"L'anima" del vino toscano vista da Andrea Zanfi
Il viaggio di Andrea Zanfi si arricchisce di un’altra tappa. Dopo l’iniziale e meritato successo de “I Supertuscans”, e i successivi volumi dedicati a Piemonte, Marche, Sicilia, Friuli, Lombardia e Veneto, oltre all’Atlante degli spumanti d’Italia, il giornalista grossetano torna nella natia Toscana con “Toscana. L’anima del vino. L’obbedienza alla terra” (pagg. 300, Carlo Cambi Editore), presentato alla recente Anteprima del Chianti Classico alla Stazione Leopolda a Firenze.
Zanfi scrive sul vino da appassionato: la sua non è una cronaca, né un repertorio di grandi etichette, piuttosto l’esplorazione di una fascinazione. Molto ha assaggiato e molte persone ha incontrato, ed è ben consapevole di come si stabilisca un rapporto imprescindibile tra un vino e l’intimo carattere di chi lo fa. Così ci racconta storie individuali diverse, in contesti anche antitetici (dalla plurisecolare dinastia degli Antinori alla piccola vigna biodinamica di Stefano Amerighi, con tutto quello che c’è in mezzo); ma tutte queste esperienze hanno in comune il desiderio di realizzare un proprio, personalissimo atto d’amore verso il territorio che le ospita e le fa vivere, creando un vino che lo esprima. A volte si è trattato di un colpo di fulmine, altre non si è mai pensato di poter fare altro, si è cresciuti in campagna e la decisione di diventare produttore è venuta naturale. Ma sempre, distintamente, in ogni intervista/narrazione si percepisce una sconfinata passione per un territorio: il genius loci, tramite l’interpretazione di un produttore o di un enologo, diventa l’unicità ammaliante di una grande bottiglia.
Questo ci racconta Zanfi, un senso di appartenenza (che lui condivide), e di come esso diventi vino e del dovere di farlo; di come questo sentimento si possa (fortunatamente) ritrovare in un bicchiere, e perché. Appartenenza alla Toscana, amata nella sua diversità di paesaggio e storia, sentita come sfondo e anima del proprio retaggio culturale. E qui viene in aiuto l’imponente apparato iconografico, curato dal vecchio compagno di avventura Giò Martorana e, con la stessa sensibilità poetica, da Luigi Biagini. Immagini che prescindono dal consueto (per quanto gradevole) stereotipo della teoria di vigneti ordinatamente allineati, dell’antica residenza di campagna o del rustico perfettamente ristrutturato (nuovo irrealizzabile sogno urbano). E che consapevolmente sconfinano in splendidi panorami toscani che niente c’entrano con il vino (ad esempio la veduta della costa livornese), ma che ben danno l’idea di un’identità, di un senso del bello e del buon vivere che si ritrova nelle parole degli intervistati (peraltro splendidamente ritratti). Esemplare, a questo proposito, il succedersi delle immagini del Viale dei Cipressi di Bolgheri, e delle strade poderali che arrotolano i loro tornanti nella campagna senese: luoghi diversi, stesso sentire.
Ci diceva Zanfi che i suoi titoli hanno riscosso più successo tra gli appassionati che non (in proporzione) tra i produttori citati e ritratti, che pure potevano impiegare i libri come regali di prestigio e rappresentanza. Nelle pagine dedicate ad ogni cantina, le schede descrittive delle etichette di riferimento sono quasi un atto dovuto, perché è pur vero che l’amore per la terra di cui si parla si esprime attraverso un’accuratezza tecnica certosina, che sconfina nell’alto artigianato, o meglio nell’arte. Ma mi piace pensare che l’acquirente del libro (come farò io) legga soprattutto questi brevi racconti d’amore (passatemi l’espressione…), dopo aver stappato la bottiglia preferita, e assapori così le stesse sensazioni che si provano degustando presso i vigneti, magari con il sole di primavera che li illumina: non è forse vero che il vino assaggiato in azienda è sempre più buono?


