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Anteprimando in Toscana.. i commenti del Corriere

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Una settimana a tutte Anteprima per il gruppo del Corriere. Vernaccia, Chianti Classico, Nobile e Briunello hanno caratterizzato i nostri assaggi (quest’anno il gruppo era composto dal sottoscritto Rg, Paolo Valdastri, Claudio Corrieri e Riccardo Margheri). Abbiamo trovato diverse cose interessanti e cercato di dare un’interpretazione degli assaggi conforntandoci. Vediamo cosa ne è scaturito…

Vernaccia 

di Riccardo Margheri

La convulsa settimana delle degustazioni di anteprima dei vini toscani (si intende qua le denominazioni storiche del centro della regione, e quindi non i vini della costa, che hanno altri momenti di promozione) ha conosciuto il suo inizio il 15 febbraio scorso in quel di San Gimignano, nei begli spazi del Museo di Arte Moderna “De Grada”, con la degustazione dei campioni 2009 (e Riserva 2008) della Vernaccia. Il Banco di Assaggio del pomeriggio alla presenza dei produttori è stato preceduto al mattino dall’ormai tradizionale gemellaggio con un (altro) grande vino bianco internazionale, in questo caso il borgognotto Pouilly Fuissé. Folta la partecipazione del pubblico professionale per un evento ottimamente orchestrato dal Consorzio: un plauso doveroso all’attenzione e alla gentilezza della public relation woman Elisabetta Borgonovi.

Per chi conosce il comprensorio di San Gimignano, il livello raggiunto dagli assaggi non è certo una sorpresa: già da qualche anno le aziende della città delle torri hanno iniziato un coerente percorso di crescita qualitativa. Le insidie di un’annata ondivaga (ma potenzialmente interessante) come il 2009 sono state brillantemente superate con una superiore sapienza in termini di tecniche di vinificazione. Ma anche, e soprattutto, i prodotti presentati esprimono limpida identità territoriale e varietale, ben focalizzati sulla profondità minerale che è la caratteristica fondamentale della Vernaccia, e scevri da banalizzanti tentazioni “piacione” (leggi dolcezze di gusto internazionale).

Non si capisce bene quindi come mai si attualmente in discussione un progetto di modifica del disciplinare delle denominazione, nel senso di consentire nell’uvaggio una maggiore percentuale di vitigni alternativi (leggi Chardonnay, e magari in qualche caso Sauvignon Blanc o Viognier). Sembra in effetti una misura inventata per venire incontro alle esigenze di aziende che non vanno esattamente per il sottile nell’acquisto di uve per il confezionamento di prodotti di fascia di prezzo più bassa (senza che con questo la Vernaccia possa definirsi un vino troppo costoso, anzi). Tutto il rispetto per il lavoro di questi produttori, che peraltro vanno a coprire un ben preciso settore di mercato. Ma la Vernaccia di San Gimignano, per come abbiamo imparato a conoscerla ed apprezzarla grazie all’opera di divulgazione di una qualità legata al territorio svolta capillarmente dal Consorzio in questi ultimi anni, a nostro giudizio è veramente un’altra cosa.

E fortunatamente e piacevolmente più volte l’abbiamo ritrovata nelle nostre degustazioni: per le anteprime dell’annata 2009 i potenziali effetti nefasti della calura e delle piogge anche violente sulle delicate bucce della Vernaccia sembra siano stati ben controllati, con pienezza e maturità accattivanti; le Riserva 2008 sfoggiano la maggiore acidità dell’annata e lasciano presagire un interessante futuro; i riassaggi delle annate precedenti si giovano della maggiore permanenza in bottiglia. Esemplari, a questo proposito i campioni presentati da La Lastra (www.lalastra.it), che ha preferito posticipare la presentazione delle nuove annate: la Riserva 2007 ripropone l’impeccabile equilibrio e la godibilità agrumata (note di lime) apprezzata lo scorso anno; Riserva 2002 e 2001 stupiscono per una tenuta nel tempo eccezionale (specie la bistrattata 2002), sempre sottili in modo quasi ineffabile, ma profonde e complesse per interna vibrazione minerale.

