Qualche brindisi natalizio
1) CASTIGLIONCELLO. Una cena di auguri della redazione, con il Direttore rigorosamente in giacca e cravatta e il gourmet Dracopulos in vena di aprire le sue private cantine con bottiglie d’annata. Di scena il ristorante In Gargotta di Castglioncello. I saporiti antipasti toscani rivisitati in chiave delicata, una tagliatella al ragù di chianina e uno splendido agnello di Zeri, hanno accompagnato nell’ordine i tre vini descritti.
SOLENGO 1998
Tra i più famosi Supertuscan storici, il Solengo proviene dai vigneti di Montalcino della tenuta di Argiano. Creazione, come il Sassicaia, del grande Giacomo Tachis, che lo ha accudito fino al 2003, il vino è un connubio di uve francesi: Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah. È affinato in barrique per 17 mesi.
Bel colore rubino granata intenso. Ha complessità di profumi con un’apertura al naso addirittura floreale. Ciliegia marasca e una bella speziatura con chiodo di garofano completano il quadro aromatico. Al palato ha un attacco morbido e dolce, buona dinamica su frutto sapido e solido con bella presa, tannino fine arrotondato, buon equilibrio, anche se l’annata calda lascia evidenti tracce di morbidezza alcolica, finale di buona lunghezza. Undici anni non dimostrati: il vino è pronto e perfettamente godibile in questa fase, ma ha di fronte a sé ancora diversi anni di ulteriore invecchiamento.
SOLAIA 1996
Altro mitico Supertuscan, nato alla fine degli anni ‘70 (1978) per volere degli Antinori e sotto l’egida di Giacomo Tachis. Il ‘96 era composto da 75% di Cabernet Sauvignon, 5% Cabernet Franc, 20% Sangiovese. Affinato per 14 mesi in barrique.
Colore rubino granato vivo e trasparente. Al naso si apre con sentori di frutto nero e ribes, poi vuole il suo tempo per marcare la ciliegia sotto spirito, le spezie fini e il rabarbaro.
Palato slanciato e sapido, con dolcezza contrastata da un tannino ancora grintoso e saporito. Frutto presente ed affiancato da un ricordo vegetale nel finale. Vino di grande impegno e spessore, che può riposare ancora per anni in bottiglia.
ORNELLAIA 1995
Annata non eccezionale con piogge e clima fresco fino a metà settembre. Lodovico Antinori era sempre al timone dell’azienda, ma il ‘95 rappresenta un’annata interlocutoria in termini di conduzione enologica e stilistica del vino.
È composto dal 76% di Cabernet Sauvignon, 18% di Merlot, 6% Cabernet Franc ed ha fatto 16 mesi in barrique nuove al 39%.
Colore granato di bella riflessione e trasparenza. Naso di buona complessità con profumi di evoluzione, cuoio e grafite, accompagnati da note quasi balsamiche di macchia mediterranea con sottofondo di frutto nero macerato.
In bocca ha eleganza e slancio. Ha struttura equilibrata, non massiccia ma di bella presa sul palato e grande precisione gustativa. Si sentono le note speziate con un richiamo di frutto rosso, e discreta è la lunghezza del finale. Da bere ora.
2) DUE CURIOSITÁ NATALIZIE
SELLA E MOSCA – ANGHELU RUJU VINO LIQUOROSO 1968
Correva l’anno 1968. Erano per me gli anni dell’Università e delle prime ricerche sul vino. Nello stesso anno usciva il Catalogo Bolaffi dei Vini del Mondo, “Il Gotha dei Vini” del maestro di tutti noi Gino Veronelli. Nella sezione Italia, con la definizione ormai divenuta universale di “vino da meditazione”, c’era l’Anghelu Ruju di Sella & Mosca. Cannonau (appassito al sole per una settimana e diraspato), adatto a lunghi invecchiamenti, rosso rubino cardinalizio e tuttavia brillante, pronunciato bouquet, in cui si colgono la cannella e il mallo di noce, caldo untuoso e tuttavia autoritario, stoffa ricca e seducente, piena razza. Mio padre lavorava a Napoli, in quel periodo: ci recammo a fare rifornimento di varie etichette, dal Cannonau al Torbato, dal Nuraghe Majore alla Vernaccia is Arenas, presso il rappresentante locale Fortunato Topa in via Terracina. Prezzo di mercato dell’Anghelu Ruju al tempo: 700 lire.
Ho ritrovato l’ultima bottiglia seppellita in cantina: non avevo alcuna speranza, ma ho voluto assaggiarne il contenuto. Grande sorpresa. Il colore è fortemente aranciato, tendente al mattone, ma il naso è ancora vivo e di una complessità stupefacente. La cannella e il mallo di noce percepite da Gino sono ancora presenti, anche se evolute verso il chiodo di garofano, il liquore nocino, l’amarena sotto spirito. C’è qualche ricordo cioccolatoso e di legno tropicale. In bocca è ancora integro e avvolgente, caldo e sontuoso, per niente stucchevole. Un sorso vellutato di ciliegie speziate che invita al riassaggio e alla meditazione, al ricordo di quel periodo magico in cui non pensavo minimamente di poter un giorno scrivere di questo vino anch’io. Grazie Gino.
GAJA – DARMAGI – CABERNET SAUVIGNON DEL PIEMONTE VDT 1988
Darmagi! (Peccato!!) esclamò Giovanni Gaja quando seppe che suo figlio Angelo aveva piantato il Cabernet Sauvignon in terra di Langa. Ma a volte anche i padri sbagliano.
I critici esaltano il grande Angelo per le sue capacità di comunicazione all’estero e per l’energia dedicata a questa attività. Esaltano i suoi vini per lo stile capace di accontentare i palati di ogni angolo del mondo. Per me quello che impressiona più di tutto di questo produttore è la tenuta dei suoi vini. Un Alteni di Brassica del ’96 assaggiato un paio di anni or sono era di una integrità straordinaria. Inutile parlare dei Barbaresco. E questo Darmagi 1988, annata eccellente, ormai ventenne è un vino la cui maturità è appena iniziata e che potrà esprimersi al meglio per molti anni. Colore ancora vivo e intenso, profumi complessi, speziati e fruttati di grande profondità, armonia gustativa perfetta, eleganza e lunghezza sono tutte caratteristiche di un vino di razza che non fa rimpiangere la somma investita per l’acquisto, non certo popolare. Altra caratteristica che mi ha lasciato di stucco: riassaggio il vino il giorno successivo alla stappatura e percepisco note terrose e di catrame, quasi da nebbiolo. Sembra che il terroir prevalga sul vitigno e anche questa è una caratteristica da grande vino.


