione prelevato dalla vasca del Sant’Antimo Merlot 2006, e l’unico appunto che riusciamo a fargli è quello di essere leggerissimamente squilibrato dalla parte della morbidezza. A parte ciò, colore profondo e brillante, naso già espressivo su note di more e mirtilli (frutto nero comunque), bocca polposa di grande materia e struttura tannica fine e importante. Tra l’altro, molto ben digerito l’affinamento in barriques.

E poi i Brunello. A parte tutto quello che è successo in questi giorni, l’annata 2003 è stata quanto mai estrema a Montalcino. Le temperature torride (anche notturne) dell’estate non hanno favorito la maturazione delle bucce, e con gli zuccheri che schizzavano alle stelle, e l’acidità che colava a picco, molti produttori sono stati costretti a vendemmiare quando la maturazione fenolica (cioè dei tannini delle bucce) non era ancora ottimale. Hanno risentito meno di questo stato di cose le aziende con le vigne situate sui versanti meno esposti della collina di Montalcino, tra cui per l’appunto, Silvio Nardi. E infatti il Brunello 2003 è un’interpretazione molto elegante delle possibilità offerte dall’annata, con un naso intenso, maturo ma non cotto, comunque complesso con note di frutti rossi e neri ben distinguibili e un qualcosa di balsamico (erbe aromatiche, spezie), anche se l’alcool si fa sentire. La bocca è discretamente equilibrata e non manca un buon contrasto di acidità. Anche il tannino è piuttosto elegante per l’annata.

Tutte queste buone qualità ovviamente si ritrovano maggiormente esaltate nel Manachiara, cru di vecchie vigne che verranno conservate finché la produzione non sarà veramente troppo limitata per la convenienza commerciale. Ma ne vale la pena, perché il carattere del vigneto non tradisce nemmeno nell’esigente vendemmia 2003. Il vino vanta uno spettro aromatico più complesso della versione “base”: insieme alle amarene, toni (tipici) terrosi e minerali e belle note di tabacco da pipa, da Sangiovese nel mezzo della sua evoluzione. La bocca è più austera nel senso buono del termine, molto minerale. In particolare ci ha colpito l’estrazione tannica importante ma levigata: certamente ha aiutato il particolare metodo di affinamento, un iniziale anno di barriques per smorzare le asperità iniziali, e poi altri 18 tranquilli mesi in botti grandi di rovere di Slavonia per giungere alla compiutezza del vino. Che sia da rivalutare un poco anche questa annata? Forse le brutte impressioni ricevute da certi campioni all’anteprima di Benvenuto Brunello dipendevano da uno sviluppo ancora troppo nascosto nei vini di questa vendemmia problematica? L’assaggio di un vino piacevole come il Manachiara solleva più di un legittimo dubbio, e sollecita una prova d’appello per molti suoi colleghi. Chapeau.

 

FEUDI SAN GREGORIO

I Feudi di San Gregorio della famiglia Ercolino (www.feudi.it) ha avuto sull’enologia campana, e irpina in particolare, lo stesso impatto già esercitato da Castello Banfi sull’allora sonnacchioso mondo ilcinese: forse la prima azienda campana ad assumere un consulente di grido (Riccardo Cotarella), a pensare diffusamente in termini di marketing, a curare il packaging, a inventare (sempre perseguendo la qualità) una generazione di prodotti pensati per venire incontro alle esigenze e ai desideri, interpretati A MONTE, del pubblico. Ha fatto incetta di premi, è stata osannata mediaticamente, e contemporaneamente è stata accusata di snaturare l’identità dei propri prodotti, e di dare un’immagine distorta delle potenzialità di vitigni come l’Aglianico, il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo.