Come sempre paradigmatico per lo stato della denominazione l’assaggio dei vini di Gianni Panizzi (www.panizzi.it): quanto mai ben riuscita la Vernaccia base 2009, articolata al naso (fiori bianchi, note agrumate), deliziosamente equilibrata e beverina al palato, ma con bella sapidità, solo un filo più vegetale sul finale. Lo stesso dicasi per la Selezione Santa Margherita 2009, peraltro polposa e di appagante freschezza come al solito. La Riserva 2006 ha imponente struttura e a acidità e aromaticamente è ancora marcata dal legno: ma ben sappiamo come la Vernaccia Riserva di questo produttore non tema la prova del tempo. Splendido esempio ne è stato il riassaggio dell’annata 2002, dall’affascinante naso quasi alsaziano (forse addirittura un minimo di botritys?), dalla morbidezza insinuante ma non banale, sempre viva di acidità, adesso davvero uno splendido vino da conversazione. Ancora in corso d’opera la Evoè 2007 (con lunga macerazione sulle bucce).

Ci siamo un poco dilungati su Panizzi, per l’importanza storica di questo produttore per la Vernaccia di San Gimignano e per la grande quantità di vini interessanti proposti. Ma le sorprese (e le conferme) positive sono state più di una. Ad esempio ritorno a giuste ambizioni per Cà del Vispo (www.cadelvispo.it), specie con il campione di vasca della Selezione Vigna in Fiore 2009: grazie al secondo passaggio nella botte da 10 hl, rispetto allo scorso anno il legno risulta molto meglio integrato, e il vino non manca né di pienezza né di persistenza. Impressionante la freschezza dei campioni di Vernaccia 2009 di Signano (0577/941085; signano@casolaredibucciano.com): già la “base” ha una “spinta” superiore alla media, tanto più la Selezione Poggiarelli, che, più grassa com’è ma con una sapidità da Chablis, è da subito godibile per l’equilibrio. Vini di superiore equilibrio ed eleganza quelli di Mormoraia (www.mormoraia.it): la versione “base” 2009 è da raccomandare, ma in particolare la Riserva 2008 sfoggia legno molto ben assorbito e una bella articolazione aromatica con note di miele e agrumi, forse il campione più “impeccabile” (ma assolutamente non solo per mero magistero tecnico) tra quelli assaggiati. E ancora: San Quirico (0577/955007, az.agr.sanquirico@libero.it) non smette di affascinare con i suoi vini noti dagli schemi, non solo con la splendidamente complessa Isabella 2004, ma anche con l’altra Riserva I Campi Santi 2006, fruttata e floreale, allungata al palato dall’acidità, e una versione “base” 2009 con note di idrocarburi quasi da Riesling.

Su un altro versante, comunque apprezzabile l’interpretazione più moderna della Vernaccia di Teruzzi & Puthod (www.teruzzieputhod.it), opulenta e ben disegnata, ma ancora troppo in difetto di tempo in bottiglia per una piena apertura a livello aromatico (prevalgono le note burrose). In analogia, il legno marca ancora aromaticamente la Selezione Ab Vinea Doni 2008 e la Riserva Vigna a Solatio 2007 di Casale Falchini (0577/941305; casalefalchini@tin.it), ma entrambe hanno la struttura e la spina dorsale sapida per una felice evoluzione. Ottima esecuzione per i vini de Il Lebbio (0577/944725; illebbio@libero.it), in particolare la Selezione Tropié 2009, equilibrata e personale nella sua fragranza balsamica (che per il momento diventa nota vegetale un poco più pungente sul finale di bocca). E infine, nell’impossibilità di citare tutti i meritevoli, Mattia Barzaghi – Zeta Project (www.mattiabarzaghi.com) giustamente sugli scudi per una elegante impostazione moderna della Vernaccia, oltre che per un’aggressiva campagna di marketing. Ma sotto i lustrini della presenza mediatica c’è anche sostanza: i vini colpiscono in positivo per la pienezza, e più ancora della Riserva Cassandra 2008 (dotata di grande materia, in particolare rispettabile acidità, ma ancora davvero troppo a corto di bottiglia), ci ha intrigato la Vigna Santa Margherita 2009, la cui maturità fruttata si dispiegherà verosimilmente in nobile complessità durante un’evoluzione che si presagisce lunga e proficua, forse di più lunga gittata rispetto ad altre Vernaccia d’annata.

