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La questione del vino biologico.

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Biologico o non biologico? Questo è il problema. Parafrasando il dilemma esistenziale e spostandoci dalla letteratura all’agricoltura, possiamo convenire che la questione del vino biologico è sempre più sentita nel panorama produttivo e imprenditoriale vitivinicolo italiano. Io credo che si debba partire smentendo un luogo comune che vuole il vino biologico qualitativamente inferiore ai vini convenzionali, quasi a dire ”se è biologico non può essere un grande vino”. Semmai esiste un problema normativo a livello comunitario che indebolisce fortemente la filiera del vino “bio” rallentando il processo di evoluzione e diffusione di questo prodotto che, comunque, ha registrato negli ultimi anni enormi passi avanti.

 


Nei giorni scorsi a Siena è stato presentato in anteprima il regolamento dell'Unione Europea sulle modalità condivise per produrre vino da uve biologiche, nel corso del convegno "Il vino biologico italiano all'arrivo del regolamento europeo sulla vinificazione biologica", organizzato in collaborazione con Aiab e Arsia. L’iniziativa è stata l’occasione per confrontarsi sul merito della proposta e per discutere sulle tecniche sperimentate in “aziende pilota” indicate dal cosiddetto progetto “Orwine”. Tale programma europeo, negli ultimi tre anni, ha lavorato per fornire gli adeguati strumenti scientifici alla Commissione europea, così da rispondere alle esigenze di produttori e consumatori.  


Tra i punti chiave del regolamento europeo c’è un generale accordo di limitare anche i processi di vinificazione e non solo gli additivi, finora ammessi per i vini convenzionali, purché non derivanti da Ogm.

Un obiettivo importante, inoltre, è quello di abbattere del 20 per cento la presenza di anidride solforosa rispetto ai vini convenzionali e, sul lungo periodo, il tentativo sarà di far scendere la presenza di solfiti del 40 per cento. Tutto questo garantendo che, all’interno della normativa, rimanga sempre aperto il dialogo con le regole delle Organizzazioni comuni di mercato (Ocm) e con quelle dell’Organizzazione internazionale della vite e del vino (Oiv).


In Italia sono più di 35mila gli ettari di superficie agricola destinata al vigneto biologico e, in Toscana, stando ai dati dell’Arsia del 2007, siamo passati dai 1741 del 2000 ai 6271 ettari del 2006, con un incremento in termini di aziende produttrici, sempre nello stesso periodo, da 229 a oltre mille. Numeri importanti soprattutto se letti alla luce di un’idea di agricoltura moderna che sappia leggere le possibilità e anticipare i mutamenti dei consumi e le sensibilità dei consumatori. 


In questo senso il vino bio può essere un buon esempio di quel consumo responsabile nei confronti dell’ambiente e al contempo un prodotto di alta qualità capace di stare sul mercato con etichetti di prestigioso. Chiudo come avevo cominciato, cercando così di rispondere alla domanda iniziale. Io credo che ci sia, a torto, ancora troppa diffidenza nel nostro Paese nei confronti del vino biologico. Sono stati fatti grandi passi avanti, ma ancora c’è molto da lavorare, anche sul piano dell’informazione e della comunicazione, per dare forza ad un comparto che può dare tanto alla nostra agricoltura anche perché rappresenta un legame stretto e un’espressione dell’identità territoriale.

Susanna Cenni

Data di pubblicazione: 23/02/2009
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