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Qualche brindisi natalizio

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Due sessioni di brindisi natalizi del gruppo del Corriere del vino con qualche ottimo vino ed una bella cena... Ve ne parla Paolo Valdastri. Una cena di auguri della redazione, con il Direttore rigorosamente in giacca e cravatta e il gourmet Dracopulos in vena di aprire le sue private cantine con bottiglie d’annata. Di scena il ristorante In Gargotta di Castglioncello. I saporiti antipasti toscani rivisitati in chiave delicata, una tagliatella al ragù di chianina e uno splendido agnello di Zeri, hanno accompagnato nell’ordine i tre vini descritti.

 

1) CASTIGLIONCELLO. Una cena di auguri della redazione, con il Direttore rigorosamente in giacca e cravatta e il gourmet Dracopulos in vena di aprire le sue private cantine con bottiglie d’annata. Di scena il ristorante In Gargotta di Castglioncello. I saporiti antipasti toscani rivisitati in chiave delicata, una tagliatella al ragù di chianina e uno splendido agnello di Zeri, hanno accompagnato nell’ordine i  tre vini descritti.

 

SOLENGO 1998

Tra i più famosi Supertuscan storici, il Solengo proviene dai vigneti di Montalcino della tenuta di Argiano. Creazione, come il Sassicaia, del grande Giacomo Tachis, che lo ha accudito fino al 2003, il vino è un connubio di uve francesi: Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah. È affinato in barrique per 17 mesi.

Bel colore rubino granata intenso. Ha complessità di profumi con un’apertura al naso addirittura floreale. Ciliegia marasca e una bella speziatura con chiodo di garofano completano il quadro aromatico. Al palato ha un attacco morbido e dolce, buona dinamica su frutto sapido e solido con bella presa, tannino fine arrotondato, buon equilibrio, anche se l’annata calda lascia evidenti tracce di morbidezza alcolica,  finale di buona lunghezza. Undici anni non dimostrati: il vino è pronto e perfettamente godibile in questa fase, ma ha di fronte a sé ancora diversi anni di ulteriore invecchiamento.

 

SOLAIA 1996

Altro mitico Supertuscan, nato alla fine degli anni ‘70 (1978) per volere degli Antinori e sotto l’egida di Giacomo Tachis. Il ‘96 era composto da 75% di Cabernet Sauvignon, 5% Cabernet Franc, 20%  Sangiovese. Affinato per 14 mesi in barrique.

Colore rubino granato vivo e trasparente. Al naso si apre con sentori di frutto nero e ribes, poi vuole il suo tempo per marcare la ciliegia sotto spirito, le spezie fini e il rabarbaro. 

Palato slanciato e sapido, con dolcezza contrastata da un tannino ancora grintoso e saporito. Frutto presente ed affiancato da un ricordo vegetale nel finale. Vino di grande impegno e spessore, che può riposare ancora per anni in bottiglia.

 

ORNELLAIA 1995 

Annata non eccezionale con piogge e clima fresco fino a metà settembre. Lodovico Antinori era sempre al timone dell’azienda, ma il ‘95 rappresenta un’annata interlocutoria in termini di conduzione enologica e stilistica del vino.

È composto dal 76% di Cabernet Sauvignon, 18% di Merlot, 6% Cabernet Franc ed ha fatto 16 mesi in barrique nuove al 39%.

Colore granato di bella riflessione e trasparenza. Naso di buona complessità con profumi di evoluzione, cuoio e grafite, accompagnati da note quasi balsamiche di macchia mediterranea con sottofondo di frutto nero macerato.

In bocca ha  eleganza e slancio. Ha struttura equilibrata, non massiccia ma di bella presa sul palato e grande precisione gustativa. Si sentono le note speziate con un richiamo di frutto rosso, e discreta è la lunghezza del finale. Da bere ora.

 

 

 

2) DUE CURIOSITÁ NATALIZIE

 

SELLA E MOSCA – ANGHELU RUJU  VINO LIQUOROSO 1968

 

Correva l’anno 1968. Erano per me gli anni dell’Università e delle prime ricerche sul vino. Nello stesso anno usciva il Catalogo Bolaffi dei Vini del Mondo, “Il Gotha dei Vini” del maestro di tutti noi Gino Veronelli. Nella sezione Italia, con la definizione ormai divenuta universale di “vino da meditazione”, c’era l’Anghelu Ruju di Sella & Mosca. Cannonau (appassito al sole per una settimana e diraspato), adatto a lunghi invecchiamenti, rosso rubino cardinalizio e tuttavia brillante, pronunciato bouquet, in cui si colgono la cannella e il mallo di noce, caldo untuoso e tuttavia autoritario, stoffa ricca e seducente, piena razza. Mio padre lavorava a Napoli, in quel periodo: ci recammo a fare rifornimento di varie etichette, dal Cannonau al Torbato, dal Nuraghe Majore alla Vernaccia is Arenas, presso il rappresentante locale Fortunato Topa in via Terracina. Prezzo di mercato dell’Anghelu Ruju al tempo: 700 lire.