Per ultimo, un cenno doveroso ai Pouilly Fuissé: tra gli assaggi, tutti più che godibili, una particolare nota di merito al Tradition 2006 del Domaine Valette, piccola azienda biodinamica, intransigente nella ricerca della qualità: voluttuosa (passatemi il termine) complessità aromatica (richiami di brandy, minerale, sottilmente affumicati, di albicocca matura, di elegante speziatura di legno, e chi più ne ha più ne metta), corrispondenza naso-bocca integra, equilibrio e persistenza, beva mai stancante. Con buona pace di chi pensa che, in Borgogna, Pouilly Fuissé sia una denominazione meno interessante rispetto a Montrachet, Corton Charlemagne e Chablis.

 

Le altre anteprime 

di Paolo Valdastri

Si è conclusa la tornata di degustazione dei nuovi vini della Toscana centrale, Chianti Classico, Vino Nobile e Brunello.

Ora tutti al Vinitaly, poi si riprenderà con la presentazione di Bolgheri a fine maggio.

Al di là dei numeri e dei singoli risultati, si è trattato di un’eccellente occasione per fare il punto annuale sullo stato di salute del Sangiovese nella sua zona di elezione universale. 

Abbiamo concentrato l’attenzione sull’annata 2007 per Chianti Classico e Vino Nobile e 2005 per Brunello.

Si da per scontato che noi toscani conosciamo ormai vita morte e miracoli di questo vitigno e dei suoi vini, ognuno è convinto di avere delle certezze in merito. Nella quotidianità, invece, è molto frequente sentirsi chiedere da appassionati, ma anche da persone del settore vino e ristorazione: “ma in definitiva cosa devo cercare in un grande e vero sangiovese? E se lo chiedessi a Gambelli cosa mi risponderebbe?”. 

Siccome i grandi personaggi, come i vari Gambelli, Vagaggini, e gli altri numerosi enologi “puristi” del Sangiovese non sono molto generosi di informazioni su questo argomento (riservatezza? cautela?), allora vediamo di giocare di ricordi lungo un percorso di oltre una quarantina d’anni di assaggi, e vediamo di tracciare quello che dovrebbe essere il profilo ideale di un grande Sangiovese (almeno per me).

Cominciamo dal colore: un bel rubino brillante, brillantezza esaltata da una forte acidità naturale. Tendenza al granata sin da giovane, ed una trasparenza abbastanza accentuata e senza la quale il pensiero corre subito al mercato internazionale. Ho sentito colleghi lamentare una tendenza all’alleggerimento del colore, come se si trattasse di un problema. Dopo quello che è successo a Montalcino mi parrebbe strano il contrario, casomai. Il Sangiovese, da solo, ha facilmente colori scarichi in quanto i suoi antociani, le sostanze coloranti, sono di un tipo difficilmente estraibile dalle cellule che li contengono e c’è quasi totale assenza di antociani acilati. E’ pur vero che con particolari acrobazie in vigna (ed in cantina?) si possono ottenere dei Sangiovese con colori più carichi. Ma la questione è: ne vale la pena? Assaggiando e riassaggiando i Sangiovese, quelli più emozionanti sono spesso proprio quelli scarichi di colore: e quindi....

I profumi: i grandi hanno un naso di grande intensità e fragranza. Effetti floreali come quello del garofano si accompagnano a frutto rosso, soprattutto amarena, e non disdegnano sensazioni animali dosate, cuoio, carne cruda.  Il legno non deve quasi avvertirsi se non in una lieve sensazione speziata. 

Il palato: qui risiede la parte più importante e delicata del profilo di questo vino. Il grande Sangiovese è succulento e trascinante. Ha un incredibile equilibrio tra componente acida e sapida da un lato e alcol dall’altro, mentre la grana tannica, sempre scalpitante, fa da sostegno, appoggiando l’acidità e contrastando l’alcol. Attraversa il palato in maniera irruente, in un contesto di sensazioni fruttate e speziate di grande freschezza, non è mai stucchevole e largo, ma tagliente e dinamico e profondo, poi nel finale  chiude con eleganza e pulizia e la sensazione permane con piacevole lunghezza. Invita al secondo bicchiere e così via, senza mai stancare. La struttura è più o meno consistenze a seconda della zona di provenienza, ma si trae grandissimo godimento anche dall’agile sangiovese di zone alte e fredde, magari più sottile, ma trascinante e articolato come un cavallo di razza. Semplice? Se si dovesse concentrare tutto il giudizio sul grande sangiovese in una sola parola, quella sarebbe “purezza”. Purezza olfattiva e purezza di gusto.

