La commissaria Fischer in Parlamento
L'Italia è uno fra i primi Paesi in cui mi sono recata per spiegare le mie proposte di riforma del regime vitivinicolo dell'Unione europea, che ho presentato il 4 luglio scorso. Sono qui per scelta, dunque, e non per caso; i vari popoli che hanno abitato l’Italia, infatti, hanno pigiato l’uva per 2.000 anni. Inoltre, sono sempre molto colpita dalla vivacità e dalla varietà del comparto vitivinicolo italiano, specialmente ogni volta che ho il piacere di recarmi a fiere del settore nel vostro Paese. Tracciare una linea tra passato e presente evoca anche un’altra considerazione semplice ma importante: il concetto stesso di storia esiste proprio perché nella vita le cose cambiano.
Intorno a noi il mondo cambia e va avanti, e non possiamo fermare questo processo di continua evoluzione, che richiede invece risposte e decisioni da parte nostra. Laddove ci sono dei problemi da affrontare, noi abbiamo la responsabilità di agire.
Nel settore vinicolo dell'Unione europea esistono effettivamente dei problemi, e nessuno ha messo seriamente in dubbio questa affermazione. La nostra percentuale di esportazioni e di consumi rispetto alle importazioni e alla produzione non è soddisfacente, e le nostre politiche attuali purtroppo non affrontano il problema. Oggi ci troviamo in una situazione in cui le importazioni aumentano, la produzione a livello nazionale nei Paesi europei aumenta, e vi è una lieve contrazione dei consumi. Questi tre aspetti messi insieme sono dei segnali di allarme, come è evidente. Noi prevediamo che, proseguendo in base agli orientamenti attuali, nei prossimi anni, in assenza di interventi, ci troveremo di fronte ad un’eccedenza annuale di quasi 13 milioni di ettolitri.
Il settore vitivinicolo italiano condivide parte del problema generale; esso offre prodotti di eccellente qualità ed è un gigante sulla scena mondiale, ma semplicemente produce più vino di quello che può vendere. Questa situazione non è sostenibile.
E’ giunto il momento di affrontare i problemi con decisione. Ecco perché abbiamo presentato delle nuove proposte, i cui elementi essenziali sono i seguenti:
in primo luogo, la competitività, che è uno dei punti fondamentali;
in secondo luogo, l'esigenza di raggiungere un equilibrio tra domanda ed offerta;
in terzo luogo, abbiamo bisogno di norme adeguate perché tutti sappiamo che vi è una necessità di semplificazione delle regole;
in quarto luogo, è necessario tener conto anche degli aspetti ambientali, sociali e culturali della produzione vitivinicola.
Le mie proposte trattano alcuni di questi elementi. Pertanto, per quel che riguarda i nostri lavori di oggi, vorrei concentrarmi su un numero ridotto di elementi che hanno suscitato reazioni da parte del settore vitivinicolo italiano.
Innanzitutto, l'abolizione degli aiuti per la distillazione dei sottoprodotti. Il regime di distillazione, infatti, è molto costoso e comporta una spesa media di oltre 200 milioni di euro all'anno, che non ritengo realmente giustificata. Questa misura non ha a che fare con l'entità della produzione vinicola, ma riguarda piuttosto questioni tecniche legate allo smaltimento dei residui. Non c'è nessun altro settore agricolo in cui l'Unione europea si trovi a sostenere i costi di processi analoghi. Anche nel settore vitivinicolo i produttori dovrebbero assumersi la responsabilità di queste procedure e questi compiti, mentre noi dovremmo invece spendere i fondi previsti per il comparto per qualcosa di più utile. È quindi necessario spendere meglio i nostri fondi, il che significa tra l’altro utilizzare le risorse in modo più mirato, affrontando i veri problemi che colpiscono il settore nei singoli Stati membri e nelle singole regioni. Ecco perché ho proposto un sistema di dotazioni nazionali per gli Stati membri, i quali possono spenderle per adottare, nell’ambito di una rosa di misure possibili, quelle che ritengono più idonee. Tali misure includono, fra l'altro, degli strumenti per poter gestire le crisi e per poter alleviare periodi di difficoltà economica.