Ci cimentiamo inizialmente con gli spumanti metodo classico della linea Dubl, risultato della collaborazione dei Feudi con lo straordinario “autore” di champagne biodinamici Anselme Selosse. Singolare come un grande gruppo (2 milioni e mezzo di bottiglie prodotte su 250 ha di vigneto in proprietà) ed un vigneron tanto eccentrico quanto rigoroso siano riusciti a trovare un punto di incontro per la creazione di bollicine di assoluto rilievo: più della Falanghina dalla mousse morbida e carnosa ma dal naso solo mediamente espressivo di spezie, ci hanno colpito il rosato di Aglianico (18 mesi sui lieviti come la Falanghina), polposo, strutturato, dal perlage fine e dal lungo finale fruttato (assolutamente da considerarlo un vino da tutto pasto, anche per abbinamenti arditi); e più ancora il Greco di Tufo (24 mesi sui lieviti), largo, pieno e persistente, variegato aromaticamente con le note di frutto giallo maturo tipiche delle versioni ferme del vitigno, e anche elegantemente speziate e balsamiche.

Per i bianchi ecco un tris di selezioni (e vendemmie praticamente tardive) che sono un classico dell’azienda. Più di tutti ci piace il Fiano di Avellino Pietracalda 2007, dal colore giovane, ancora con riflessi verdolini, con un naso complesso, dove un insinuante floreale appassito convive armonicamente con la fragranza di frutti gialli. Queste note si ritrovano anche in una bocca di grande livello: se il vino è ancora scomposto per la poca bottiglia (e per una struttura simile l’affinamento deve essere necessariamente lungo), l’acidità garantisce potenziale di longevità, e il palato si riempie di una pienezza agrumata accattivante, con una bella spinta minerale.

Gli altri due: il Greco di Tufo Cutizzi 2007, scarico di colore, regala al naso sentori di mela verde e pesca, oltre ad una componente floreale abbastanza simile a quella del Fiano. La bocca è piena e morbida, ma ha meno spunto acido del Pietracalda, con un finale amarognolo (varietale?) e qualche nota un po’ vegetale. Meglio il Campanaro 2006, assemblaggio (50% e 50%)dei due vitigni: la fermentazione in rovere grande di Slavonia si fa ancora sentire aromaticamente al naso (per il resto prevale il Fiano con note floreali); ma la bocca, anche se volutamente leggermente surmatura, è encomiabile per materia, sapidità, contrasto acido.

E poi i rossi: il cru di Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2001, per quanto di stile “moderno”, ci sembra conservi il carattere imperioso dell’Aglianico nella sua versione irpina. I 13,5° di alcool sembrano francamente di più, ma i 18 mesi di barriques sono stati digeriti benissimo, e il vino esibisce trama tannica di grande finezza, acidità solo mascherata dall’alcool, corrispondenza naso-bocca su una bella complessità di frutta sotto spirito rossa e nera, note vegetali e (ancora) balsamiche. E poi, last but not least, l’Aglianico di Irpinia D.O.C. Serpico 2005, paradigmatico di un’interpretazione moderna del vitigno: sono ben 20 mesi di barriques, più del Taurasi Riserva precedente (!), ed è chiaro che si possono arrischiare affinamenti di questa portata solo se la selezione delle uve di partenza è a dir poco feroce. In effetti al naso il vino è un po’ reticente al naso, con elegante speziatura di legno in evidenza. Ma la bocca, se il tannino è leggermente asciugante sul finale, esibisce l’immediatezza di un frutto succoso quanto mai accattivante, e una bella persistenza.

 

AMPELEIA

Ampeleia (www.ampeleia.it) è l’ambiziosa dependance maremmana di Elisabetta Foradori (www.elisabettaforadori.com), in collaborazione con i due imprenditori amanti del vino Thomas Widmann e Giovanni Podini. La produttrice trentina è nota per il suo Teroldego Rotaliano “Granato”, tra i vini più premiati dalle guide italiane. Un progetto toscano lungamente meditato, e ancora in divenire, sul quale vale la pena di spendere qualche parola.