Ripeto: questo vale per il grande sangiovese, perché se andiamo nel piccolo, nel sangiovese mal curato, prodotto senza convinzione o soltanto perché tanto “ si è fatto sempre così”,  gli aspetti negativi lo rendono uno dei vini più sgradevoli che esistano. Colori evoluti, profumi animali, sudore, sangue rappreso, scala di pollaio, un palato rigido, aspro con tannino asciugante o secco, sono un must di molti vini (a prezzo stracciato, per l’esportazione, per lo sfuso) che è meglio dimenticare.

Detto questo, vediamo di esprimere un giudizio sulle tre zone  interessate dalle Anteprime 2010.

Chianti Classico.

E bravo presidente!! Oltre ai complimenti per l’organizzazione (e speriamo proprio in un’Anteprima 2011 tutta Leopolda), il lavoro svolto con rigore in questi ultimi anni fa vedere sempre meglio i suoi frutti. Sono ogni anno di più i vini che, al di là dell’annata più o meno favorevole, ritornano a ricordare l’archetipo del Chianti Classico (buono) di un tempo. Passati gli anni bui delle diluizioni trebbianiche, superata la fase della rinascita merlottosa, finalmente l’assetto dei vini va sempre di più nella direzione giusta. Ed è in grado di accontentare sia i puristi talebani che i  modernisti, ma  senza scontentare nessuno. Sì, perché è sempre evidente la dicotomia tra vini con il carattere del puro sangiovese e quelli supportati dai vitigni francesi, ma nell’uno e nell’altro caso non vi sono eccessi e la qualità cristallina non può disturbare nessuno. L’appassionato talebano ed il grande discepolo di Parker potranno trovare ognuno il suo stile preferito con piena soddisfazione loro e del mercato. Ci si  avvicina piano piano ad una comunione universale di intenti, dove oltretutto l’uso del legno si è fatto pienamente consapevole. Se proprio un auspicio si deve fare, è quello di vedere realizzata, prima o poi, la suddivisione del Chianti nelle sue zone di elezione. Il primo passo è stato compiuto con il divieto di rivendicare il Chianti generico nella zona classica. Benissimo, ma c’è ancora qualcosa da fare, e allora avanti Marco Pallanti, con determinazione!

Tra i migliori assaggi:

 Chianti Classico riserva DOCG 2007: Badia a Coltibuono, Capannelle, Castellinuzza, Castello di Monsanto, Castello di Volpaia (il normale- Coltassala ancora indietro), San Pancrazio, Felsina Berardenga, La Porta di Vertine, Nozzole La Forra.

Chianti Classico DOCG 2007: Isole Olena, Riecine, Tenuta di Lilliano, Val delle Corti, 

Le considerazioni di Claudio Corrieri sul Chianti Classico

Come ogni anno  gli operatori del settore vinicolo si ritrovano due giorni (16 e 17 febbraio)alla stazione Leopolda per assaggiare le nuove annate di Chianti Classico,parlare delle problematiche del disciplinare,della produzione,del mercato e di tante altre cose  .

L’evento,ormai un classico del Chianti Classico,pone di fronte il mercato e la produzione, con i giornalisti a mediare  le scelte e le posizioni e a indicare una nuova via per lavorare insieme per un futuro futuribile.

In effetti in questi momenti di crisi e di selezione per il mercato  la forza della denominazione è la chiave di volta per guardare avanti con progetti e idee,per indicare soluzioni agronomiche di sostenibilità e conduzioni enologiche che valorizzino la diversità del Sangiovese.

Non possiamo negarcelo che la tipicizzazione del Sangiovese,del suo carattere chiantigiano di eleganza e freschezza,di bevibilità e di unicità  è la sola alternativa a non affogare in un mercato saturo ormai da qualche anno.

O creare un popolo di etilisti e alcolizzati,o cercare una qualità del vino di tradizione da bere moderatamente ma di gusto.