So che l'Italia è preoccupata riguardo ai metodi prescelti per definire il valore delle dotazioni nazionali e per ridistribuire il bilancio tra i vari Stati membri. Io ho proposto un metodo che ritengo idoneo ed attuabile. Abbiamo cioè preso in considerazione l'attuale bilancio e lo abbiamo suddiviso, tenendo conto innanzitutto della spesa precedente; la ripartizione prevede che il 50 per cento provenga dal bilancio, il 25 per cento dalla zona e il 25 per cento dalla produzione; sulla base di questa formula, ho poi proposto un adeguamento a favore dell'Italia. Una volta adottata la giusta impostazione, credo ci sia bisogno di concedere maggiore libertà al nostro settore vitivinicolo. Man mano che nel mondo le opportunità crescono, i nostri produttori avranno la possibilità di produrre di più, se ritengono di poterlo fare con profitto, e il settore dovrà essere aperto a nuovi attori con nuove idee.
Recentemente, ad esempio, mi sono recata in India con una delegazione di alti dirigenti di grandi imprese europee e tutti si sono resi conto che in India esiste un forte potenziale. Anche guardando ad altri Paesi più ad Est, ad esempio alla Cina o altre parti dell'Asia, notiamo che c'è una classe media in forte crescita. La crescita della classe media è di circa 25-30 milioni l'anno, e questo significa che questi Paesi offrono nuove opportunità.
Continuo ad essere persuasa che l'attuale sistema di diritti d'impianto debba avere termine. Si tratta in realtà di una decisione già presa. I Paesi membri hanno già votato a favore di questa decisione nel 1998, quando è stata approvata l'attuale riforma del settore vitivinicolo; la misura è quindi già in vigore.
La mia proposta tende a posporre il momento in cui scadranno i diritti d'impianto alla fine del 2013, in modo da concedere al settore altri tre anni per adeguarsi alla norma. La fine dei diritti d'impianto non significa il caos, come qualcuno ha voluto predire, perché senza gli sbocchi artificiali forniti dai regimi di distillazione i produttori produrranno più vino solo se saranno in grado di venderlo, se ci sarà un mercato che lo acquista. Perché produrre qualcosa se il mercato non può assorbirlo? Inoltre gli Stati membri mantengono diritti adeguati per regolamentare il ricorso alle indicazioni geografiche. Con la fine dei diritti d'impianto il mercato dovrà trovare un suo equilibrio. In questo contesto la maggior parte dei nostri produttori saranno in grado di affrontare la sfida, mentre altri, che in certe regioni dell'Europa con il sistema attuale non svolgono da anni un'attività redditizia, dovranno lasciare il settore, con o senza la riforma.
Ecco che, a questo punto, entra in gioco il regime di estirpazione da noi proposto: si tratta forse di una delle proposte meno comprese nella storia della politica acricola comune. Vi posso confermare che ci sono state altre politiche che hanno creato malintesi, ma questo è senz'altro uno dei regimi che sono stati meno compresi. Vorrei quindi dissipare i preconcetti che circondano questa impostazione.
Innanzitutto, voglio spiegare cosa non è il programma di estirpazione. Non è un attacco ai nostri vini, non è un piano di battaglia per mandare dei bulldozer contro le vigne europee e, fondamentalmente, non è un regime obbligatorio. Ripeto, non è obbligatorio: nessun viticoltore dell'Unione europea sarà obbligato a estirpare un singolo ettaro di viti.
In cosa consiste, dunque, questo regime di estirpazione? Essenzialmente esso rappresenta una misura sociale che può aiutare a spianare la strada verso l’equilibrio del mercato fra il 2008 e il 2014, aiutando quei produttori che ritengono di non essere in grado di condurre la propria attività in modo redditizio. È una misura che permette a questi produttori di abbandonare il settore vitivinicolo ricevendo, in base a tale regime, il pagamento di una certa somma per ciascun ettaro di viti abbandonato, fermo restando il rispetto di criteri ambientali. Ogni produttore, pertanto, può ricevere una somma nel contesto al regime di pagamento unico. Credo che questo sistema possa essere efficace, anche perché può essere abbinato ai regimi di prepensionamento previsti dalla politica di sviluppo rurale. Si tratta dunque di un pacchetto interessante.
Alcuni sostengono che si tratta di una misura anomala, visto che prevede di estirpare da una parte e piantare dall’altra, ma il piano ha una logica. Il sistema di estirpazione, infatti, è quinquennale. Si inizia con il versamento di una somma iniziale, che poi, naturalmente, va a diminuire nei successivi cinque anni. Al termine di questo periodo il regime di estirpazione termina, ed è quindi abolito, perciò i produttori possono valutare se passare a impianti di prodotti diversi. Fra l’altro la politica di sviluppo rurale può aiutare i giovani che desiderano avviare un’attività. Si tratta dunque di un sistema che ha la sua logica.
