VINI ESTREMI…(ZZATI)
CAPITLO PRIMO – FAMOLO STRANO!!
Un film di Carlo Verdone di qualche anno fa narrava di una coppia di giovani sposi (lo stesso Verdone assieme a Claudia Gerini) che dopo aver navigato le rotte amorose più consuete, nel tentativo di sfuggire alla noia ed alla routine quotidiana inseguiva nuove emozioni al grido di “famolo strano!!”. Che ci azzecca il cinema con il vino?! In realtà ben poco. Eppure, nel caso della gag citata, le assonanze con alcune tendenze dell’odierna viticoltura italiana ci stanno tutte. La definizione di “famolo strano” si adatta infatti perfettamente ad una nutrita serie di vini che oramai superati principi (logici e spesso condivisibili) biologici, biodinamici, ancestrali, tradizionali, rurali, contadini e chi più ne ha ne metta, viaggia diretta oltre i limiti della costellazione di Orione. Bello è che questi vini, ai limiti se non oltre il difetto (Orione, appunto), sono sempre più spesso oggetto di folgorazione di qualcuno di noi (mi ci metto dentro) degustatori; qualche guru del bicchiere che, forse stanco di colori, profumi e sapori ordinari, è pronto ad issare sul suo podio personale bottiglie di vini “diversi”. Vini dai colori improponibili, con odori che fanno impallidire stalle delle più frequentate e sapori indecifrabili, degni di una pozione magica del Mago Merlino. Ed allora diciamocelo chiaro: un conto è il rifuggire dalle ricette preconfezionate dell’enologo di turno ma attenzione a non esagerare con le stramberie! I consumatori, coloro che fanno il mercato, non capirebbero. Anche perché molti di loro, quando si tratta di farsi una bottiglia di vino, continuano a preferire la prosaica quanto intramontabile posizione del missionario….
CAPITOLO DUE – VINO COLOR DATTERO, ODORE DI CAMMELLO, SAPORE DI HARISSA (ndr: Harissa= salsa piccante di peperoncino)
Contagiato dalla febbre del “famolo strano”, parto anch’io alla ricerca del vino chimera. Sfrutto ad inizio Gennaio una breve vacanza in Tunisia, complice un clima gentile che fa ben presto dimenticare la pioggia, il vento e la neve dello stivale (o almeno di quella parte che va dalla caviglia in su). Parto invero con poche speranze, forse più attento ai locali in cui bere un buon tee alla menta che ai ristoranti (pochi) che servono bevande alcoliche locali. Ma, quando meno te lo aspetti, eccoti vigneti curati e bottiglie di tutto rispetto. Ed io, che mi attendevo vini color dattero, profumati (si fa per dire..) di cammello sudato e dall’intenso sapore di peperoncino piccante, rimango con un palmo di naso. Semplice la spiegazione: fino a qualche decennio fa i francesi in queste terre la facevano da padrone e per non murare a secco avevano pensato bene di piantare un po’ di vigna. Gli ettari vitati sono ben pochi, poco oltre i 15.000, così come le zone vocate, pressappoco le aree nei paraggi della capitale Tunisi che, val bene ricordare, si trova più a nord di molte delle città della Sicilia meridionale. La produzione nazionale vale quella dell’Alto Adige: poco più di 500.000 ettolitri.
Ma veniamo ai luoghi ed agli assaggi. Tunisi vanta un gran numero di ristoranti, pochi (meno del 10%) i locali che servono vino, da contare con le dita di una mano quelli che assieme al menù de cibi presentano ai propri clienti una vera e propria carta dei vini. Si tratta di posti esclusivi ospitati in antichi palazzi di stile arabo dove si spendono anche 50 dinari a testa (25 euri!!); da queste parti una fortuna. Tre stelle Michelin (si fa per dire..) al Dar El Jeld, in assoluto il miglior locale di Tunisi e della Tunisia, per cucina e scelta dei vini. Prenotazione obbligatoria, almeno una settimana prima, e ampia scelta di piatti tipici tra cui un cous cous di perfetta esecuzione. La carta dei vini annovera una quarantina di etichette tunisine che non brilla per tipicità ma che lascia soddisfatto il palato. Per la maggiore si tratta infatti di uvaggi a base di vitigni del sud della Francia tra cui carignano, cinsault, grenache, syrah, moscato ma non mancano i classici cabernet sauvignon, chardonnay e sauvignon blanc. Ricco ma non tropo alcolico il Mornag (AOC) Vieux Magon 2006 della Vignerons de Carthage (la cooperativa agricola leader assoluta del mercato con quote oltre l’80%), etichetta tra le più pregiate del paese. Varietale il Syrah in purezza 2007 con frutto nero in evidenza. Stranamente diluito e scarico nel colore il Mornag 2006, medaglia d’oro nel 2009 al concorso Mondus Vini in Germania. Semplice, poco tannico e molto fruttato il Jour et Nuit rouge 2008 a base di cabernet e carignano. L’alter ego bianco (Jour et Nuit blanc) è invece un vino a base di chardonay e sauvignon blanc; piacevole di beva, di acidità sospetta in bocca e con un naso di spiccata aromaticità. Meno convincente la cucina dell’altro ristorante “storico” di Tunisi, il Dar Bel Hadj, anch’esso ospitato in un bellissimo antico palazzo di stile arabo, ricco di azulejos (mattonelle colorate) e stucchi in gesso. Una fotocopia della carta del Dar El Jed la scelta dei vini. I tipici bric tunisini (una sorta di pasta sfoglia ripiena in vario modo e fritta) si accompagnano piacevolmente al Muscat de Kelibia 2008, un moscato d’alessandria secco e profumato perfetto nella calura estiva. Si conferma, anche in queste terre, povero di carattere l’ugni blanc (un trebbiano di scarsa virtù), medicinale nei profumi e leggermente maturo al palato. Ben eseguito il Saint Augustin 2006, rosso della zona di Sidi Salem a sud di Tunisi, poco tannico ma di buona verve acida, perfetto sulle costoline di agnello.