Banalizzare il vitigno con ampie rese , estremizzare con prodotti di sintesi il lavoro in vigna,e quindi  forzare  la natura e  il suo corso naturale non porta da nessuna parte.

La via è una sola ovvero quella di razionalizzare il lavoro in vigna con cura delle piante,equilibrio del ciclo vegetativo,esclusione o riduzione al massimo di fitofarmaci e prodotti di sintesi,cercare cioè una via naturale e sostenibile alla produzione seria e sana di uva da  vino.

Non si può continuare a sfruttare i terreni  con un sistema sfiancante e asfissiante per le vigne,le quali producono in conseguenza male e troppo.

Anche il presidente del consorzio Marco Pallanti ne è convinto,e invita i 140 associati a non parlare di crisi ma a  approfittare delle ultime annate che sono state fortunatamente molto valide,per una coltura di qualità.

E gli assaggi dobbiamo dire sono stati molto interessanti,specialmente le riserve 2007,con molte conferme e qualche novità.

Sicuramente i vini migliori e più in linea con un gusto naturale,elegante e rispettoso dell’indicazioni del terroir nelle sue specifiche comunali,risultano essere quelli dove la conduzione agronomica e biologica o aspira a essere tale e dove in cantina non si usano molte tecniche invasive ma si rispetta il vino nel suo rapporto viscerale con l’annata.

Inoltre sembra di scorgere una via comune percorsa da tutti i produttori di giusta qualità,di identificazione di territorio,di volontà di dare alla denominazione un valore e un peso  coerente con la sua storicità.

E tante nuove aziende che lavorano con sensibilità e rispetto della terra,che  non invadono la cantina di mannoproteine,gomma arabica,tannini vegetali e cosi via.

La terra è bassa e dura,non è facile  ritrovare una generazione disposta a lavorarla con passione,ma le eccezioni confermano alcune regole.

Negli assaggi effettuati,che sono da prendere con le dovute riserve perché derivanti da vini imbottigliati da pochissimo o addirittura  da campioni di botte,sono emerse  alcune aziende.

Mi preme di ripeterlo che moltissime comunque erano le aziende quantomeno buone e che hanno prodotto vini coerenti e identificativi del loro comune-territorio di appartenenza.

Le annate presentate sono la 2007 per le riserve e la 2008 e 2009  per il chianti di annata.La prima sicuramente un ottima annata dall’andamento climatico adatto ad una bella maturità delle uve senza troppo problemi sanitari e di malattie della vigna.La 2008 sicuramente con qualche problema in più ma sicuramente una buona uva.La 2009 ,ancora in botte si preannuncia veramente molto valida.

Fra le riserve 2007 in anteprima sono venute fuori per integrità di frutto,esecuzione in cantina e identità territoriale Badia a Coltibuono,Castellinuzza, Castello di Monsanto,San Giusto a Rentennano, Fattoria di San Pancrazio,La Porta di Vertine,Monteraponi, Val delle Corti.

Badia a Coltibuono a Gaiole  in Chianti per una produzione totale di 50,000 bottiglie di riserva composto da 90%Sangiovese e 10% Canaiolo;agronomo M.Castelli 

In riduzione,dotato di una buona succosità e un finale salino di gran persistenza

Castellinuzza ,a Greve in Chianti,produzione di sole 500 bottiglie di riserva al 100% sangiovese seguita dall’agronomo Ruggero Mazzilli e dall’enologo Chellini.

Un vino vibrante e sapido,minerale e ferruginoso dal finale fine e profondo.

Castello di Monsanto  a Barberino val d’Elsa produzione di 140,000 bottiglie di riserva a base 

90 %sangiovese,5%colorino e 5% canaiolo colorino guidata da A. Giovannini.

Ridotto,si apre con toni di frutta integra,grande verve acida tensione e finale molto lungo e territoriale.

San Giusto a Rentennano,a Gaiole in Chianti,per  10500 bott di riserva a base 97% sangiovese e 3% colorino agronomo Ruggero Mazzilli  enologo Pagli con l’aiuto dei proprietari Fratelli Cigala.

Alcolico e esuberante al naso si riscatta con un lunghissimo finale largo e volumetrico.

Fattoria San Pancrazio,a San Casciano Val di Pesa ,per 3000 bottiglie di riserva a 95% sangiovese e 5 % colorino,con Moltard in cantina  e Tempestini agronomo.