Nelle immediate vicinanze dei deliziosi centri di Roccatederighi, Sassofortino e Roccastrada, in una sorta di anfiteatro di pendici collinari ottimamente esposte (prevalentemente a Ovest), un totale di 150 ettari (di cui solo cinquanta vitati) sono stati sottoposti a un certosino lavoro di zonazione, ovvero, per i non addetti ai lavori, di suddivisione in microzone omogenee per caratteristiche geologiche e climatiche: questo allo scopo di individuare capillarmente le parcelle che meglio esaltassero le caratteristiche varietali dei singoli vitigni. Non a caso ne sono stati piantati ben sette:

·         Cabernet Franc: in grande espansione sulla costa tirrenica; meno strutturato (ma i tannini sono fini) del cugino Cabernet Sauvignon, ne è però più variegato aromaticamente, con rinfrescanti profumi balsamici e di erba appena tagliata; può soffrire di bassa acidità, e non a caso è stato piantato sulla fascia più alta (450-600 mt s.l.m.);

·         Sangiovese: come al solito è particolarmente esigente per la scelta dei siti dove può esprimere al massimo le sue caratteristiche; soffre lo stress da siccità e temperature eccessive, quindi sono stati scelti suoli freschi (abbastanza sciolti) e parcelle ben ventilate; la sua tipica acidità è un aiuto;

·         Carignano: in Sardegna la Cantina Sociale di Santadi (www.cantinadisantadi.it), con la guida illuminata di Giacomo Tachis, ne ha dimostrato il potenziale; tradizionalmente “colpevole” di vinelli scarichi e acidini quando le rese erano troppo alte, ha polpa, profumi di bacche e una buona acidità;

·         Grenache: nome francese del Cannonau, esibisce alcolicità, morbidezza, profumi maturi e speziati; anche qui le rese eccessive e le approssimate vinificazioni pesantemente ossidative di una volta sono solo un ricordo…;

·         Mourvedre: vitigno francese (ma specialità anche della Spagna, specie della Catalogna, con il nome di Monastrell), ha imponente tannino che “rinforza” gli uvaggi degli Chateneuf-du-Pape nel Rodano del Sud;

·         Alicante: si intende l’Alicante Bouschet, in quanto la singola parola Alicante in certe zone è sinonimo di Cannonau; è gettonatissimo in Maremma, per il colore (è una delle poche uve tintorie), la struttura (di nuovo il prodotto di una coltivazione più attenta alla riduzione delle rese), i profumi di frutto nero e spezie; non mancano esempi (quasi) in purezza;

·         Marcelan: scritto anche Marsellane, è un ibrido tra Grenache e Cabernet Sauvignon, creato in Francia nel 1961 nella piccola città di Marseillan (da qui il nome); è ancora poco diffuso, ma chi l’ha assaggiato in purezza ne dice mirabilie in termini di concentrazione e finezza tannica.

Ampeleia non produce vini in purezza: l’unico modo di assaggiare le “intepretazioni” dei singoli vitigni (e, ovviamente, delle parcelle dove sono coltivati) è accogliere il gentile invito dell’enologo per degustare le prove di botte direttamente in cantina, cosa che il Vostro cronista si ripromette di (ri)fare quanto prima… L’idea è ovviamente quella di contemperare le caratteristiche delle varie uve in un assemblaggio che esprima, struttura, finezza, potenziale di longevità e un carattere “mediterraneo” profondamente territoriale (l’azienda insiste molto su questo).

Al Vinitaly debuttava il nuovo Kepos, annata 2006, uvaggio ovviamente composito di Grenache, Mourvedre, Marcelane, Carignano e Alicante. Dalle vigne più giovani, si presenta con un bel rubino brillante ed un naso intenso di frutta rossa matura (lampone, ma anche ciliegie sotto spirito); ossigenando balzava in primo piano una nota speziata (il Grenache-Cannonau si fa sentire). La bocca ha buona materia e polpa di frutto, ma pende un poco verso la morbidezza ed il tannino si “indurisce” un poco verso il finale di bocca: l’impressione è che con vigne non ancora al massimo delle loro possibilità per problemi di gioventù, forse occorra forzare un poco la maturazione zuccherina per poter estrarre una struttura tannica già importante che sia sufficientemente levigata. Impeccabile comunque la pulizia a livello di retrogusto.

