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I MISTERI DEL MAGICO FAVINO DA SOVESCIO E DEL PRODIGIOSO PISELLO PROTEICO

 

Viziati e nauseati dalla chimica stiamo prendendo coscienza del fatto che, tutto sommato,  la natura sa sbrigarsela meglio da sola. Ci duole la testa e prendiamo un antidolorifico, siamo grassi e ricorriamo a pillole miracolose, ci sentiamo stanchi e prendiamo ricostituenti, ci siamo disabituati ad ascoltare e capire, comprendere che non esiste solo un sintomo, ma un sistema che nella sua complessità ci lancia dei messaggi, che dovremmo cogliere, nella loro complessità, anziché silenziarli. Lo stesso atteggiamento lo abbiamo mutuato nel nostro approccio nei confronti del mondo circostante, con arroganza crediamo di poter addomesticare tutto ciò che ci circonda, aspergendo di polveri miracolose i nostri campi, additivando con complesse pozioni, vino, vitelli, polli e pesci, credendo di accelerare, migliorare, colorare, senza conseguenze nefaste. Se non vogliamo, prima o poi,  risvegliarci con una coda o con un terzo occhio (anche se a volte farebbe comodo vedere anche di dietro), dovremmo avere più chiare le interazioni e le implicazioni che queste allegre aggiunte comportano.  Qui casca il pisello proteico. I nostri campi sono diventati dei contenitori all’interno dei quali rovesciamo ingredienti in dosi studiate per ottenere equilibri sintetici a parer nostro ottimali per ottenere il risultato perfetto, ma siccome, il diavolo fa le pentole e non i coperchi, spesso qualcosa si mette di traverso e per bene che vada il prodotto ottenuto avrà caratteristiche omologate, sempre più distanti da quella magica alchimia naturale. Avremo: fragole anemiche, che sanno di niente, angurie al sapore di cetriolo, pomodori perfettamente sferici senza magagne, al gusto di lego totalmente inattaccabili ed inossidabili, che ci faranno dimenticare il vero sapore della natura. Quando ero piccola, il pollo “vero”, quello ruspante,  non mi piaceva, poca carne, tanti muscoli, colore più rosso, preferivo quello che si disossava soffiandoci sopra, con quella polpa bianca e quasi insapore, che poi ho scoperto essere tutto fuorché ruspante, lo definirei piuttosto un pollo forzatamente sedentario e disgraziato (12 polli in un metro quadrato, la cui esistenza dura poco più di un mese).  La varietà organolettica si crea proprio perché moltissimi fattori incidono sul prodotto finale, se noi stereotipiamo tutto, tutto avrà sempre lo stesso sapore, colori diversi, magari, ma niente di più. Le nostre coltivazioni hanno bisogno di molti alimenti nutritivi: azoto, fosforo, potassio, calcio, ferro, manganese, etc. Queste sostanze passano dal terreno alle piante, durante la crescita e con il raccolto noi le eliminiamo definitivamente dal terreno. Ogni anno la terra si impoverisce sempre di più. Per equilibrare questo processo noi siamo ormai abituati a concimare il terreno rendendolo pronto a nuove colture. L’azoto è uno degli elementi più importanti per lo sviluppo della pianta e affinché questa mantenga una bella colorazione verde. Il concime azotato più utilizzato è il nitrato di sodio e quello di calcio, che in più, provvede a correggere l’eccessiva acidità di alcuni terreni. Già dall’antichità si conosceva la necessità di fertilizzare il terreno per ridargli nuovo vigore. Una volta si ricorreva alla pratica del sovescio, prima si coltivava e poi si interrava un particolare vegetale che ha la capacità di cedere, una volta sotterrato, preziosi nutrimenti, sostanze organiche, che arricchiscono la struttura, la  proteggono dalle erosioni e la preservano da specie  infestanti. Le piante più usate  appartengono alla famiglia delle crucifere, delle graminacee e delle leguminose, tra cui il pisello proteico, il favino, la veccia, il lupino , etc. Le leguminose, sono più eclettiche e hanno il vantaggio di adattarsi a quasi tutti i climi e ad ogni terreno. Queste piante hanno la caratteristica di aumentare la stabilità dei grumi strutturali, con il loro potere aggregante. Entrando in contatto con gli essudati dell’apparato radicolare delle piante coltivate  e i microorganismi, formano un substrato maggiormente coeso. Inoltre le piante utilizzate per il sovescio, sono capaci di trattenere nitrati, evitando che questi vengano ceduti alla falde idriche circostanti, alterandone il ph e inquinandole. L’azoto, in forma ammoniacale, fornito sottoforma di concime chimico o anche naturale (con il letame), si trasforma in azoto nitrico che a causa della sua alta solubilità, viene facilmente lavato via dalle piogge e dalle irrigazioni. Il vecchio pisello proteico dunque, ha il potere azotofissatore, stipula una sorta di alleanza con alcuni microorganismi, che dimorano intorno alle sue radici, cedendo loro glucidi e traendone in cambio azoto. Le  piante utilizzate per il sovescio, vengono raccolte poco prima della fioritura, affinché gli steli non siano ancora lignificati, altrimenti impiegherebbero troppo prima di degradarsi. Poi vengono lasciate seccare e sotterrate, appena 10 cm sottoterra. Questo perché devono comunque avere il sussidio di un po di ossigeno, che ne facilita la decomposizione. Il sovescio, un procedimento già utilizzato dai nostri progenitori, resta dunque da secoli, il sistema più efficace e salubre, per fertilizzare un terreno. 

 

 

Alessandra Rachini  

 
Data di pubblicazione: 19/07/2010
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