Per quanto riguarda le cifre, la cifra cui si fa riferimento è di 200.000 ettari di colture. Anche in questo caso voglio essere chiara: si tratta di una stima, di un risultato auspicato. Ritengo che tale cifra potrebbe dare il giusto contributo all'equilibrio del mercato. Ripeto, però, che non si tratta assolutamente di un obiettivo vincolante: se i produttori non vorranno approfittare di questa opportunità, saranno liberi di seguire la propria volontà; essi potrebbero infatti nutrire progetti diversi per il proprio futuro.
Credo inoltre che sia importante comprendere anche altre questioni, sempre collegate al regime di estirpazione, che hanno dato vita ad un certo dibattito negli Stati membri e nelle regioni; alle preoccupazioni sollevate in merito al regime abbiamo quindi risposto prevedendo misure di salvagaurdia.
Uno Stato membro può ad esempio dichiarare che le viti ubicate sulle montagne o in zone con forti pendenze non sono adatte per il regime di estirpazione e che quindi le zone montagnose, spesso importanti anche dal punto di vista del patrimonio culturale, non devono essere sottoposte a questo tipo di regime. Gli Stati membri possono inoltre invocare delle motivazioni ambientali per sostenere che alcune aree non possono essere soggette al regime di estirpazione fino al 2 per cento della zona coltivata a vigneti. In terzo luogo, è anche possibile porre fine al regime di estirpazione una volta che l'area estirpata abbia raggiunto il 10 per cento del totale dell'area piantata.
Con tali salvaguardie, gli Stati membri possono far funzionare questo regime nel modo più efficace, senza provocare problemi sociali e ambientali; tuttavia, se vogliamo che il sistema esso abbia senso, credo sia importante anche tener conto di un elemento collegato che probabilmente non vi è nuovo: sto parlando delle zone viticole irregolari, che esistono anche in Italia..
Nonostante esista già e sia in vigore un sistema per la regolarizzazione delle zone piantate a vigneti, in qualche modo questo problema si è trascinato nel tempo senza essere veramente risolto. Qual è il messaggio che ne deriva per i produttori che hanno sempre rispettato le norme e i limiti previsti? Come posso persuaderli dei meriti del regime di estirpazione, se poi non teniamo conto o facciamo finta di non vedere che esistono produzioni di vino illegali? Credo sia giunto il momento di dire basta. A questo proposito, ho proposto una nuova procedura di regolarizzazione che è necessario attuare nei tempi più rapidi possibili. È necessario operare una scelta chiara: ogni ettaro di vigneti irregolare deve essere regolarizzato oppure deve essere estirpato, perché è chiaro che dibattere le norme che devono regolare il sistema vitivinicolo ha senso solo se tutti sono chiamati a rispettare le stesse regole.
Per quel che riguarda invece l'etichettatura, ho proposto di permettere ai vini europei di essere etichettati con la menzione della varietà del vitigno e dell'annata. So che l'Italia nutre alcune preoccupazioni in merito, ma il fatto è che questi vins de cépage sono proprio i vini che un gran numero di consumatori sceglie di bere. Ora, se in un negozio si dice ad un cliente che si sbaglia, quel che succede è che il cliente andrà in un altro negozio; quindi, o vendiamo questo tipo di prodotto noi stessi, oppure consegniamo il mercato ai nostri concorrenti su un piatto d'argento, così come stiamo facendo oggi.
Come abbiamo detto, c'è stato un aumento delle importazioni dai nuovi paesi produttori di vino, e questo significa che ai consumatori questi prodotti piacciono, che li trovano convenienti e che gradiscono le loro etichette molto semplici. Ad esempio, l’etichetta di alcuni vini australiani raffigura un canguro, e i consumatori individuano facilmente la provenienza di quel vino e lo comprano.
Più in generale, è necessario concentrarsi sulla qualità e su regole per l’etichettatura che siano più chiare, compatibili con le norme dell'Organizzazione mondiale del commercio e gli accordi TRIPS, nonché coerenti con la nostra politica in materia di indicazioni geografiche. Naturalmente, tutto ciò è nell'interesse del settore vitivinicolo italiano, che ha sempre utilizzato ampiamente e con precisione le indicazioni geografiche.