Naso ispirato e territoriale,tensione e allungo in bocca con finale tonico e ampio

La porta di Vertine a Gaiole in Chianti, per 4000 bottiglie al 100 % Sangiovese.Agronomo Mazzilli e enologo Gambelli.

Eleganza e finezza con timbrica chiantigiana. Fiore e frutta con finale salino.

Monteraponi,a Radda in Chianti,per 4000 bottiglie al 90 % Sangiovese 8 % canaiolo con Castelli in cantina

Eleganza, legni da assorbire ma bel finale salino e ciliegioso.Diritto

Val delle Corti a Radda in Chianti,per 5000 bottiglie di riserva con 95% Sangiovese e 5% colorino.Enologo S.O.Callaghan.

Molto indietro al naso,in bocca sviluppa una bella tensione,vibrante e succoso.Finale salino e ferruginoso.

Claudio Corrieri

VINO NOBILE DI MONTEPULCIANO

Qui il discorso si fa più complicato rispetto alle altre zone. Complicato nel senso che è possibile individuare un filo conduttore, ma lo si fa tra molte incertezze. La sensazione che resta comunque in mente è quella di un profilo più austero dei vini, nei migliori dei casi. Dipenderà dal tipo di terreno , dal un clima continentale, dal tipo di sangiovese presente, ma il profilo è quello di un vino più difficile ad aprirsi, che forse non gradisce la solitudine, ma necessita dell’accompagnamento con piatti robusti per essere apprezzato fino in fondo. Il colore è generalmente il più carico tra quelli delle tre zone visitate, e questo dipenderà magari dall’impiego sistematico di vitigni più dotati di colore, siano essi autoctoni (colorino) o francesi (merlot soprattutto). Il profumo è solitamente arcigno e terroso, con note animali ed un frutto più scuro come la mora o la prugna. I sentori speziati sono spesso dominanti ed il legno, di frequente, copre le sensazioni fruttate. Anche al palato si avverte questa rigidezza ed una certa scontrosità, con finali molto spesso tendenti alla liquirizia amara.  I vini più fini ed eleganti, generalmente provenienti dalle zone più alte, sono molto godibili grazie ad un equilibrio perfettamente raggiunto, e la loro austerità, proprio quella tipica di un nobile d’antan, si stempera di fronte all’abbinamento con  una seria preparazione di carne e li rende grandissimi interpreti della tavola. Quando invece l’equilibrio viene meno, si hanno prevalenze di dolcezze alcoliche e frutto confetturoso, o, all’opposto, durezze tanniche amarognole e più difficili da gestire e da comprendere. A questo proposito è lodevole la scelta del Consorzio e della Strada del Vino verso manifestazioni come “A Tavola con il Nobile”, che presentano ai consumatori, ai giornalisti ed ai buyers il vino in stetto collegamento con la gastronomia locale, interpretata da grandi cuochi o semplici massaie. 

I migliori assaggi

Nobile 2007: Triacca, Dei, Gattavecchi, Godiolo, Canneto, il Pietra del Diavolo della Tenuta il Faggeto, Boscarelli, Poliziano, Salcheto, Gracciano della Seta

 

 

 

 

 

BENVENUTO BRUNELLO

 

Qui si entra nel regno del Sangiovese in purezza, quindi non ci sono scuse. La sensazione comune, infatti, è quella di un ritorno a vini meno colorati e meno carichi di orpelli americaneggianti. Ci siamo concentrati sull’annata 2005, che non è una delle più grandi, ma con molti prodotti di sicuro interesse e le emozioni ci sono e anche molto piacevoli. Ci sono anche le delusioni, alcuni vini decisamente cattivi, brettati con sentori di stalla, ma per fortuna il fenomeno ha dimensioni molto ridotte e riguarda aziende forse un pò troppo artigianali.

Più frequente è casomai il ricorso alla pratica di “rinfrescare” i vini con annate più giovani, pratica ammessa dal disciplinare e, a mio parere, abbastanza priva di senso. Tanto varrebbe ridurre ulteriormente l’invecchiamento in botte, che continua a dimostrare di non apportare grandi miglioramenti ai vini, se non in rari casi e con stili comunque difficili. Come per il Chianti: se si vuole seguire la duplice strada di vini “integralisti” da un lato e di vini più internazionali dall’altro, allora sarebbe utile non costringere chi non se la sente a dover obbligatoriamente snervare il vino, o procurargli volatili alte. Sarebbe preferibile lasciare la facoltà di poter scegliere un affinamento più ragionevole, ferma restando la purezza del sangiovese.