Ci siamo dilungati un poco sui problemi di gioventù del Kepos perché con il vino di punta (che si chiama anche lui Ampeleia), con una più esigente selezione di uve da vigne già più sviluppate, questi problemi non li patisce per niente! Qui le varietà ci sono proprio tutte con (in questo momento) un 50% di Cabernet Franc, un 20% di Sangiovese ed un saldo suddiviso tra gli altri 5 vitigni. Interessante il confronto tra le due annate 2004 e 2005, ovvero un’annata più equilibrata per la maturazione anche fenolica delle bucce contro un anno in più di età dei vigneti. Il 2004 ha un naso fragrante di frutto nero e spezie, un tannino fittissimo che sembra quasi “foderare” (piacevolmente) il palato, una bocca comunque equilibrata con un elegante finale (ancora) speziato. Nel 2005, per quanto debba ancora completare l’affinamento in bottiglia, il Cabernet Franc risalta meglio al naso con le caratteristiche note di erbe aromatiche. In bocca alcool e acidità “non vanno ancora insieme”, ma già si può giudicare positivamente una trama tannica di singolare finezza per l’annata.

Data di pubblicazione: 21/04/2008

Verticale storica di Lupicaia
Correva l’anno 1994. La Strada del Vino Costa degli Etruschi veniva inaugurata nella sua prima versione curata dalla Provincia di Livorno. Ad aprile organizzammo la presentazione ufficiale alla stampa e Gian Annibale Rossi di Medelana fu magnifico ospite della brigata dei giornalisti nella sua immensa tenuta del Terriccio. Ci accompagnò personalmente in un avventuroso tour in fuoristrada rimasto nella memoria di molti. Per l’aperitivo fu servito un fresco bianchetto ed uno spumante che costituivano le produzioni “vecchia maniera” dell’azienda. Per assaggiare il Lupicaia abbiamo dovuto attendere ancora qualche mese. All’inizio del ’95, io e l’amico Ernesto Gentili fummo invitati ad un primo assaggio di ricognizione, in presenza di un giovanissimo Carlo Ferrini. Inutile dire che ci accorgemmo immediatamente di essere di fronte ad un grande evento: la nascita di un vino che sarebbe entrato prepotentemente nella storia enoica della costa toscana.

Cari amici buongustai, scusate il ritardo di questa settimana,ma l'estate ha colpito anche me e il caldo, tanto agognato, si fa sentire. Come vi avevo detto oggi filosofeggeremo velocemente su come il rapporto con il cibo e il significato della tavola siano cambiati profondamente nel tempo. Si perché, quello che oggi è un momento abituale della nostra giornata, ha segnato e segna uno dei più grandi specchi d'analisi nel rapporto evolutivo tra i cambiamenti della società, della cultura , e quindi dell'uomo nel tempo. Il nutrimento è la base della sopravvivenza dell'uomo dal principio della sua esistenza, perciò il rapporto con questo e con il rito della cucina e della tavola si è evoluto nel tempo come tutto ciò che ci caratterizza come uomini sociali.

Basta dire Provincia di Siena e la mente corre subito attraverso ogni genere di meraviglie, culturali, paesaggistiche e gastronomiche. Questo magnifico Territorio è attraversato dalla Via Cassia, una delle più importanti Vie Consolari Romane, che congiunge Roma a Firenze. In Epoca Medievale, a causa dell’impantanamento della Valdichiana (valle di origine alluvionale, che si estende tra le Provincie di Arezzo e Siena per poi proseguire in Umbria), il percorso originale fu modificato, e dopo il 774, quando i Franchi sconfissero i Longobardi, la strada divenne il percorso preferito dei numerosi pellegrini che si recavano a Roma. Un lungo tratto della Cassia coincise con la famosa Via Francigena, anticamente detta Via Francesca o Romea
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