L'ultimo punto che voglio sottolineare riguarda l'elemento della promozione. In occasione dei colloqui che ho avuto nell’ambito dell’Unione europea, ho sentito invocare la necessità di un più ampio bilancio per la promozione del settore e ho quindi deciso di rispondere a tale esigenza: 120 milioni di euro all'anno saranno disponibili, e dovranno essere accompagnati da finanziamenti nazionali, per promuovere i vini europei al di fuori dell'Unione europea attraverso decisi programmi di promozione.
Un’altra campagna di promozione importante, già in atto in Europa, è quella che concerne il consumo moderato di vino, che è diretta in particolare ai giovani. Per ottenere buoni risultati è necessario anche un forte impegno del settore (pari al 10 per cento del bilancio totale del settore vitivinicolo), ma sono convinta che tali maggiori finanziamenti possano essere ben spesi e possano davvero fare la differenza.
Per quel che riguarda il budget totale, questa riforma non è orientata al risparmio; manteniamo infatti lo stanziamento di 1,3 miliardi di euro all'anno, ma dobbiamo spendere meglio: oggi spendiamo mezzo miliardo di euro all'anno per la distillazione, e questo semplicemente non è sostenibile. Credo sia difficile spiegare ai contribuenti e ai consumatori europei che spendiamo una cifra così grande per la distillazione del vino, che poi serve a distillare anche vini che nessuno beve. Si tratta di un modo molto costoso di produrre etanolo. Credo ci sia una ricetta migliore per ottimizzare la situazione, e cioè eliminare questi vecchi programmi di distillazione e spendere i nostri fondi in modo più intelligente ed utile.
Il dibattito sulla riforma del settore vitivinicolo non sta avvenendo in modo isolato, bensì in collegamento con le riforme che vengono elaborate nell'ambito della politica agricola europea.
Nel 2003 abbiamo stabilito i nuovi principi per la politica agricola europea e uno dei fattori più importanti è stato quello del disaccoppiamento dei pagamenti diretti dalla produzione, che permette ai produttori di produrre ciò che il mercato richiede collegando i pagamenti ai vari standard ambientali, di benessere degli animali e così via su una base di condizionalità. Da allora abbiamo esteso questi principi anche ad altri settori agricoli, come l'olio di oliva, il tabacco e il cotone, ossia prodotti mediterranei. L'anno seguente abbiamo riformato il settore dello zucchero e quindi quello dei prodotti ortofrutticoli. Abbiamo inoltre ristrutturato la politica di sviluppo rurale, ampliando la serie di misure disponibili e fornendo linee guide più chiare sugli obiettivi comuni dell'Unione europea nel suo complesso.
Naturalmente il nostro lavoro non si ferma qui: ora che queste riforme hanno avuto un po' di tempo per prender piede, è necessario fare un passo indietro e vedere se e quanto stiano funzionando nella pratica.
Nel 2003, quando abbiamo attuato la nostra politica agricola comune, l'Unione europea comprendeva 15 Stati membri, mentre oggi gli Stati membri sono 27, ossia quasi il doppio. Inoltre, anche la situazione internazionale è in continua evoluzione.
Tenendo conto di ciò, dobbiamo valutare l’eventuale necessità di apportare qualche aggiustamento alla nostra nuova PAC, senza però varare una nuova riforma; si tratta di effettuare quello che viene denominato il check up della PAC, che avvierò prossimo novembre. Tale controllo consisterà nel verificare come sta funzionando la riforma in diversi settori. Ne menzionerò di seguito alcuni.
Anzitutto esamineremo il sistema del disaccoppiamento dei pagamenti diretti dalla produzione agricola, verificando se esso può essere ampliato ulteriormente. Sapete che gli Stati membri possono scegliere di non attuare questa misura, e quindi non tutti i membri avranno applicato il disaccoppiamento in tutti i settori, ma nell’ambito di questa verifica credo che raccomanderò un ulteriore spostamento in questa direzione. Nei prossimi anni avremo bisogno di ulteriori fondi per portare avanti la politica di sviluppo rurale, e la mia proposta sarà quella di aumentare la cifra che è attualmente del 5 per cento. Inoltre, terremo conto anche degli strumenti di mercato e della politica agricola per valutare come si sta comportando il settore e come funzionano i vari regimi, quali le quote di produzione, l’acquisto e immagazzinaggio dei vari prodotti e così via.