Nonostante, dunque un’annata non da sei stelle, le emozioni primordiali di sangiovese erano presenti in molti dei campioni degustati. In soldoni sono molti i vini che metterei in cantina e molte le bottiglie che asciugherei su di una succulenta costata di chianina. Le mie preferenze vanno decisamente agli integralisti, magari non talebani, a quei vini dove il sangiovese ha la purezza dell’infanzia e la maturità dell’adulto. Ma anche negli stili più moderni si trova con più frequenza una naturalezza  ed una distensione che erano andate perdendosi nell’ultimo decennio. Siamo di fronte ad un’espressione di Sangiovese forse meno immediata, meno facile, rispetto al Chianti Classico, ma di maggiore impatto e complessità, con profili aromatici e gustativi profondi, articolati e di piena godibilità. Ovviamente si tratta di vini che hanno come fine un invecchiamento anche piuttosto prolungato e quindi vanno valutati sempre in quest’ottica. In molti casi si possono apprezzare anche da subito come vini completi e piacevoli, ma nell’acquisto sarebbe bene prevedere un comportamento più alla francese  e una volta arrivati a casa metterli a dormire per almeno cinque anni in una buona cantina.

Organizzativamente abbiamo trovato un netto miglioramento nel servizio, grazie ai bravi sommeliers ed alla scelta dell’uso dei panieri in luogo dei macchinosi vassoi portabicchieri.

I migliori assaggi: 

Brunello 2005: Centolani Friggiali, Casanuova delle Cerbaie, Casisano Colombaio, Fanti, La Fortuna, Franco Pacenti Canalicchio, Pietroso, Podere Brizio Roberto Bellini (grande), Solaria, Tenuta di Sesta, le Potazzine (molto bene), Tiezzi.

Brunello 2005 selezione: il Madonna delle Grazie del Marroneto (uno dei più vibranti), Silvio Nardi, il Vigna Soccorso di Tiezzi.

Un 2004: grande la Riserva de Le Potazzine

Da segnalare anche un completamento di degustazione curato dall’Enoteca Osticccio dove erano presenti alcuni vini di aziende non aderenti a Benvenuto Brunello. Molto bene i 2005 della triade del gruppo Sangiovese per Amico:  Stella di Campalto, Salicutti e Pian dell’Orino e bene anche il Fonterenzo. 

 
Data di pubblicazione: 01/03/2010
La commission agricoltura della regione in visita a Bolgheri
Il 9 giugno la seconda Commissione del Consiglio Regionale, ovvero quella che si occupa di agricoltura e sviluppo rurale, ha visitato il territorio di Bolgheri ed alcune aziende di produzione vitivinicola. La visita, concordata ed organizzata in collaborazione con il Consorzio di Tutela, ha avuto scopi puramente tecnici, al fine di permettere al Presidente Loris Rossetti e ad alcuni consiglieri tra i quali Enzo Brogi e Pier Paolo Tognocchi, di disporre di una visione approfondita della realtà produttiva locale e delle problematiche legate al settore vino.

Cari appassionati, parte oggi il giro tra i vini dell'arcipelago. Oggi voglio parlarvi dell'Isola del Giglio. Un' isola meravigliosa, aspra, viva che si accende in estate e si chiude in inverno custodita dai suoi fedeli abitanti.

Il termine “Lido” identifica un lembo di terra o spiaggia pianeggiante, parallelo alla costa, dove arrivano ad infrangersi le onde del mare. E’ ovvio che in una Penisola come la nostra bella Italia, di Lidi, se ne trovano una quantità a dir poco infinita. La definizione “Lido” apre, nell’immaginario comune, scenari di luoghi accoglienti e vacanzieri, ricchi di ombrelloni e di ogni qualsivoglia piacevole intrattenimento. Tanto è vero ciò che, sulle grandi e lussuose navi da crociera, il luogo all’aperto dove sono ubicate le piscine con le annesse attrezzature ludiche si chiama “Ponte Lido”.
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