Ho ritrovato l’ultima bottiglia seppellita in cantina: non avevo alcuna speranza, ma ho voluto assaggiarne il contenuto. Grande sorpresa. Il colore è fortemente aranciato, tendente al mattone, ma il naso è ancora vivo e di una complessità stupefacente. La cannella e il mallo di noce percepite da Gino sono ancora presenti, anche se evolute verso il chiodo di garofano, il liquore nocino, l’amarena sotto spirito. C’è qualche ricordo cioccolatoso e di legno tropicale. In bocca è ancora integro e avvolgente, caldo e sontuoso, per niente stucchevole. Un sorso vellutato di ciliegie speziate che invita al riassaggio e alla meditazione, al ricordo di quel periodo magico in cui non pensavo minimamente di poter un giorno scrivere di questo vino anch’io. Grazie Gino.

 

 

GAJA – DARMAGI – CABERNET SAUVIGNON DEL PIEMONTE VDT 1988

 

Darmagi! (Peccato!!) esclamò Giovanni Gaja quando seppe che suo figlio Angelo aveva piantato il Cabernet Sauvignon in terra di Langa. Ma a volte anche i padri sbagliano.

I critici esaltano il grande Angelo per le sue capacità di comunicazione all’estero e per l’energia dedicata a questa attività. Esaltano i suoi vini per lo stile capace di accontentare i palati di ogni angolo del mondo. Per me quello che impressiona più di tutto di questo produttore è la tenuta dei suoi vini. Un Alteni di Brassica del ’96 assaggiato un paio di anni or sono era di una integrità straordinaria. Inutile parlare dei Barbaresco. E questo Darmagi 1988, annata eccellente, ormai ventenne è un vino la cui maturità è appena iniziata e che potrà esprimersi al meglio  per molti anni. Colore ancora vivo e intenso, profumi complessi, speziati e fruttati di grande profondità, armonia gustativa perfetta, eleganza e lunghezza sono tutte caratteristiche di un vino di razza che non fa rimpiangere la somma investita per l’acquisto, non certo popolare. Altra caratteristica che mi ha lasciato di stucco: riassaggio il vino il giorno successivo alla stappatura e percepisco note terrose e di catrame, quasi da nebbiolo. Sembra che il terroir prevalga sul vitigno e anche questa è una caratteristica da grande vino.

 
Data di pubblicazione: 18/01/2010
Verticale storica di Lupicaia
Correva l’anno 1994. La Strada del Vino Costa degli Etruschi veniva inaugurata nella sua prima versione curata dalla Provincia di Livorno. Ad aprile organizzammo la presentazione ufficiale alla stampa e Gian Annibale Rossi di Medelana fu magnifico ospite della brigata dei giornalisti nella sua immensa tenuta del Terriccio. Ci accompagnò personalmente in un avventuroso tour in fuoristrada rimasto nella memoria di molti. Per l’aperitivo fu servito un fresco bianchetto ed uno spumante che costituivano le produzioni “vecchia maniera” dell’azienda. Per assaggiare il Lupicaia abbiamo dovuto attendere ancora qualche mese. All’inizio del ’95, io e l’amico Ernesto Gentili fummo invitati ad un primo assaggio di ricognizione, in presenza di un giovanissimo Carlo Ferrini. Inutile dire che ci accorgemmo immediatamente di essere di fronte ad un grande evento: la nascita di un vino che sarebbe entrato prepotentemente nella storia enoica della costa toscana.

Cari amici buongustai, scusate il ritardo di questa settimana,ma l'estate ha colpito anche me e il caldo, tanto agognato, si fa sentire. Come vi avevo detto oggi filosofeggeremo velocemente su come il rapporto con il cibo e il significato della tavola siano cambiati profondamente nel tempo. Si perché, quello che oggi è un momento abituale della nostra giornata, ha segnato e segna uno dei più grandi specchi d'analisi nel rapporto evolutivo tra i cambiamenti della società, della cultura , e quindi dell'uomo nel tempo. Il nutrimento è la base della sopravvivenza dell'uomo dal principio della sua esistenza, perciò il rapporto con questo e con il rito della cucina e della tavola si è evoluto nel tempo come tutto ciò che ci caratterizza come uomini sociali.

Qui, tra corridoi, sale e saloni decorati da meravigliosi affreschi e arredati da preziosi mobili antichi, coabitano due realtà straordinarie: il Relais Santa Croce, Hotel 5 Stelle Lusso e l’Enoteca Pinchiorri, di Giorgio Pinchiorri e sua moglie Annie Féolde : un Ristorante che, a livello mondiale, fa onore all’Enogastronomia Italiana. Giorgio è nato a Monzone di Pavullo, in Provincia di Modena, da una Famiglia di agricoltori, a Firenze si trasferisce nel 1955, quando sua madre entra a lavorare, come cuoca, in casa di un medico. Dopo aver frequentato l’Istituto Alberghiero, Giorgio muove i primi passi nel mondo della ristorazione e si appassiona a quell’affascinante universo che ruota intorno ai grandi vini. Nel 1966, dopo la devastante alluvione che colpì la Città, compra una copia, sopravvissuta, della Guida Bolaffi dei Vini del Mondo di Luigi Veronelli, e, forte di questo manuale, si avventura, nel suo primo viaggio, nelle zone vitivinicole più importanti della Francia. Da questo momento in poi sarà un crescendo, sia per la sua passione che per la sua collezione privata.
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