Ho anche chiarito che, dal mio punto di vista, è opportuno non prorogare il sistema delle quote latte dopo il 31 marzo 2015. E’ previsto che questo sistema arrivi a scadenza nel 2015, ma già tante volte non si è tenuto conto delle scadenze e il termine è stato prorogato. Ora è necessario prendere una decisione definitiva: il sistema delle quote nel settore lattiero-caseario deve avere fine, e questa volta credo che ci riusciremo. Io stessa potrò anche discutere con gli Stati membri le modalità e le misure transitorie volte ad attuare una transizione soffice tra il 2009 ed il 2015; dovremo valutare strumenti transitori, che permettano ad esempio ai Paesi di aumentare lievemente le quote in un certo periodo, per poi passare alla cessazione di questo schema. Credo che si tratti di un obiettivo cruciale per la maggioranza degli Stati membri: è davvero arrivato il momento di mettere da parte le quote.
Parleremo anche del bilancio in generale e ci sarà una riflessione sul bilancio dell'Unione europea approvato dai Capi di Stato e di Governo nel dicembre del 2005. Effettueremo una revisione di medio termine, e il mio obiettivo in questo processo sarà quello di definire la PAC che vogliamo e di cui avremo bisogno anche dopo il 2013.
La questione dell’entità della spesa è certamente importante, ma credo che non debba essere l'unico elemento del dibattito. Dobbiamo discutere innanzitutto del tipo di PAC che vogliamo e poi stabilire l’entità dei fondi necessari, tenendo conto delle necessità dei consumatori e dell’incremento della qualità. Questo è l'unico sistema per portare avanti una politica agricola efficiente. Talvolta mi si domanda quale sia la parola chiave di tale politica; ebbene, rispondo sempre e ripetutamente: qualità.
Come abbiamo visto, sono attualmente in aumento le importazioni dal Brasile, uno dei maggiori produttori mondiali dal punto di vista agricolo. Dal momento che non potremo mai competere con il Brasile dal punto di vista quantitativo, occorre agire proponendo qualcosa di diverso, visto che è in nostro potere farlo e visto che godiamo di un'ottima reputazione nel mondo per quanto riguarda i prodotti di alta qualità.
Anche dopo il 2013, l’Europa sarà caratterizzata da una componente agricola assai importante e dovremo decidere quale forma dovrà prendere. Allo stesso tempo, dovremo perseguire una forte politica di sviluppo rurale che ci permetta di sostenere la competitività, la tutela dell'ambiente, la diversificazione economica ed un livello di qualità di vita molto alto nelle zone rurali europee.
Vorrei terminare con alcune osservazioni sugli sviluppi verificatisi sulla scena internazionale, con particolare riferimento al Doha Round. Uso il termine «sviluppi» anche se, in effetti, si è registrata piuttosto una frustrante mancanza di sviluppi e di progressi. È un aspetto che non voglio certo nascondere.
Credo che l'Unione europea abbia messo sul tappeto un'offerta molto generosa sul versante dell'agricoltura, con un buon equilibrio nell’ambito dei tre pilastri, ma purtroppo alcuni dei nostri interlocutori hanno continuato ad avanzare richieste alle quali non era possibile rispondere. Non possiamo rinunciare completamente alla nostra posizione, è necessario che anche l’altra parte compia dei passi cosicché ci si possa incontrare a metà strada. In ogni caso continueremo a perseguire un risultato positivo. Occorre ricercare un equilibrio non solo nel settore agricolo, ma anche in altri settori importanti, come quello industriale e dei servizi. Sappiamo che per quel che riguarda l'agricoltura il negoziato di Doha Round non offre soluzioni facili, ma come ho detto occorre ricreare un nuovo equilibrio anche con riferimento ad altri settori. Pertanto, l'attenzione al settore agricolo va contemperata a quella per altri settori estremamente importanti in termini di accesso ai mercati.
Abbiamo ancora molto lavoro da svolgere e sono certa che con un atteggiamento costruttivo come quello mostrato da tutti gli Stati membri e dal Consiglio dei ministri dell'agricoltura sarà possibile andare avanti. Anche l'Italia, d'altra parte, ha sottolineato la propria posizione con vigore. Sono certa che ci impegneremo a fondo per andare avanti, anche perché non possiamo permetterci di sottrarci al nostro compito. È estremamente importante che ci impegniamo per evitare che quel mercato, in cui oggi siamo forti, sia domani occupato da altri. A tal fine è necessario che tutti noi diamo il nostro contributo. Anch’io farò del mio meglio per raggiungere un risultato il più possibile positivo.
Data di pubblicazione: 25/07/2007


