Avviato l’iter d’esame delle proposte di legge in materia di disciplina e raccolta dei tartufi.
Già nella passata legislatura la XIII commissione era giunta alla definizione di un testo unificato che si proponeva di rendere più rispondente la normativa vigente non solo ai cambiamenti intervenuti nel settore, ma anche all’importanza che tale prodotto ha assunto nell’economia di vari territori. Oltre a questo era evidenziata anche la necessità di rendere più rispondenti le normative ai cambiamenti introdotti con la modifica del Titolo V della Costituzione e l’attribuzione di nuovi poteri alle Regioni.
Questo lavoro, di fatto, fu compromesso, se non annullato, dall’approvazione di una norma - nell’articolato della Finanziaria 2005, articolo 1 comma 109 - che nella sostanza ha stabilito come chi commercia i tartufi, può autofatturare senza indicare né l’origine né l’acquirente.
Risulta evidente che, con tale norma, si aprono problemi rilevanti in merito alla tracciabilità del prodotto; ai rischi di contraffazione nel mercato (il tartufo cinese, ad esempio, venduto per prodotto italiano).
In questo modo, inoltre, si è colpito il lavoro, avviato da molti territori, che ha legato l’immagine, la promozione e lo sviluppo a questo prodotto.
Ma non solo. Così scompare la figura centrale nel processo di coltivazione e ricerca: il tartufaio.
Se guardiamo alla Toscana, ad esempio, basta pensare al significato dirompente che questa norma assume per territori come Le Crete Senesi - dove il tartufo è il prodotto per eccellenza - ; San Miniato; altre aree dell’aretino; nelle quali, attorno al tartufo si va rafforzando l’identità dei territori, la promozione enogastronomica ed un intreccio di gusti e sapori che trascina altri prodotti, non ultimo il vino.
L’altro elemento, a mio avviso distruttivo, è la scomparsa dell'antico mestiere del tartufaio.
In Italia i tartufai sono circa 200mila. Tra questi il 20 per cento svolge un’attività costante, mentre il rimanente pratica occasionalmente questa attività.
Essere tartufaio significa avere una passione ed un’arte che si tramanda spesso fra generazioni, che nel tempo ha lasciato inalterato il fascino e la suggestione determinata da questo particolare legame fra l’uomo, il suo cane ed il territorio che coltiva costantemente per riprodurre questo prezioso tubero.
Troviamo traccia di tutto ciò già agli inizi del 1700, quando Luigi XV richiese ai Savoia cani addestrati per la ricerca dei tartufi.
Come gran parte del Made in Italy il tartufo, pur essendo un prodotto di nicchia, assume un valore importante nella nostra gastronomia: nella capacità di produrre ed alimentare quelle suggestioni che assieme alla qualità rendono le produzioni attraenti ed appetibili.
Dobbiamo perciò ripartire da qui: dal ricostruire questo legame che lega il prodotto al territorio, all’uomo e alla cultura che esprime.
Quindi, per trovare forme di reale tracciabilità,dobbiamo sia contrastare la contraffazione nel prodotto fresco e nei trasformati sia modernizzare norme che ormai dimostrano tutti gli 20 anni di vita.
Molte associazioni di tartufai, che sentiremo nei prossimi giorni sono su questa linea e le Città del tartufo hanno svolto in questi anni un lavoro encomiabile.
Ora il Parlamento deve dimostrare di essere all’altezza di affrontare un tema che, a prima vista, può apparire marginale, ma che, in realtà, coinvolge l’economia di interi territori.
Avremo modo di tornare sull’argomento e sarà mia cura tenervi informati sugli sviluppi.


